Quando Luigi Marattin lasciò Italia Viva, nel settembre del 2024, presentò la sua decisione come una questione di coerenza politica. Matteo Renzi aveva scelto di riportare il partito nell'area del centrosinistra e, secondo Marattin, quella decisione segnava la fine del progetto liberaldemocratico autonomo nato con il Terzo Polo. Non era soltanto la presenza del Movimento 5 Stelle a rendere inaccettabile la nuova collocazione. C'era soprattutto la convinzione che i riformisti dovessero sottrarsi alla contrapposizione tra due schieramenti entrambi condizionati da componenti populiste.
Da quella rottura nacque il Partito Liberaldemocratico, con l'ambizione di costruire una proposta indipendente dal centrodestra e dal centrosinistra. Un progetto certamente difficile, soprattutto in un sistema politico nel quale le formazioni minori faticano a conquistare rappresentanza, ma che aveva almeno un'identità riconoscibile: offrire una casa politica a quanti non volevano essere costretti a scegliere tra Giorgia Meloni e i suoi avversari.
A distanza di due anni, quella prospettiva sembra aver perso buona parte della sua forza. Marattin non esclude più un'alleanza con il centrodestra, Forza Italia manifesta interesse per un possibile avvicinamento e le ricostruzioni giornalistiche raccontano di una discussione già avviata all'interno del Partito Liberaldemocratico. Non esiste ancora un accordo ufficiale, ma sarebbe difficile ignorare il significato politico di un'apertura che arriva proprio da chi aveva fondato un partito per evitare di compiere una scelta simile.
Quando Forza Italia rappresentava il problema
Per comprendere quanto sia cambiata la posizione di Marattin bisogna tornare all'11 settembre 2024, quando, intervistato da Affaritaliani, escludeva un avvicinamento a Forza Italia e motivava quella decisione con argomenti molto precisi. Il partito di Antonio Tajani veniva considerato parte integrante di una maggioranza populista e sovranista, incapace di contrastare provvedimenti contrari alla concorrenza e ai principi del libero mercato.
Marattin richiamava le concessioni balneari, la questione dei tassisti, alcune scelte sul mercato dei capitali e la mancata ratifica della riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Non erano osservazioni marginali, perché riguardavano proprio quei principi economici e istituzionali che il nuovo progetto liberaldemocratico avrebbe dovuto difendere. La critica, inoltre, non era rivolta soltanto alla Lega o a Fratelli d'Italia, ma alla disponibilità di Forza Italia ad accettare scelte considerate incompatibili con la propria tradizione liberale.
Nell'ottobre 2026 lo scenario appare diverso, almeno nelle valutazioni di Marattin. Intervistato dal Foglio, ha lasciato aperta la possibilità di un'intesa con il centrodestra, subordinandola alla condivisione di alcune proposte programmatiche e ponendo un limite alla presenza di Roberto Vannacci. Nel frattempo, Roberto Occhiuto ha auspicato un rafforzamento della componente liberale della coalizione e Antonio Tajani ha confermato la disponibilità di Forza Italia ad accogliere forze moderate e riformiste.
Rimane però difficile individuare quale trasformazione politica abbia reso oggi praticabile ciò che nel 2024 veniva giudicato incompatibile con il liberalismo. Forza Italia continua a governare con Fratelli d'Italia e Lega, mentre molte delle questioni che Marattin aveva indicato come esempi delle contraddizioni del centrodestra non sono affatto scomparse. Se ritiene che siano intervenuti cambiamenti sufficienti a giustificare una diversa valutazione, dovrebbe spiegarli. Per il momento, la disponibilità a cambiare collocazione appare molto più evidente delle ragioni politiche che dovrebbero sostenerla.
Il ritratto del Corriere e la battuta di Bonifazi
Il 19 ottobre, sul Corriere della Sera, Tommaso Labate ha dedicato a Marattin un articolo che aiuta a comprendere meglio la vicenda. Il giornalista ricostruisce il percorso di un politico proveniente dalla tradizione della sinistra riformista, cresciuto nell'area liberal dei Democratici di Sinistra e vicino all'esperienza di Libertà Eguale, prima di diventare uno dei sostenitori più convinti di Matteo Renzi.
