C'è un paradosso che accompagna Matteo Renzi ormai da anni. È uno dei politici italiani più riconoscibili, possiede un'esperienza di governo e una rete di relazioni internazionali che pochi suoi concorrenti possono vantare, viene invitato continuamente in televisione e continua a essere un interlocutore ricercato anche fuori dall'Italia. Eppure, quando si passa dalle interviste ai voti, Italia Viva rimane confinata in un'area molto più piccola della visibilità del suo leader.
Il sondaggio YouTrend per Sky TG24 pubblicato il 4 settembre offre una fotografia abbastanza eloquente: Azione è al 3,9%, Italia Viva al 2,4%. È un sondaggio e come tale va letto, tanto più con differenze di pochi punti percentuali, ma pone comunque una domanda interessante. Non si può seriamente sostenere che un punto e mezzo di distanza misuri la maggiore o minore capacità politica di Carlo Calenda rispetto a Matteo Renzi. I sondaggi non assegnano voti alla preparazione, non valutano i curriculum e non certificano chi sia più bravo. Misurano, con tutti i limiti dello strumento, una cosa molto più semplice: quante persone dichiarano di essere disposte a votare un determinato partito.
È precisamente lì che Italia Viva ha un problema.
Renzi divide, ma non è affatto irrilevante
Un politico realmente finito smette di interessare. Non viene invitato, non fa discutere, le sue dichiarazioni passano inosservate. Con Renzi accade quasi il contrario: riesce ad attirare l'attenzione anche di chi non lo sopporta. Non è necessario apprezzarlo per voler sapere cosa dirà e chi costruisce un programma televisivo lo sa bene. Renzi conosce i dossier, sa sostenere un confronto, difficilmente offre risposte banali e spesso produce una dichiarazione destinata a essere ripresa il giorno successivo.
Questa capacità, però, genera attenzione molto più facilmente di quanto generi consenso. È possibile guardare Renzi in televisione, riconoscergli preparazione e continuare a non prendere neppure in considerazione l'idea di votare Italia Viva.
Ed è qui che l'antipatia diventa politicamente interessante.
Quando si chiede a chi non sopporta Renzi quale sia la ragione, le risposte sono molto diverse. Ci sono obiezioni politiche precise e perfettamente legittime: il Jobs Act, la riforma costituzionale, la gestione del Partito Democratico, il modo in cui è stata condotta questa o quella crisi politica. Altre volte, però, il giudizio si sposta rapidamente dalla politica alla persona: è arrogante, è presuntuoso, vuole sempre avere ragione, pensa di essere il più bravo.
L'articolo 18 è un buon esempio di come una vicenda complessa possa diventare, col tempo, un simbolo. La critica al Jobs Act ha solide ragioni politiche e sarebbe sciocco liquidarla come semplice pregiudizio. Allo stesso tempo, la formula secondo cui «Renzi ha abolito l'articolo 18» comprime in poche parole una storia assai più articolata, iniziata prima del suo governo con la riforma Fornero e proseguita con il nuovo regime introdotto per i lavoratori assunti con il contratto a tutele crescenti, poi ulteriormente modificato dagli interventi della Corte costituzionale.
Ma la memoria politica non funziona come un manuale di diritto del lavoro. Funziona per immagini, simboli, associazioni. E per una parte degli italiani Renzi è diventato il Jobs Act, così come per altri è il referendum del 2016, la rottamazione o una determinata stagione del PD. Da quel momento il percorso si rovescia: non si giudica più Renzi partendo ogni volta da ciò che propone, ma si giudica ciò che propone partendo dall'opinione che ci si è già formati su Renzi.
Non basta dare la colpa agli avversari
Sarebbe però troppo comodo raccontare questa storia come se Renzi fosse stato soltanto la vittima di una gigantesca operazione di demolizione. La comunicazione politica del Movimento 5 Stelle negli anni del sistema Casaleggio, la successiva macchina social costruita intorno a Salvini e una parte della durissima opposizione interna al Partito Democratico hanno certamente contribuito a costruire e consolidare un'immagine negativa del leader fiorentino.
Ma Renzi ci ha messo del suo.
