Donald Trump durante lo scambio con la giornalista Rachel Scott dopo le domande sulla promessa di 5.000 dollari in caso di vittoria repubblicana alle elezioni di midterm.
Donald Trump risponde alle domande sulla promessa di 5.000 dollari subordinata alla vittoria repubblicana. Quando Rachel Scott insiste, il presidente attacca la giornalista

La domanda, in fondo, era piuttosto semplice. Gli Stati Uniti hanno un debito federale che ha superato i 40 mila miliardi di dollari e Donald Trump continua a descrivere la propria politica economica come un successo straordinario. Perché allora, alla vigilia delle elezioni di midterm, promettere 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto se i Repubblicani riusciranno a conservare sia la Camera sia il Senato?

A porgliela è stata Rachel Scott, senior political correspondent di ABC News. Trump ha respinto immediatamente l’idea che si trattasse di un incentivo elettorale. Ha spiegato che quei soldi sarebbero piuttosto una «ricompensa» per gli americani costretti, secondo la sua lettura, a sopportare gli anni dell’amministrazione Biden. Scott ha allora provato a ricordargli un particolare tutt’altro che marginale: Trump aveva già promesso un dividendo di 2.000 dollari finanziato dai dazi e, a distanza di mesi, quegli assegni non erano arrivati.

È a quel punto che la discussione si è spostata dalla domanda alla persona che la stava facendo. Trump l’ha interrotta più volte con un secco «Not you», per poi concludere dicendole che lei e la sua rete erano «the worst». Scott non ha replicato all’insulto e non ha trasformato lo scambio in una disputa personale. Ha continuato a fare ciò che un giornalista dovrebbe fare quando una risposta non affronta il punto sollevato: insistere.

5.000 dollari, ma dopo le elezioni

La promessa era arrivata alla convention repubblicana di Dallas. Trump ha annunciato un “Trump Dividend” da 5.000 dollari per ogni cittadino americano adulto se i Repubblicani conserveranno entrambe le camere del Congresso alle elezioni di novembre. La frase pronunciata dal presidente lascia poco spazio alle interpretazioni: se i Repubblicani vinceranno Camera e Senato, gli americani riceveranno il dividendo.

Non significa che il singolo elettore debba dimostrare di aver votato repubblicano e, dal punto di vista giuridico, una promessa elettorale di questo tipo non equivale automaticamente alla compravendita del voto. Politicamente, però, il rapporto tra risultato delle urne e beneficio economico è stato stabilito dallo stesso Trump. Prima viene la vittoria repubblicana, dopo arrivano i 5.000 dollari.

La costruzione della promessa è altrettanto interessante. Non basta che i Repubblicani conservino una delle due camere: devono mantenerle entrambe. Se la Camera passasse ai Democratici e il Senato restasse repubblicano, o viceversa, la condizione indicata dal presidente non sarebbe soddisfatta.

Non possiamo sapere se Trump abbia formulato la promessa in questo modo proprio per garantirsi una possibile via d’uscita, e trasformare un sospetto in una certezza sarebbe scorretto. Possiamo però osservare il risultato politico della formula scelta: prima del voto il beneficio è chiarissimo e facile da ricordare; dopo il voto, se anche soltanto una delle due maggioranze cambiasse, esisterebbe già una spiegazione per la mancata erogazione.

C’è poi una questione meno suggestiva ma decisamente più concreta: trovare i soldi. Circa 240 milioni di cittadini adulti moltiplicati per 5.000 dollari significano una spesa nell’ordine di 1.200 miliardi. Le entrate derivanti dai dazi indicate dall’amministrazione come una delle possibili fonti sono enormemente inferiori e, soprattutto, il presidente non può semplicemente ordinare al Tesoro di staccare gli assegni: una spesa di quella portata deve essere autorizzata dal Congresso.

I dubbi non arrivano soltanto dai Democratici. Il repubblicano Thomas Massie ha scritto di sentirsi addirittura insultato dall’idea che il suo voto potesse essere comprato per 5.000 dollari e ha sollevato il rischio di nuova inflazione. Altri esponenti conservatori hanno chiesto molto più prosaicamente da dove dovrebbero arrivare oltre mille miliardi di dollari. È un’obiezione difficile da liquidare come propaganda dell’opposizione.