È una storia politica che rende particolarmente interessante l'attuale apertura al centrodestra. Non perché un liberale debba necessariamente appartenere alla sinistra, ma perché Marattin ha costruito buona parte della propria identità pubblica sulla critica al populismo e sulla difesa di una cultura politica che oggi dovrebbe trovare spazio in una coalizione guidata da Giorgia Meloni e nella quale la Lega continua ad avere un ruolo importante.
Nell'articolo di Labate compare anche il giudizio di Francesco Bonifazi, senatore e tesoriere di Italia Viva, che sui social ha liquidato la vicenda con una frase destinata a far discutere: “Marattin va dove lo porta il seggio, lo ha sempre fatto, sempre lo farà”.
È un'accusa pesante, formulata da chi ha condiviso con Marattin una lunga esperienza politica e che oggi lo osserva da una posizione apertamente critica. Non possiamo considerarla una prova delle sue intenzioni, ma neppure liquidarla come una semplice battuta tra ex compagni di partito. Bonifazi mette in discussione le motivazioni delle scelte di Marattin, suggerendo che dietro il linguaggio dei principi e dell'autonomia possa esserci una più concreta preoccupazione per la propria sopravvivenza parlamentare.
Le indiscrezioni pubblicate negli stessi giorni da Domani e L'Espresso raccontano, del resto, un Partito Liberaldemocratico impegnato a valutare le proprie possibilità elettorali, con un documento interno che contempla anche l'ipotesi di partecipare alle elezioni nello schieramento di centrodestra. Domani ha inoltre riferito di un messaggio rivolto da Marattin ai dirigenti nel quale veniva richiamata la necessità di garantire la sopravvivenza del progetto politico.
Non sappiamo se l'obiettivo di ottenere rappresentanza parlamentare sia la ragione determinante dell'apertura verso destra, ma sarebbe ingenuo fingere che il problema elettorale non esista. Il Partito Liberaldemocratico dispone di un consenso ancora limitato e il quadro elettorale rende più impegnativa una competizione autonoma. In questo contesto, le parole di Bonifazi acquistano un significato che va oltre la polemica personale: richiamano la contraddizione tra un progetto nato per superare il bipolarismo e la possibilità che quello stesso progetto finisca per cercare una collocazione proprio all'interno di uno dei due schieramenti.
Il retroscena del 29 ottobre e la strada verso Forza Italia
Un ulteriore elemento è arrivato il 29 ottobre dalle pagine del Riformista. In un articolo firmato da Salvo Di Bartolo, il possibile avvicinamento di Marattin a Forza Italia viene descritto come una prospettiva sempre più concreta, anche alla luce delle difficoltà incontrate nel tentativo di costruire un nuovo polo liberale insieme a Carlo Calenda. Secondo questa ricostruzione, le divergenze sulla gestione del progetto e sul peso da attribuire alle diverse componenti avrebbero contribuito a interrompere il percorso comune, mentre all'interno di Forza Italia sarebbe cresciuto l'interesse per un rafforzamento dell'area liberale, anche attorno alle posizioni di Roberto Occhiuto e Marina Berlusconi.
Il Riformista arriva a prospettare l'intesa come una questione di tempo. È una valutazione giornalistica, non l'annuncio di un accordo già concluso, ma si aggiunge a un quadro nel quale le aperture pubbliche e le indiscrezioni si stanno moltiplicando. Il fallimento del dialogo con Calenda, se confermato nei termini raccontati dal giornale, renderebbe ancora più significativo il possibile approdo nell'area di Forza Italia. Il tentativo di costruire un soggetto autonomo si sarebbe arenato anche sulle difficoltà di trovare un equilibrio tra i protagonisti, mentre l'ingresso nell'orbita di un partito già inserito nella maggioranza di governo diventerebbe una soluzione politicamente praticabile.