La rottamazione era efficace proprio perché non cercava compromessi: divideva tra chi doveva lasciare spazio e chi pretendeva di prenderlo. La scelta di personalizzare il referendum costituzionale del 2016 trasformò progressivamente una consultazione sulla Costituzione in un giudizio sulla sua stessa leadership. Il linguaggio competitivo, la sicurezza talvolta ostentata, il gusto per la tattica e una certa propensione a mostrare di aver previsto ciò che gli altri non avevano capito hanno contribuito a rafforzare quella percezione di superiorità che ancora oggi gli viene rimproverata.
Si può pensare che molte critiche siano state esasperate, strumentalizzate o perfino costruite. Ma politicamente questo cambia poco. Dopo dieci anni un'immagine sedimentata non si cancella spiegando agli elettori che hanno interpretato male il personaggio.
Ed è proprio qui che Italia Viva dovrebbe cambiare strategia.
La lezione di Margaret Thatcher
La storia politica offre esempi interessanti di leader fortemente divisivi che hanno continuato a vincere. Naturalmente non ha alcun senso equipararli politicamente a Renzi: ideologie, sistemi elettorali, epoche e condizioni sono completamente differenti. Ciò che interessa è il meccanismo.
Margaret Thatcher rappresenta forse il caso più utile. Nel 1983 un'indagine britannica rilevava un apparente paradosso: il 62% degli intervistati la considerava una leader capace e la stessa percentuale la giudicava efficace nelle situazioni di crisi, ma contemporaneamente il 54% riteneva che avesse la tendenza a trattare le persone dall'alto in basso. Non era necessario trovarla gradevole per riconoscerle capacità di governo.
Thatcher non costruì il proprio successo convincendo gli inglesi che fosse in realtà affabile e accomodante. Costruì una parte importante della propria forza sulla percezione di sapere cosa volesse fare e di essere capace di farlo. La durezza, che per alcuni era una ragione per detestarla, per altri diventava addirittura una prova di leadership.
Il punto non è naturalmente suggerire a Renzi di diventare Thatcher. È capire cosa ci dice quell'esperienza: l'antipatia personale non costituisce necessariamente un veto elettorale se viene compensata da una percezione sufficientemente forte di competenza, utilità e capacità di ottenere risultati.
In altre parole, un elettore può perfettamente arrivare a pensare: «Non mi piace, ma questa cosa la sa fare».
Per Italia Viva sarebbe già una rivoluzione.
Non serve convincere gli italiani che Renzi è simpatico
Donald Trump offre, in un contesto completamente diverso, una dimostrazione ancora più estrema dello stesso principio. Alla vigilia delle elezioni americane del 2016 Gallup registrava per lui il 61% di giudizi sfavorevoli e appena il 36% di favorevoli, il dato peggiore mai rilevato fino ad allora per un candidato presidenziale nella lunga serie dell'istituto. Vinse comunque le elezioni.
Sarebbe assurdo trarne la conclusione che l'impopolarità aiuti a vincere, e sarebbe ancora più assurdo costruire un parallelo politico fra Trump e Renzi. La lezione è molto più limitata ma utile: gli elettori non votano necessariamente il candidato che trovano personalmente più gradevole. Possono votare quello che ritengono più adatto a difendere i loro interessi, quello del quale condividono alcune priorità o semplicemente quello che reputano preferibile all'alternativa.
Italia Viva dovrebbe partire proprio da qui e smettere di investire energie nel tentativo implicito di riabilitare Matteo Renzi.
Non serve un Renzi più simpatico. Non serve costruire un'immagine artificiosamente rassicurante e neppure tornare ogni volta al 2014 per dimostrare che una vecchia riforma fosse migliore di come viene ricordata. Renzi dovrebbe difendere le proprie scelte quando gli vengono contestate, naturalmente, ma il partito non può trascorrere il futuro cercando di vincere le battaglie del passato.
La domanda da sottoporre agli elettori dovrebbe cambiare completamente. Non più: «Avete rivalutato Matteo Renzi?». Piuttosto: «Su questa proposta, Renzi ha ragione oppure no?».
Trasformare il difetto in una strategia
Qui la soluzione può diventare molto concreta. Italia Viva parte da una notorietà del proprio leader che un partito del 2 o 3% normalmente potrebbe soltanto sognare. Il problema è che quella notorietà oggi funziona come un enorme riflettore puntato su una sola persona: illumina Renzi molto più di quanto illumini ciò che gli sta intorno.
Bisognerebbe utilizzare quel riflettore in modo diverso.
