Riunione politica istituzionale con rappresentanti seduti attorno a un tavolo e un documento intitolato “Accordo di coalizione” in primo piano
Un accordo di coalizione può chiarire impegni, compromessi e responsabilità prima di arrivare al governo.

A Cernobbio Matteo Renzi ha avanzato una proposta che, dietro una formula abbastanza semplice da finire facilmente nei titoli dei giornali, pone al centrosinistra una questione molto più complicata. PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e le altre forze che aspirano a costruire un’alternativa al governo Meloni possono certamente presentarsi insieme alle elezioni, scegliere una leadership comune e provare a mettere insieme i voti necessari per vincere. Se ci riuscissero, però, il problema vero comincerebbe la mattina successiva, quando quella coalizione dovrebbe trasformarsi in un governo.

Renzi propone di affrontare la questione prima del voto attraverso «punti precisi con un contratto alla tedesca», indicando stipendi, sicurezza ed Europa tra le grandi direttrici sulle quali costruire l’intesa e chiedendo che le proposte comuni vengano sottoscritte da tutti. Il suo ragionamento parte anche da un limite che attribuisce all’attuale opposizione: una parte dell’elettorato può essere delusa dal governo e continuare nello stesso tempo a domandarsi che cosa farebbe il centrosinistra al suo posto.

Al di là di ciò che si pensa di Renzi, la domanda è difficile da liquidare. All’interno di una possibile maggioranza alternativa convivono posizioni molto differenti sulla politica economica, sull’energia, sulle infrastrutture, sulla giustizia, sulla difesa, sulla politica estera, sul lavoro, sull’impresa e sull’utilizzo delle risorse pubbliche. Durante una campagna elettorale si possono valorizzare le cose sulle quali esiste un accordo e lasciare il resto sullo sfondo; una volta a Palazzo Chigi, invece, prima o poi bisogna decidere.

Le reazioni: il programma piace a tutti, l’idea di vincolarsi molto meno

La proposta non è stata respinta apertamente dagli altri leader dell’opposizione, ma l’accoglienza è stata piuttosto fredda. Elly Schlein ha insistito sulla costruzione del programma e sulla necessità di coinvolgere imprese, sindacati, terzo settore, esperti e società civile; Giuseppe Conte ha richiamato a sua volta il lavoro programmatico, mentre Angelo Bonelli ha risposto che «il contratto è con gli italiani».

Quest’ultima frase funziona molto bene dal punto di vista politico, perché rovescia immediatamente il discorso e mette gli elettori al centro della scena, ma non risponde davvero alla questione posta da Renzi. Nessuno sta proponendo che i partiti stipulino un accordo tra loro al posto dell’impegno assunto con gli italiani. Il problema è quasi l’opposto: proprio perché una coalizione chiede agli italiani di affidarle il governo del Paese, sarebbe ragionevole sapere in anticipo quali impegni reciproci siano disposti ad assumere i partiti che la compongono.

Dire che il contratto è con gli elettori non ci dice che cosa accadrebbe se, dopo una vittoria, AVS e Italia Viva si trovassero su posizioni incompatibili riguardo a una grande infrastruttura, se Movimento 5 Stelle e PD divergessero sulla politica estera o se una misura fiscale considerata indispensabile da una componente fosse giudicata irricevibile da un’altra. È proprio in quei momenti che il rapporto con gli elettori rischia di essere compromesso, perché chi ha votato una coalizione per governare si ritrova ad assistere alla sua paralisi.

C’è forse un’altra ragione per cui la parola “programma” viene accolta con maggiore facilità rispetto alla parola “contratto”. Un programma stabilisce ciò che un partito vorrebbe fare e può essere scritto con un grado considerevole di elasticità; un vero accordo di coalizione richiede invece di stabilire non soltanto ciò che ciascuno vuole ottenere, ma anche ciò a cui ciascuno è disposto a rinunciare. È questa la differenza che rende la proposta molto più impegnativa di un normale programma elettorale.