È proprio qui che la vicenda assume un significato che va oltre le normali trattative tra formazioni politiche. Marattin aveva lasciato Italia Viva rivendicando l'autonomia come una questione di principio. Ora, di fronte alle difficoltà incontrate nel costruirla, sembra disposto a considerare un'alleanza con quello stesso centrodestra che aveva giudicato incompatibile con il proprio progetto. La ricerca di una rappresentanza parlamentare è una necessità comprensibile per qualunque partito, ma non basta, da sola, a spiegare una revisione tanto profonda della collocazione politica.
L'autonomia liberaldemocratica alla prova delle alleanze
Quando lasciò Italia Viva, Marattin non contestava soltanto gli alleati scelti da Renzi, ma l'idea stessa che un partito liberaldemocratico dovesse necessariamente collocarsi in uno dei due schieramenti. Il nuovo soggetto politico nasceva per offrire una rappresentanza agli elettori che non si riconoscevano né nel centrodestra né nel centrosinistra, rivendicando una proposta fondata su liberalizzazioni, concorrenza, responsabilità fiscale, europeismo e riforme istituzionali.
Oggi quella prospettiva sembra essersi ridimensionata. Marattin sostiene che il quadro elettorale renda più difficile costruire un centro autonomo e ribadisce di voler discutere con chiunque condivida alcune priorità programmatiche. È un ragionamento che tiene conto delle condizioni concrete della competizione politica, ma lascia aperta la questione principale. Le difficoltà elettorali possono giustificare una revisione della strategia; più complicato è comprendere perché una coalizione giudicata incompatibile con il proprio progetto sia diventata un interlocutore possibile.
Il documento interno raccontato da L'Espresso conferisce a questa evoluzione una dimensione che supera le dichiarazioni pubbliche. Secondo la ricostruzione del settimanale, il Partito Liberaldemocratico ha preso in considerazione anche la possibilità di partecipare alle elezioni con il centrodestra, registrando perplessità tra alcuni esponenti, tra cui Andrea Marcucci. Le interlocuzioni con l'area centrista sono state confermate al giornale anche da Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia.
Non è necessario attendere un accordo firmato per riconoscere che qualcosa è cambiato. Le alleanze politiche nascono spesso attraverso contatti informali, disponibilità manifestate pubblicamente e verifiche delle reciproche convenienze, prima ancora di trasformarsi in una decisione ufficiale. Ed è proprio questo percorso, ormai sufficientemente visibile, a rendere meno convincente l'idea che Marattin sia rimasto fermo sulle proprie posizioni mentre tutto il resto della politica si spostava.
Il metodo che valeva per Renzi
C'è poi un aspetto che riguarda il metodo con cui vengono assunte le decisioni politiche. Nel 2024 Marattin aveva contestato a Renzi di aver modificato la collocazione di Italia Viva senza un adeguato confronto interno, sostenendo che una scelta tanto importante avrebbe richiesto un percorso congressuale e il coinvolgimento degli iscritti.
Era un'obiezione comprensibile, perché la collocazione politica contribuisce a definire l'identità di un partito e il rapporto di fiducia con il proprio elettorato. Proprio per questo lo stesso criterio dovrebbe valere oggi per il Partito Liberaldemocratico, soprattutto considerando che un'eventuale alleanza con il centrodestra rappresenterebbe un cambiamento significativo rispetto alle ragioni sulle quali il progetto era stato fondato.
Le perplessità interne riportate dalla stampa non dimostrano che Marattin abbia già imposto una decisione contro la volontà degli iscritti, ma indicano l'esistenza di un confronto che non può essere ridotto a una questione tattica riservata ai vertici. Se il metodo adottato da Renzi era stato considerato inaccettabile, sarebbe difficile comprendere perché un cambiamento analogo debba essere giudicato con criteri differenti soltanto perché questa volta a proporlo potrebbe essere Marattin.
Il liberalismo non è soltanto una politica economica
Marattin rivendica la centralità dei contenuti e indica alcune priorità sulle quali intende confrontarsi con le altre forze politiche: riduzione della spesa pubblica e delle tasse, liberalizzazioni, energia nucleare e riforma della scuola. Sono proposte concrete, che meritano una discussione seria e sulle quali possono esistere convergenze anche tra partiti appartenenti a schieramenti differenti.
