C'è una domanda che Italia Viva dovrebbe porsi seriamente se vuole uscire da quel 2-3% attorno al quale continua a muoversi nei sondaggi: come si conquista qualcuno che oggi non ci vota?
Può sembrare una domanda banale, ma basta frequentare alcuni gruppi Facebook vicini al partito per accorgersi che la risposta non è affatto scontata. Almeno per esperienza diretta, entrando in alcuni di questi spazi si ha talvolta la sensazione di arrivare in una comunità già formata, dove ci si conosce, ci si approva reciprocamente e si parla soprattutto tra persone che condividono già lo stesso giudizio su Matteo Renzi e su Italia Viva.
Non voglio trasformare qualche esperienza personale in una sentenza generale, sarebbe scorretto. Non tutti i gruppi funzionano allo stesso modo e non tutti hanno lo stesso scopo. Ma il problema esiste e merita di essere affrontato, perché riguarda qualcosa di molto più importante di Facebook: riguarda il modo in cui un partito accoglie chi si avvicina dall'esterno.
Quando il sostegno diventa autocelebrazione
Sostenere il proprio partito è normale. Difenderlo quando lo si ritiene attaccato ingiustamente lo è altrettanto, e non c'è nulla di strano nel fatto che un gruppo nato intorno a Italia Viva raccolga soprattutto persone che ne condividono idee e impostazione politica.
Il problema comincia quando il sostegno diventa approvazione quasi automatica. Quando Renzi ha sempre ragione, gli altri hanno quasi sempre torto e ogni difficoltà elettorale viene spiegata con l'incapacità degli italiani di capire quanto siano valide le nostre idee. A quel punto il clima rischia di assumere quella forma che, con un po' di ironia, si potrebbe riassumere con il vecchio detto: «Son bello, son bullo e so ballare, e chi è più bello di me è truccato».
Può perfino essere piacevole stare in un ambiente del genere. Si condividono gli stessi articoli, ci si conferma a vicenda che Renzi aveva previsto questo o quello, si sottolineano gli errori degli avversari e ogni tanto ci si domanda come sia possibile che gli elettori non riconoscano l'evidenza. Alla fine tutti sono ancora più convinti di prima.
Ma fuori da quel gruppo, nel frattempo, è cambiato qualcosa?
Il problema non è Facebook, è il recinto
Quando si parla di social network si usa spesso l'espressione echo chamber, camera dell'eco. È una formula efficace, ma va maneggiata con un po' di cautela. La ricerca non dimostra affatto che frequentare persone con opinioni simili trasformi automaticamente gli utenti in estremisti o renda inevitabilmente più polarizzate le loro idee.
Il punto che interessa qui è molto più semplice. Una comunità composta quasi esclusivamente da persone già convinte può funzionare benissimo per rafforzare l'identità di chi ne fa parte. Può motivare i militanti, far circolare informazioni, organizzare iniziative e creare appartenenza. Tutto utile.
Ma se quello stesso spazio vuole anche aiutare un partito a crescere, allora deve riuscire a fare una cosa diversa: parlare con chi arriva da fuori senza fargli percepire di essere entrato in una stanza nella quale tutti hanno già deciso chi ha ragione.
Ed è proprio lì che, a mio avviso, alcuni gruppi mostrano un limite.
Chi arriva da fuori dovrebbe essere il primo da ascoltare
Immaginiamo una persona che abbia votato in passato il Partito Democratico, Azione, Forza Italia o magari si sia semplicemente astenuta. Non ama particolarmente Matteo Renzi, però trova interessante una proposta di Italia Viva, legge un articolo, ascolta un'intervista e decide di entrare in un gruppo Facebook per capire meglio.
Quella persona, politicamente, dovrebbe essere preziosa. Non è ancora un voto acquisito, ed è proprio questo il punto. Se Italia Viva vuole crescere, deve parlare soprattutto con persone così, non soltanto con chi è già convinto.
Se entra, prova a intervenire e nessuno la considera, probabilmente non insisterà a lungo. Se trova quasi esclusivamente post celebrativi, può facilmente sentirsi un'estranea. Se poi esprime una critica a Renzi e si ritrova davanti una raffica di spiegazioni sul perché si sbaglia, è facile che decida di chiudere lì l'esperienza.
Non è soltanto una questione di buona educazione. È politica. Accogliere qualcuno che si affaccia per la prima volta, rispondergli, chiedergli perché la pensa in un certo modo, significa provare a capire un elettore che ancora non è dei nostri.
Personalmente troverei molto più interessante una persona che scrive «Renzi non mi piace, ma questa proposta mi interessa» rispetto all'ennesimo commento che ci ricorda quanto Renzi avesse ragione dieci anni fa. Perché dentro quel «ma» potrebbe esserci uno degli spazi nei quali Italia Viva può ancora crescere.
La critica non dovrebbe essere vissuta come un'intrusione
Nel precedente articolo dedicato al rapporto tra Renzi, antipatia e consenso siamo arrivati a una conclusione abbastanza semplice: Italia Viva non può pensare di conquistare milioni di elettori convincendoli prima che Matteo Renzi sia simpatico. Deve riuscire a fare in modo che l'antipatia personale non diventi automaticamente un veto su ogni proposta del partito.
Se è così, però, bisogna accettare anche una conseguenza scomoda: si può essere interessati a Italia Viva senza essere renziani in senso stretto. Si può stimare Renzi e allo stesso tempo pensare che abbia sbagliato una scelta, una dichiarazione o una strategia. Si può persino non sopportarlo e condividere alcune delle sue proposte.
Non dovrebbe esserci nulla di scandaloso.