Il modello tedesco esiste davvero, ma Renzi lo sta adattando

Il riferimento alla Germania è corretto nella sostanza, anche se bisogna evitare di immaginare una semplice operazione di copia e incolla. Il Koalitionsvertrag tedesco viene normalmente negoziato dopo le elezioni, quando il voto ha chiarito i rapporti di forza e le maggioranze concretamente possibili. L’attuale accordo tra CDU, CSU e SPD, per esempio, fu presentato il 9 aprile 2025 e sottoscritto il 5 maggio, durante la formazione del governo.

Renzi immagina invece che almeno una parte del lavoro venga svolta prima delle elezioni, perché in Italia le coalizioni si presentano normalmente agli elettori già formate. Non sarebbe quindi il modello tedesco in senso stretto, ma un adattamento della sua logica alle caratteristiche del nostro sistema politico.

Anche la parola “contratto” va presa con cautela. Gli accordi di coalizione tedeschi non sono contratti privati che possano essere fatti eseguire davanti a un giudice: la loro forza è politica e deriva dalla reputazione dei sottoscrittori, dalla necessità di mantenere la fiducia reciproca e dal costo che deriverebbe dalla violazione pubblica degli impegni assunti.

In Italia, del resto, l’articolo 67 della Costituzione stabilisce che ogni parlamentare esercita le proprie funzioni senza vincolo di mandato, quindi nessun accordo sottoscritto dai segretari di partito potrebbe trasformarsi in un obbligo giuridico imposto a deputati e senatori. Il valore del contratto sarebbe dunque interamente politico, ed è proprio qui che la questione comincia a diventare più interessante del modello tedesco stesso.

Perché un accordo funzioni bisogna essere disposti a perdere qualcosa

Prendiamo spesso come esempio Paesi come Germania, Paesi Bassi, Finlandia o quelli scandinavi e rischiamo talvolta di descriverli come luoghi abitati da politici naturalmente più virtuosi dei nostri. Sarebbe una caricatura. Anche lì esistono ambizioni personali, tatticismi, crisi di governo, rivalità interne e partiti che cercano di massimizzare il proprio consenso.

La differenza interessante è un’altra: in diversi di quei sistemi il compromesso e l’autolimitazione fanno parte in maniera molto più esplicita del processo attraverso il quale si costruisce una coalizione.

L’attuale accordo olandese tra D66, VVD e CDA lo dichiara quasi programmaticamente. I tre partiti ricordano di avere storie, visioni del mondo e idee differenti, ma richiamano nello stesso tempo una cultura politica fondata sulla consultazione e sul compromesso. Il compromesso, quindi, non viene nascosto come se fosse una vergogna: è esattamente ciò che permette a forze diverse di governare insieme.

In Italia siamo molto più abituati a un’altra dinamica. Ogni partito vuole poter rivendicare la propria autonomia, mantenere aperte più opzioni possibili e soprattutto evitare di trovarsi domani legato a una scelta che oggi potrebbe ridurne la capacità negoziale.

Un accordo di coalizione serio, invece, serve proprio a fare il contrario. Chi lo sottoscrive accetta volontariamente che, su alcune materie, la propria libertà futura sia più limitata. Non potrà cambiare posizione con la stessa facilità quando cambieranno i sondaggi, non potrà trasformare ogni divergenza in una nuova trattativa sui rapporti di forza e non potrà alzare continuamente il prezzo del proprio sostegno senza spiegare perché stia mettendo in discussione ciò che aveva firmato.

Per dirla con una parola poco elegante ma molto efficace, entra inevitabilmente in gioco la cadrega.

Non perché tutti i politici italiani siano interessati soltanto alla poltrona, una generalizzazione che non aiuterebbe a capire nulla, ma perché incarichi, visibilità, peso nella coalizione e possibilità di determinare le decisioni costituiscono una parte reale della competizione politica. Un patto sufficientemente preciso riduce lo spazio nel quale questi rapporti possono essere continuamente rinegoziati, ed è precisamente per questo che può risultare molto meno attraente di un generico programma comune.