Ma governare un Paese significa assumere decisioni che investono un campo molto più ampio rispetto a quello economico. Il rapporto con l'Unione europea, la tutela delle libertà individuali, il pluralismo dell'informazione, la giustizia, l'immigrazione e la politica estera sono questioni sulle quali una formazione liberaldemocratica dovrebbe avere orientamenti altrettanto riconoscibili.
Un'alleanza con il centrodestra imporrebbe quindi di confrontarsi non soltanto con le posizioni di Forza Italia, ma anche con quelle di Fratelli d'Italia e della Lega. Il veto posto da Marattin sull'eventuale presenza di Vannacci costituisce un'indicazione politica, ma non chiarisce fino in fondo quali compromessi il suo partito consideri accettabili rispetto alle scelte già compiute dalla maggioranza.
Inoltre, l'idea secondo cui una maggiore presenza liberale potrebbe modificare gli equilibri del centrodestra richiederebbe una valutazione realistica dei rapporti di forza. Una formazione con un consenso ancora limitato dovrebbe spiegare attraverso quali strumenti potrebbe condizionare le decisioni di una coalizione dominata da partiti molto più grandi, soprattutto considerando che Marattin stesso, nel 2024, rimproverava a Forza Italia di non essere riuscita a svolgere quella funzione.
Una coerenza ancora da dimostrare
La vicenda di Marattin racconta una difficoltà che riguarda una parte consistente dell'area liberale e riformista italiana. Da anni si parla della necessità di costruire una rappresentanza autonoma, capace di superare le contrapposizioni tradizionali e di riportare al centro del confronto politico le riforme economiche e istituzionali. Eppure, ogni tentativo sembra finire per scontrarsi con divisioni personali, difficoltà organizzative e scelte di collocazione che rendono sempre meno riconoscibile il progetto originario.
Renzi ha scelto di riportare Italia Viva nel centrosinistra e si è assunto la responsabilità di quella decisione, esponendosi alle critiche di chi considera difficile conciliare l'identità riformista del partito con alcune posizioni del Movimento 5 Stelle. Sono obiezioni legittime, che meritano di essere affrontate nel merito. Ma se Marattin dovesse scegliere il centrodestra, non potrebbe sottrarsi a un confronto altrettanto rigoroso sulla compatibilità tra i propri principi e quelli degli alleati.
Non si tratta di sostenere che le due coalizioni siano equivalenti, né di negare che possano esistere ragioni programmatiche per preferirne una all'altra. Si tratta di riconoscere che il criterio utilizzato per giudicare la scelta di Renzi dovrebbe rimanere valido anche quando diventa scomodo per chi lo aveva sostenuto.
Marattin possiede indubbie competenze economiche e una capacità di argomentazione che lo distingue da molti protagonisti del dibattito pubblico. Proprio per questo sarebbe lecito aspettarsi una spiegazione più convincente della distanza tra il progetto liberaldemocratico rivendicato nel 2024 e le prospettive politiche che oggi vengono considerate praticabili.
La battuta di Bonifazi è certamente severa e contiene un giudizio sulle motivazioni personali di Marattin che non possiamo considerare dimostrato. Ma la vicenda politica che l'ha provocata esiste, è documentata e non può essere cancellata semplicemente rivendicando la continuità delle proprie idee.
Marattin ha naturalmente tutto il diritto di cambiare strada, come qualunque altro protagonista della politica. Resta però da spiegare come un progetto nato per sottrarsi al bipolarismo possa finire per cercare spazio proprio dentro uno dei due schieramenti e per quale ragione una scelta duramente contestata a Renzi dovrebbe diventare accettabile quando a compierla è il suo ex alleato. È su questa contraddizione, prima ancora che sulle trattative con Forza Italia, che si misura oggi la credibilità del progetto liberaldemocratico.