Se in un gruppo è normale criticare Schlein, Conte, Meloni o Calenda, ma una perplessità su Renzi viene accolta come qualcosa da correggere immediatamente, quello spazio sta inevitabilmente privilegiando l'appartenenza rispetto al confronto. Può essere una scelta legittima, ma allora bisogna essere consapevoli che difficilmente servirà ad avvicinare chi quell'appartenenza ancora non ce l'ha.
Naturalmente apertura non significa lasciare campo libero a chi entra soltanto per insultare o provocare. Un gruppo politico serio ha bisogno di moderazione, probabilmente più di molti altri. Gli attacchi personali, le provocazioni continue e le guerre tra tifoserie possono rovinare qualsiasi discussione in pochissimo tempo.
Per questo filtrare gli ingressi e moderare i comportamenti ha senso. Molto meno avrebbe senso filtrare le opinioni.
Tra un sostenitore entusiasta di Renzi che insulta chiunque dissenta e una persona che non vota Italia Viva ma argomenta civilmente le proprie critiche, la seconda potrebbe essere molto più utile a un gruppo che vuole davvero capire come allargarsi.
Una regola potrebbe bastare: qui non è obbligatorio essere d'accordo con Matteo Renzi; è obbligatorio spiegare perché non lo si è. E, naturalmente, dovrebbe valere anche il contrario. «Renzi ha ragione» non è un argomento più completo di «Renzi è antipatico».
Un gruppo dovrebbe servire anche a mettere alla prova le idee
La stessa Italia Viva, parlando dei propri “Cantieri di Futuro”, li presenta come spazi nei quali confrontarsi e proporre idee. È una definizione che mi piace molto più dell'idea di una comunità costruita soltanto per sostenersi a vicenda.
Confrontarsi significa accettare che qualcuno non sia d'accordo. Proporre un'idea significa essere disposti a sentirsi dire che non funziona, che costa troppo, che esiste un'alternativa migliore o semplicemente che non convince.
Se la conclusione è già stabilita prima ancora di cominciare, più che un laboratorio abbiamo costruito un coro.
Un gruppo politicamente interessante dovrebbe permettersi anche domande scomode. Perché Italia Viva continua a essere così bassa nei sondaggi? Dove ha sbagliato? Perché una parte dell'elettorato riformista preferisce Azione? Ci sono proposte del PD, di Forza Italia o di altri partiti migliori delle nostre? Cosa non funziona nella comunicazione di Renzi? Quali figure dovrebbero emergere accanto a lui?
Non vedo perché domande del genere dovrebbero indebolire Italia Viva. Al contrario, un partito che non sa discutere serenamente dei propri limiti difficilmente riuscirà a superarli.
E poi c'è una cosa molto più semplice: ascoltare chi arriva. Se un nuovo iscritto pubblica per la prima volta, qualcuno dovrebbe rispondergli. Se pone una domanda, dovrebbe trovare un interlocutore. Se porta una critica ragionata, quella critica può diventare l'occasione per capire cosa pensa una persona che non appartiene ancora al nostro mondo.
Forse cinque minuti dedicati a quella persona fanno più politica dell'ennesima condivisione di un'intervista sulla quale tutti i presenti sono già d'accordo.
Il consenso si costruisce anche così
Italia Viva ha una situazione piuttosto particolare. Matteo Renzi conserva una visibilità e una capacità mediatica enormemente superiori al peso elettorale del partito. Viene ascoltato anche da chi non lo voterebbe, divide, irrita, incuriosisce, provoca reazioni. In altre parole, continua a portare persone davanti alla porta.
Il problema è capire cosa trovano quando quella porta la aprono.
I gruppi e le comunità social potrebbero essere utilissimi proprio perché consentono ciò che una trasmissione televisiva non permette. Un'intervista finisce dopo venti minuti; una comunità può accompagnare una persona per settimane o mesi, farle conoscere altre figure, discutere una proposta, mostrarle che dentro Italia Viva non esiste un pensiero unico.
Ma questo funziona soltanto se quella persona sente di poter entrare.
Se invece percepisce che per essere accettata deve prima dimostrare di essere renziana, condividere il giudizio dominante e magari partecipare all'“Osanna nell'alto dei cieli”, è molto probabile che se ne vada. E forse se ne andrà pensando di aver avuto conferma dei propri pregiudizi.
Non credo che questo faccia bene a Italia Viva. Un gruppo Facebook, da solo, non decide naturalmente le sorti elettorali di un partito. Ma può riflettere un atteggiamento più generale, e quello sì sarebbe preoccupante: continuare a parlare soprattutto con chi è già convinto invece di provare a capire chi ancora non lo è.
Una comunità politica sicura delle proprie idee non dovrebbe avere paura di metterle alla prova. Se una proposta è buona, una critica può migliorarla. Se non regge neppure alle obiezioni di un nuovo iscritto su Facebook, sarà difficile pensare che regga davanti a milioni di elettori.
Per questo non mi interessa particolarmente vedere un post con il 95% dei commenti favorevoli. Molto più interessante sarebbe vedere qualcuno entrare con una posizione distante, discuterla senza essere aggredito e magari, alla fine, riconoscere che almeno su una questione Italia Viva gli ha dato qualcosa su cui riflettere.
Non serve che esca convertito al renzismo. Basta che esca pensando: «Non condivido tutto, ma qui posso discutere. E alcune delle loro idee meritano attenzione».
Il consenso politico nasce anche in questo modo, lontano dai grandi comizi e dalle strategie costruite nei palazzi: quando una persona che non è ancora dei nostri trova una ragione per restare abbastanza a lungo da ascoltarci.
E allora resta la domanda dalla quale siamo partiti.
Se un gruppo produce soltanto consenso tra chi è già d'accordo, sta davvero facendo politica o sta semplicemente confermando se stesso?