L’Italia, peraltro, un contratto di governo lo ha già sperimentato

Non serve andare fino a Berlino per trovare un precedente. Nel 2018 Movimento 5 Stelle e Lega formarono il primo governo Conte sulla base del “Contratto per il Governo del cambiamento”, e il documento ebbe un ruolo politico tutt’altro che simbolico. Nella stessa mozione con cui il Senato concesse la fiducia all’esecutivo vennero richiamati esplicitamente i suoi contenuti come base dell’azione di governo.

Quel governo durò poco più di un anno e la sua fine dimostra qualcosa che sarebbe utile ricordare oggi: nessun documento è sufficientemente dettagliato da impedire una crisi quando cambiano i rapporti politici tra i suoi sottoscrittori.

Questo non dimostra che i contratti siano inutili, ma soltanto che possono organizzare una convivenza senza garantirne la durata. Resta quindi da risolvere un problema che il semplice elenco degli impegni comuni non affronta: che cosa deve succedere quando l’accordo non c’è più oppure quando su una determinata materia non c’è mai stato?

È a questo punto che le esperienze straniere diventano davvero interessanti.

La Finlandia affronta le divergenze prima che diventino crisi di governo

Dopo le elezioni finlandesi del 2023, i quattro partiti destinati a formare il governo negoziarono dal 2 maggio al 16 giugno, discutendo non soltanto il programma ma anche il numero dei ministri, la distribuzione dei portafogli e le responsabilità assegnate alle diverse componenti della coalizione. Il lavoro fu organizzato attraverso tavoli e sottogruppi dedicati a fiscalità, welfare, lavoro, energia, politica climatica, difesa, sicurezza, Europa e molte altre materie.

Non si tratta di una formula particolarmente affascinante dal punto di vista mediatico, ma ha un pregio evidente: costringe i partiti ad affrontare i problemi prima che arrivino in Consiglio dei ministri.

Per il centrosinistra italiano significherebbe sedersi intorno a un tavolo e discutere davvero, per esempio, di politica energetica, spese per la difesa, infrastrutture, tassazione, lavoro autonomo e politica industriale, invece di limitarsi a scrivere che si vuole un’Italia “più giusta, moderna e sostenibile”, formula sulla quale probabilmente riuscirebbero a firmare tutti senza aver risolto alcuna divergenza.

La Nuova Zelanda ha fatto un passo ulteriore: ammettere che su qualcosa non ci sarà accordo

Il modello più interessante per una coalizione molto eterogenea rimane però probabilmente quello neozelandese.

Il Cabinet Manual contempla esplicitamente procedure di agree to disagree. I partiti che governano insieme cercano innanzitutto una posizione comune, ma quando una divergenza non può essere ricomposta possono concordare formalmente che su quella determinata materia continueranno ad avere e a esprimere posizioni differenti. La responsabilità collettiva del governo rimane la regola e il dissenso costituisce un’eccezione disciplinata, non una libertà generale concessa a ogni ministro.

Nell’attuale coalizione neozelandese esistono inoltre vere procedure di gestione del conflitto. Le obiezioni devono essere sollevate riservatamente e in buona fede; quando non vengono risolte tra gli staff possono essere portate ai leader dei partiti e, se il contrasto rimane, si può concordare caso per caso l’agree to disagree. Il tutto è accompagnato dal principio del no surprises: un alleato non dovrebbe scoprire da un’intervista o da un’agenzia di stampa che un altro partito sta per prendere pubblicamente le distanze su una questione rilevante.

Per la nostra politica sarebbe quasi una piccola rivoluzione culturale, pur trattandosi di un meccanismo che altrove esiste già. Invece di inserire nel programma una frase sufficientemente ambigua da permettere a due partiti in disaccordo di sostenere entrambi di aver vinto, si potrebbe semplicemente dire agli elettori che su quella materia la coalizione non è riuscita a trovare una sintesi e spiegare in anticipo quale procedura utilizzerà se il problema dovesse presentarsi durante la legislatura. Sarebbe probabilmente anche più trasparente.