Italia Viva dovrebbe scegliere poche battaglie nazionali, tre o quattro al massimo, sulle quali costruire per un anno un'identità riconoscibile. Non trenta comunicati su trenta problemi, ma alcune proposte semplici da comprendere e difficili da liquidare con uno slogan. Sanità e liste d'attesa, redditi e tassazione del ceto medio, energia e competitività, innovazione e pubblica amministrazione potrebbero essere alcuni terreni possibili. Le materie si possono discutere; il metodo molto meno.
Ogni proposta dovrebbe avere numeri, coperture, tempi, conseguenze e un responsabile politico riconoscibile. Renzi dovrebbe lanciarla nei grandi spazi televisivi che riesce a ottenere, ma il giorno dopo quella battaglia dovrebbe continuare attraverso un altro dirigente, attraverso i parlamentari, gli amministratori locali, i social e il territorio. L'apparizione televisiva di Renzi non dovrebbe essere il punto di arrivo della comunicazione di Italia Viva, ma il punto di partenza.
Oggi spesso avviene il contrario: Renzi va in televisione, si discute per ventiquattr'ore di quello che ha detto Renzi e poi tutto ricomincia da capo. L'attenzione è stata enorme, il trasferimento di quella attenzione sul partito quasi nullo.
È questo circuito che bisogna spezzare.
Il caso Marattin spiega bene il problema
Dire che Italia Viva dovrebbe far emergere altre personalità è facile. Farlo è molto più difficile, perché i media non sono a disposizione dei partiti. Se una redazione vuole intervistare Matteo Renzi non è detto che accetti volentieri un dirigente meno conosciuto al suo posto.
Lo abbiamo visto anche quando Luigi Marattin era ancora in Italia Viva. Aveva competenza, personalità e autonomia di giudizio, ma veniva cercato soprattutto quando la discussione riguardava l'economia. Per la politica generale il volto rimaneva Renzi.
La soluzione non è quindi mandare Renzi meno in televisione. Sarebbe autolesionistico. Il problema è costruire altri politici sufficientemente riconoscibili perché prima o poi siano i media stessi a cercarli.
E questo non si ottiene nominandoli «nuova classe dirigente» durante un'assemblea nazionale. Si ottiene affidando loro battaglie reali, lasciando che abbiano una voce propria, accettando persino qualche differenza di tono e consentendo loro di produrre politica senza apparire ogni volta come persone incaricate di spiegare ciò che pensa Renzi.
Non servono venti nuovi leader. Ne servono quattro o cinque che, nel giro di qualche anno, un italiano possa riconoscere senza dover aggiungere dopo il nome «quello di Italia Viva».
Berlusconi insegna anche quale errore evitare
C'è poi un precedente italiano che merita di essere osservato per una ragione diversa. Silvio Berlusconi costruì uno dei più formidabili partiti personali della storia repubblicana e riuscì per molti anni a trasformare una fortissima polarizzazione intorno alla propria persona in mobilitazione elettorale. Gli studi sul berlusconismo hanno descritto proprio questa capacità: il leader era contemporaneamente la principale risorsa della propria area politica e il centro attorno al quale ruotava l'intero sistema.
Ma la stessa letteratura evidenzia l'altra faccia del modello. Una personalizzazione così estrema rende molto difficile istituzionalizzare il partito e costruire qualcosa che possieda una forza autonoma rispetto al fondatore.
È un avvertimento particolarmente utile per Italia Viva.
Renzi può essere il principale motore del partito senza doverne essere necessariamente l'intero veicolo. Anzi, più la sua capacità di mobilitazione rimane concentrata esclusivamente sulla propria persona, più diventa difficile superare il perimetro di chi è già disponibile a votarlo.
L'estero deve diventare utile, non celebrativo
Anche l'attività internazionale di Renzi dovrebbe essere utilizzata in modo completamente diverso. Il Tony Blair Institute for Global Change lo indica tra i propri Strategic Counsellors e nel 2026 Tony Blair e Renzi hanno firmato insieme un lavoro sulla competitività energetica europea. È difficile sostenere seriamente che un ex presidente del Consiglio chiamato a lavorare in contesti di questo livello sia un politico privo di preparazione o di relazioni internazionali.
Ma raccontarlo agli italiani con il sottotesto «all'estero lo apprezzano, mentre voi non lo capite» sarebbe probabilmente il modo migliore per rafforzare l'antipatia che già esiste. Suonerebbe come l'ennesima dimostrazione di superiorità.