C’è chi promette di togliere le accise

Vista dall’Italia, la scena ha qualcosa di molto meno americano di quanto possa sembrare. Cambiano le cifre, il sistema istituzionale e le condizioni economiche, ma la politica conosce da sempre la forza di una promessa che l’elettore possa trasformare immediatamente nella propria vita quotidiana: meno tasse, una pensione più alta, un posto di lavoro, la benzina che costa meno, un assegno che entra sul conto.

Nel nostro immaginario resiste persino il celebre racconto attribuito ad Achille Lauro, quello della scarpa consegnata prima del voto e della seconda promessa dopo. Sulla veridicità letterale dell’episodio gli storici hanno più di qualche dubbio, ma forse è proprio la sopravvivenza dell’aneddoto a essere significativa: rappresenta perfettamente un’idea della politica nella quale il beneficio è reso visibile prima delle urne e completato soltanto dopo il consenso.

La campagna elettorale italiana del 1994 offre un esempio assai meno folcloristico e molto meglio documentato. A pochi giorni dal voto Achille Occhetto disse apertamente che la sinistra non prometteva miracoli. Il Paese, spiegò, avrebbe dovuto affrontare sacrifici e quei sacrifici avrebbero dovuto pesarne soprattutto su chi fino ad allora non li aveva mai fatti. Non risulta che abbia pronunciato la formula «lacrime e sangue» che gli è stata spesso attribuita, ma il significato politico del messaggio era chiarissimo: governare avrebbe comportato anche rinunce.

Dall’altra parte Silvio Berlusconi raccontava un futuro completamente diverso. Meno tasse, sviluppo, fiducia e la promessa di creare un milione di nuovi posti di lavoro. Nel confronto televisivo con Occhetto ribadì proprio quella cifra, sostenendo che in un Paese con milioni di imprenditori non fosse irrealistico immaginare un milione di assunzioni.

Occhetto perse e Berlusconi vinse. Sarebbe una caricatura della storia sostenere che gli italiani votarono in un certo modo soltanto perché uno prometteva sacrifici e l’altro posti di lavoro: il 1994 segnò il crollo del vecchio sistema dei partiti, la nascita di Forza Italia, l’affermazione della Lega e il passaggio a una nuova fase della Repubblica. Ma il contrasto comunicativo rimane impressionante. Da una parte: non vi prometto miracoli, dovremo fare sacrifici. Dall’altra: meno tasse e un milione di posti di lavoro.

Non è difficile indovinare quale dei due messaggi fosse più gradevole da ascoltare.

La promessa fa il suo lavoro prima di essere mantenuta

Da allora la politica italiana ha continuato a dimostrare quanto sia potente una promessa semplice e immediatamente traducibile in denaro. Il centrodestra ne ha fatto in particolare uno dei tratti più riconoscibili della propria comunicazione: riduzione delle tasse, flat tax, pensioni minime più alte, interventi sulle accise. Alcune promesse sono state mantenute, altre realizzate soltanto in parte, altre hanno cambiato forma durante il governo e altre ancora sono tornate da una campagna elettorale alla successiva.

Prendiamo proprio le accise. Nel programma di Fratelli d’Italia del 2022 compariva la «automatica riduzione di Iva e accise» attraverso la sterilizzazione delle maggiori entrate fiscali generate dall’aumento dei prezzi energetici. Negli anni precedenti, dall’opposizione, esponenti dello stesso partito avevano chiesto interventi ancora più incisivi sul peso fiscale dei carburanti. Una volta al governo, la promessa si è dovuta confrontare con le compatibilità di bilancio, come accade molto spesso quando uno slogan elettorale incontra le finanze pubbliche.

Sarebbe però comodo trasformare tutto questo in un vizio esclusivo del centrodestra. Non lo è. Bonus, sussidi, agevolazioni, condoni, sgravi e benefici rivolti a determinate categorie attraversano la storia della politica italiana e sono stati utilizzati da maggioranze di colori diversi. Ciò che distingue il centrodestra, semmai, è la particolare efficacia con cui ha saputo trasformare questioni economiche complesse in un rapporto comunicativo immediato con l’elettore: pagherai meno, guadagnerai di più, lo Stato ti restituirà qualcosa.