In Svezia, poi, sostenere un governo non significa necessariamente entrarci

Un altro automatismo che potremmo mettere in discussione riguarda la composizione stessa dell’esecutivo.

Dal 2022 il governo svedese è formato da Moderati, Cristiano Democratici e Liberali, mentre i Democratici Svedesi collaborano con la maggioranza parlamentare sulla base dell’accordo di Tidö senza partecipare formalmente al governo. L’intesa individua aree precise di collaborazione, dall’economia alla criminalità, dall’immigrazione all’energia, dalla sanità alla scuola.

Non c’è alcun motivo per concludere che questa debba diventare automaticamente la soluzione italiana, ma il precedente ricorda che una coalizione può prevedere diversi livelli di responsabilità. Non è scritto da nessuna parte che ogni partito che contribuisce alla maggioranza debba necessariamente ottenere ministri o partecipare nello stesso modo a tutte le scelte dell’esecutivo.

Anche questo, naturalmente, richiede una certa disponibilità a rinunciare alla cadrega, e forse proprio per questo la formula avrebbe qualche difficoltà in più a farsi strada da noi.

L’Irlanda aggiunge un elemento semplice: il programma deve sopravvivere alla campagna elettorale

L’attuale Programme for Government irlandese, “Securing Ireland’s Future”, è un documento pubblico che continua a essere utilizzato come riferimento per le strategie e le priorità dei singoli ministeri anche dopo la formazione del governo.

Può sembrare un dettaglio, ma in Italia abbiamo una certa familiarità con programmi elettorali che vengono discussi durante la campagna e diventano progressivamente meno rintracciabili man mano che passa il tempo.

Un accordo pubblico dovrebbe poter essere riletto dopo un anno, dopo due e possibilmente alla fine della legislatura, permettendo di verificare quali impegni siano stati mantenuti, quali siano stati abbandonati e soprattutto perché. Non avrebbe senso trasformarlo in una tavola della legge incapace di adattarsi a guerre, crisi economiche o circostanze imprevedibili, ma dovrebbe esistere almeno l’obbligo politico di spiegare perché una promessa sottoscritta non sia più considerata praticabile.

Il problema italiano potrebbe essere meno tecnico di quanto sembri

Arrivati a questo punto, la proposta di Renzi appare tecnicamente molto meno problematica di quanto potrebbe sembrare.

Un accordo di coalizione è perfettamente compatibile con il nostro ordinamento purché resti ciò che deve essere: un impegno politico e non un vincolo giuridico sui parlamentari. Abbiamo già utilizzato qualcosa di simile nel 2018 e numerose democrazie parlamentari offrono strumenti dai quali si potrebbe prendere spunto senza bisogno di inventare nulla.

Il vero ostacolo potrebbe trovarsi altrove. Per sottoscrivere un accordo serio bisogna essere disposti ad accettare che la firma del giorno prima limiti la libertà del giorno dopo. Bisogna considerare il compromesso come una parte del governo e non come una sconfitta da nascondere ai propri elettori, accettare che alcune promesse del proprio programma non potranno essere realizzate perché gli altri partiti non le condividono e resistere alla tentazione di riaprire continuamente ciò che era stato già concordato quando i rapporti di forza sembrano diventare più favorevoli.

È anche per questo che la reazione istintiva a un “contratto” diventa politicamente interessante. Un partito può preferire un programma comune molto ampio, nel quale ciascuno mantiene maggiore libertà di interpretazione, proprio perché quella soluzione costa meno in termini di autonomia futura. Può continuare a distinguersi dagli alleati, rivendicare le proprie battaglie e decidere di volta in volta fino a che punto sostenerli.

Un contratto ben scritto rende tutto questo più difficile. Non impedisce di cambiare idea, naturalmente, ma costringe almeno a spiegare perché lo si stia facendo.

