Riunione politica con un leader e la sua squadra intorno a un tavolo

Renzi è il suo capitale politico. La questione, adesso, è capire se Italia Viva possa diventare un partito capace di non vivere soltanto della sua voce.

Per essere un partito piccolo nei numeri, Italia Viva occupa parecchio spazio nel dibattito politico. Viene criticata, corteggiata, data periodicamente per finita e subito dopo accusata di condizionare alleanze molto più grandi di lei. La ragione principale ha un nome e un cognome: Matteo Renzi.

Di Renzi si può pensare tutto, ma è difficile considerarlo irrilevante. Conosce la politica e le istituzioni, sa sostenere un confronto e spesso riesce a portare la discussione sul terreno che preferisce. Anche gli avversari che ne sottolineano continuamente lo scarso peso elettorale dedicano parecchio tempo a prevederne le mosse o a commentarne le iniziative, mentre pochi leader alla guida di partiti ben più grandi riescono a catalizzare un’attenzione paragonabile.

Da qui nasce il giudizio più frequente su Italia Viva: è il partito di Renzi. Non è una definizione del tutto ingiusta, perché il partito è nato per sua iniziativa, porta chiaramente la sua impronta ed è ancora identificato in larghissima parte con lui. Fermarsi a questa constatazione, però, significa evitare la domanda più interessante: Italia Viva potrebbe diventare qualcosa di più?

Chiedere a Renzi di fare un passo indietro avrebbe poco senso. Un partito non cresce mettendo in disparte la persona più preparata e riconoscibile che possiede; il problema è piuttosto capire quanto spazio riesca ancora a occupare Italia Viva quando Renzi non parla, non è in televisione e non è lui a imporre il tema della giornata.

Eppure intorno al leader non c’è il deserto. Giachetti, Bellanova, Boschi, Paita, Borghi, Faraone, Scalfarotto e Bonifazi, per citare solo alcuni dei nomi più riconoscibili, hanno esperienza, competenze e una storia politica propria. Chiamarli semplicemente “gregari” sarebbe riduttivo, ma resta difficile individuare una proposta o un tema che l’opinione pubblica associ stabilmente a ciascuno di loro e, attraverso di loro, al partito.

Avere persone capaci, infatti, non basta se non vengono messe nella condizione di diventare riconoscibili per quello che pensano, propongono e realizzano. Se una posizione acquista peso soltanto quando viene pronunciata, rilanciata o confermata dal leader, la classe dirigente finisce inevitabilmente sullo sfondo anche quando avrebbe competenze e argomenti sufficienti per occupare uno spazio proprio.

È un rischio piuttosto comune nei gruppi costruiti intorno a una personalità forte. Ci si abitua ad aspettarne il giudizio, soprattutto quando quella persona ha dimostrato più volte di saper affrontare situazioni difficili e di possedere una conoscenza della politica superiore alla media. Nel breve periodo può essere perfino un vantaggio; con il tempo, però, questa abitudine rischia di trasformarsi in una dipendenza che impoverisce il partito senza che nessuno l’abbia davvero scelta.

Un partito dovrebbe funzionare diversamente: dovrebbe essere il luogo nel quale un’idea viene discussa, migliorata e trasformata in una posizione politica, lasciando a chi se ne occupa la possibilità di incidere sulla decisione e poi di risponderne pubblicamente. Anche il dissenso interno dovrebbe trovare uno spazio normale, senza essere interpretato ogni volta come un tradimento del leader o come il preludio inevitabile a una scissione.

Italia Viva ha una guida molto chiara, mentre la sua identità rimane più sfumata. “Riformista”, “liberale” ed “europeista” sono definizioni corrette, ma appartengono ormai al lessico di molti altri soggetti politici e, da sole, dicono poco a un elettore che voglia capire perché dovrebbe scegliere proprio Italia Viva. Per distinguersi servono scelte riconoscibili, alcuni temi sui quali lavorare con continuità, proposte concrete e persone che se ne assumano pubblicamente la responsabilità.

C’è poi il rapporto con il Partito Democratico. Italia Viva può dialogare con il PD e può allearsi con esso quando esistono obiettivi condivisi, ma questo non significa tornare a esserne un cespuglio. È nata da una separazione politica e, se quella separazione conserva ancora un significato, deve tradursi anche in un modo riconoscibile di affrontare i problemi e di formulare le proprie proposte.

Il PD può essere un alleato, ma non la casa alla quale rientrare dalla porta di servizio. Se Italia Viva servisse soltanto a raccogliere qualche voto moderato da consegnare a una coalizione guidata dal Partito Democratico, diventerebbe legittimo chiedersi quale sia la ragione della sua esistenza come soggetto politico autonomo.

L’autonomia, del resto, non si misura prendendo le distanze per principio. Si vede soprattutto nella capacità di avanzare proposte che gli altri non hanno il coraggio, la convenienza o l’interesse di sostenere. Sanità, lavoro, scuola, giustizia e politica industriale offrono spazio più che sufficiente per costruire un’identità, a condizione di scegliere alcune battaglie, seguirle nel tempo e affidarle a persone che su quei temi riescano a diventare riconoscibili e credibili.

Lo stesso lavoro dovrebbe cominciare dai territori. Un gruppo locale non può riunirsi soltanto quando arriva un dirigente nazionale o quando parte una campagna elettorale; dovrebbe conoscere i problemi del posto, confrontarsi con chi li vive e provare a trasformarli in proposte capaci di arrivare fino al livello nazionale. È un’attività molto meno visibile di un’intervista televisiva, ma è precisamente il lavoro che, con il tempo, trasforma un comitato in un pezzo di partito.

La domanda, allora, non è come limitare Renzi, ma come trasformare le sue capacità in una forza collettiva, riconoscibile anche negli altri.

Italia Viva non ha bisogno di un Renzi più piccolo. Ha bisogno piuttosto di persone capaci di crescere senza doverlo imitare, di un’identità sufficientemente chiara da non cambiare a seconda delle alleanze del momento e di una presenza politica che continui a essere riconoscibile anche quando il suo leader non occupa il centro della scena.

Se riuscirà a fare questo passaggio, smetterà gradualmente di essere percepita come il partito di una persona e potrà diventare, a tutti gli effetti, un partito con una propria classe dirigente e una propria fisionomia politica.

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