Bisogna rovesciare il messaggio. Se Renzi lavora su energia, intelligenza artificiale, competitività o riforme con interlocutori internazionali, la domanda deve essere: che cosa possiamo portare in Italia da quell'esperienza? Quale proposta nasce da quei confronti? Cosa stanno facendo altri Paesi che potrebbe funzionare anche da noi?
Non «guardate quanto è importante Renzi», quindi, ma «guardate cosa questa esperienza può produrre per l'Italia».
Casa Riformista deve permettere di votare senza diventare renziani
Rimane infine il problema della dimensione elettorale. Thatcher poteva contare sul Partito Conservatore, Trump sul Partito Repubblicano, Berlusconi costruì intorno a Forza Italia una coalizione capace di aggregare elettorati molto diversi. Renzi oggi parte da un partito che i sondaggi collocano intorno al 2-3%. La differenza è enorme.
Per questo Casa Riformista può avere un senso soltanto se non diventa Italia Viva con un'insegna nuova.
Dovrebbe essere abbastanza larga da consentire a un amministratore civico, a un liberale, a un cattolico democratico, a un ex elettore del PD riformista o di Azione di entrarvi senza dover pronunciare una professione di fede renziana. Condividere alcune idee sull'Europa, sulla crescita, sulle istituzioni, sulla giustizia, sul lavoro e sull'innovazione non significa necessariamente condividere ogni scelta compiuta da Matteo Renzi negli ultimi quindici anni.
È proprio questo spazio che dovrebbe essere costruito.
Paradossalmente, Italia Viva potrebbe crescere quando smetterà di considerare indispensabile che ogni proprio elettore sia anche un estimatore personale del suo leader.
Dal 2,4% si può uscire, ma bisogna cambiare domanda
Il punto, alla fine, non è stabilire se Matteo Renzi sia simpatico. Dopo tanti anni di politica italiana la risposta di milioni di persone è già nota e difficilmente cambierà perché qualcuno scrive un post più efficace su Facebook.
La vera domanda è se quell'antipatia debba necessariamente impedire loro di votare una proposta che considerano valida.
La storia dice che non è così. Margaret Thatcher poteva essere percepita come altezzosa e contemporaneamente come una leader capace. Donald Trump ha vinto un'elezione presidenziale con livelli di sfavorevolezza che, sulla carta, avrebbero dovuto renderlo quasi ineleggibile. Berlusconi ha trasformato per anni una fortissima polarizzazione personale in mobilitazione politica. Sono vicende profondamente diverse e sarebbe sbagliato sovrapporle, ma hanno un punto in comune: la simpatia personale non è l'unica moneta con cui si compra il consenso.
Italia Viva dovrebbe quindi smettere di cercare l'assoluzione per Renzi e cominciare a chiedere un giudizio sulle proprie proposte. Poche battaglie comprensibili, risultati verificabili, altri dirigenti politicamente autonomi, un territorio più forte, una Casa Riformista realmente aperta e l'esperienza internazionale utilizzata per produrre idee applicabili all'Italia.
Renzi dovrebbe fare ciò che sa fare meglio: attirare l'attenzione, porre questioni, combattere battaglie e mettere sul tavolo proposte. Ma quella luce deve finalmente illuminare anche ciò che sta intorno a lui.
Nel precedente articolo scrivevamo che Italia Viva non ha bisogno di un Renzi più piccolo. È ancora vero. Possiamo però aggiungere qualcosa.
Non ha neppure bisogno di un Renzi più simpatico.
Ha bisogno che un numero crescente di italiani possa guardarlo, magari continuare a trovarlo arrogante, magari non dimenticare affatto ciò che non ha condiviso del suo passato e arrivare comunque a una conclusione molto semplice: «Non mi piace particolarmente, ma su questa cosa ha ragione. E questa proposta la voterei».
Se Italia Viva riuscisse a spostare anche solo una parte del giudizio degli elettori dalla persona all'utilità politica, il 2,4% smetterebbe di essere un recinto. A quel punto Matteo Renzi continuerebbe a dividere, probabilmente continuerebbe anche a irritare molti italiani, ma l'antipatia non sarebbe più necessariamente un veto.
E forse è proprio questa la sfida più realistica: non cambiare Renzi per conquistare gli italiani, ma dare agli italiani una ragione sufficientemente forte per votare Italia Viva anche senza aver cambiato idea su Renzi.