Una proposta possibile senza inventare un altro modello

Il centrosinistra potrebbe quindi prendere sul serio l’intuizione di Renzi senza copiare integralmente la Germania e senza trasformare il contratto in una liturgia.

Prima delle elezioni potrebbe presentare agli italiani un documento comune relativamente breve, sufficientemente preciso da poter essere compreso e successivamente verificato, nel quale indicare le principali scelte condivise su economia, salari, sanità, scuola, sicurezza, energia, Europa, politica estera, diritti e finanza pubblica.

La difficoltà starebbe nel modo in cui quelle scelte vengono scritte. Se l’obiettivo fosse semplicemente ottenere la firma di tutti, si produrrebbero inevitabilmente formule generiche che ciascun partito potrebbe interpretare secondo convenienza. Se l’obiettivo fosse invece prepararsi a governare, bisognerebbe indicare decisioni sufficientemente concrete e soprattutto accettare che ogni compromesso comporti delle rinunce.

Dopo le elezioni, qualora esistessero i numeri per formare una maggioranza, dovrebbe aprirsi una seconda fase di negoziazione, prendendo qualcosa dalla Germania, dai Paesi Bassi e dalla Finlandia: tavoli tematici, compatibilità finanziarie, tempi di attuazione, responsabilità ministeriali e procedure per risolvere le controversie.

Per le questioni sulle quali non si trovasse una posizione comune, si potrebbe utilizzare la logica neozelandese dell’agree to disagree, dichiarando apertamente il dissenso e stabilendo prima fino a che punto ciascun partito possa mantenere la propria posizione senza mettere in discussione l’intera maggioranza.

Non tutti gli alleati dovrebbero necessariamente partecipare allo stesso modo al governo, come ricorda l’esperienza svedese, e il documento finale dovrebbe rimanere pubblico e verificabile durante tutta la legislatura, sul modello di ciò che avviene anche in Irlanda.

Nulla di tutto questo garantirebbe cinque anni di stabilità e sarebbe ingenuo sostenerlo. Un partito può rompere un accordo, un leader può cambiare strategia, un’emergenza può rendere obsoleto ciò che era stato deciso e una maggioranza può cadere anche dopo aver scritto il miglior contratto possibile.

La differenza è che, a quel punto, qualcuno dovrebbe assumersi pubblicamente la responsabilità di averlo rotto.

Forse è questo il vero significato di un contratto con gli italiani

Torniamo allora alla risposta di Bonelli. «Il contratto è con gli italiani» può essere una buona frase se la prendiamo sul serio fino in fondo. Proprio perché l’impegno fondamentale viene assunto nei confronti degli elettori, una coalizione dovrebbe dire loro prima del voto non soltanto quali obiettivi condivida, ma anche in quale modo intenda evitare che le proprie divisioni rendano impossibile raggiungerli.

Gli italiani non hanno bisogno che PD, Movimento 5 Stelle, AVS, Italia Viva e gli altri eventuali alleati fingano di avere improvvisamente le stesse idee. Sarebbe poco credibile e, tutto sommato, nemmeno auspicabile.

Avrebbero però il diritto di sapere dove quei partiti sono riusciti a trovare un compromesso, quali rinunce abbiano accettato per renderlo possibile, su quali questioni continueranno invece a pensarla diversamente e che cosa accadrà quando quelle differenze entreranno nell’agenda del governo.

Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Nuova Zelanda, Svezia e Irlanda non hanno trovato una formula magica e continuano naturalmente ad avere crisi, conflitti e governi che cambiano. Hanno però sviluppato, in forme differenti, strumenti che partono da una constatazione molto semplice: governare insieme non significa smettere di essere diversi, ma accettare che la collaborazione imponga regole e limiti anche a se stessi.

Forse è questo il punto sul quale il centrosinistra dovrebbe discutere prima ancora del nome da dare al proprio accordo, perché firmare un contratto è relativamente facile. La parte difficile comincia quando quella firma impedisce di fare domani tutto ciò che, per convenienza politica o per difendere la propria cadrega, si vorrebbe essere liberi di fare.

Qui Radio Viva