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Il punto non è soltanto che Franco Bellacci abbia deciso di togliersi qualche sassolino dalla scarpa contro Matteo Renzi. Il punto, politicamente molto più interessante, è che Luigi Marattin abbia scelto di raccogliere quello sfogo, incorniciarlo con cura e portarlo sulla pubblica piazza, spiegando prima di tutto chi fosse davvero Bellacci: "la persona in assoluto più vicina a Matteo Renzi", il "tuttofare", l'uomo con l'ufficio accanto a quello del presidente del Consiglio, fedele e disponibile ventiquattr'ore al giorno e sette giorni su sette.
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Elena Bonetti incontra Matteo Renzi nel 2014, alla Route nazionale AGESCI di San Rossore. Tre anni dopo sarà lui a chiamarla nella segreteria del Partito Democratico, aprendo una carriera politica che nel giro di poco tempo la porterà al governo. Nel 2023 Bonetti lascia Italia Viva e sceglie di continuare con Carlo Calenda il progetto del Terzo Polo. La versione ufficiale parla di coerenza politica. I retroscena di quei mesi raccontano però anche una storia di rapporti logorati, ambizioni, scommesse personali e di una convinzione: che il futuro del centro riformista potesse essere costruito facendo a meno di Renzi.
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Ettore Rosato è stato per anni uno degli uomini più importanti della macchina organizzativa renziana. Poi, proprio mentre prendeva forma il Terzo Polo con Carlo Calenda, Matteo Renzi cominciò a ridimensionarlo. Un anno dopo Rosato lasciava Italia Viva, fondava PER e nel giro di pochi mesi diventava vicesegretario di Azione. Una sequenza che, riletta oggi, qualche domanda la pone.
Un conto è stimare un politico, un altro è sentire il bisogno di difenderlo da qualsiasi critica. Nel caso di Matteo Renzi, sostenere che l'arroganza sia stata soltanto una caricatura costruita dai suoi avversari significa dimenticare una parte della sua storia politica. Una parte che, probabilmente, aiuta anche a capire ciò che è successo dopo.
C’è un’espressione usata dagli psicologi sociali che sembra fatta apposta per descrivere una parte del rapporto tra Matteo Renzi e il dibattito pubblico italiano: “Tall Poppy Syndrome”, la sindrome del papavero alto. Il papavero che cresce più degli altri si vede di più. E proprio perché si vede di più diventa quello da tagliare. Nel caso di Renzi il meccanismo è evidente: all’autorevolezza politica che molti gli riconoscono si accompagna da anni una ricerca quasi continua del passo falso capace di ridimensionarla.
A Trieste lo chiamerebbero un “misto in tecia”: un miscuglio disordinato di cose, idee o persone che hanno poco o nulla in comune. Nel nuovo centro che sta prendendo forma attorno al campo largo troviamo civici, socialisti, liberali, radicali, ex Cinque Stelle, amministratori locali e movimenti territoriali. Possono certamente provare a stare insieme alle elezioni. Più difficile capire cosa possa tenerli uniti dopo. Intanto, però, occupano uno spazio che Matteo Renzi e Italia Viva rivendicano come proprio.
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Matteo Renzi torna alla Festa nazionale dell’Unità, trova una platea tutt’altro che ostile e soprattutto trova Dario Franceschini. Non è un dettaglio: se c’è nel PD qualcuno che conosce il valore dell’organizzazione, dei voti e delle mediazioni necessarie per costruire una coalizione, è proprio l’ex ministro. E quando dice che da Renzi non si può prescindere, il messaggio sembra andare ben oltre i veti di Giuseppe Conte.
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Luca Sommi sostiene che la presenza di Matteo Renzi possa allontanare dal campo largo una parte degli elettori del Movimento 5 Stelle e degli indecisi. È un'ipotesi, non un dato acquisito. E qualche elezione già disputata suggerisce che il rapporto tra Renzi, Cinque Stelle e consenso sia meno semplice di come viene spesso raccontato.
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Italia Viva vuole e deve crescere, ma alcuni dei suoi spazi social sembrano parlare soprattutto a chi è già renziano. Il consenso si allarga ascoltando chi arriva, non applaudendosi tra conoscenti.
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