Ed è qui che i 5.000 dollari di Trump diventano così familiari. Sono quasi la forma più semplice possibile di quel linguaggio. Non una riforma dalla quale, forse, deriverà un vantaggio economico. Non una crescita che, nel tempo, dovrebbe aumentare i redditi. Cinquemila dollari. Una cifra precisa. E una condizione altrettanto semplice: dobbiamo vincere.

Quando una promessa incontra una domanda

È proprio per questo che la domanda di Rachel Scott era giornalisticamente importante. Non perché fosse aggressiva, e nemmeno perché mettesse Trump in difficoltà. Un giornalista non misura la qualità del proprio lavoro dal fastidio che riesce a provocare nel politico che ha davanti.

Scott ha fatto qualcosa di molto più ordinario e, proprio per questo, più importante: ha collegato due affermazioni dello stesso presidente. Da una parte un’economia descritta come eccezionalmente forte; dall’altra la necessità di promettere 5.000 dollari agli americani a condizione che il Partito Repubblicano vinca le elezioni. Poi ha aggiunto un terzo elemento: un precedente assegno promesso e mai arrivato.

È così che una conferenza stampa smette di essere il luogo nel quale il politico deposita le proprie dichiarazioni e torna a essere il luogo nel quale quelle dichiarazioni vengono sottoposte a verifica.

La Casa Bianca ha difeso Trump sostenendo che il presidente è estremamente disponibile con la stampa e che non si tira indietro quando considera faziosa una domanda. È una posizione che va riportata. Rimane però difficile capire che cosa vi fosse di fazioso nel chiedere perché un beneficio da oltre mille miliardi di dollari debba essere collegato alla vittoria elettorale del partito che lo propone.

È altrettanto sbagliato ricavare da quella scena una comoda superiorità del giornalismo americano rispetto a quello italiano. Negli Stati Uniti esistono grandi testate indipendenti e ottimi cronisti, ma esistono anche televisioni apertamente schierate, giornalisti compiacenti, editori condizionati da interessi economici e un sistema mediatico nel quale una parte crescente del pubblico cerca soprattutto conferme alle proprie convinzioni. Da noi non mancano né i reggimicrofono né i giornalisti capaci di fare domande vere.

La distinzione non passa dall’Atlantico. Passa tra chi raccoglie una dichiarazione e chi pretende una risposta.

Occhetto, Berlusconi e il vantaggio di chi promette

C’è una ragione per cui il contrasto del 1994 conserva ancora oggi una sua forza. Occhetto disse agli elettori una cosa probabilmente responsabile ma elettoralmente terribile: dovrete fare sacrifici. Berlusconi disse una cosa assai più piacevole: pagherete meno tasse e creeremo un milione di posti di lavoro.

Non occorre stabilire chi avesse ragione per comprendere l’asimmetria. La promessa positiva produce il proprio rendimento politico nel momento stesso in cui viene pronunciata; la verifica sulla possibilità di mantenerla arriva dopo. A volte mesi dopo, a volte anni dopo. Nel frattempo possono essere cambiate la congiuntura economica, le maggioranze parlamentari, le condizioni internazionali o semplicemente la memoria degli elettori.

Trump aggiunge a questo antico meccanismo un elemento quasi perfetto dal punto di vista della comunicazione: una cifra che chiunque può capire e ricordare. Cinquemila dollari. Se Camera e Senato resteranno repubblicani.

Ed è proprio perché una promessa del genere svolge il proprio lavoro prima del voto che le domande devono arrivare prima del voto. Quanto costa? Chi paga? È davvero finanziabile? Perché bisogna vincere entrambe le camere? Perché un beneficio derivante, secondo Trump, dalla straordinaria forza dell’economia americana non può essere riconosciuto indipendentemente dal risultato elettorale? E che cosa è accaduto alle promesse analoghe fatte in precedenza?

Non spetta al giornalista dire all’elettore come interpretare le risposte. Spetta però al giornalista fare in modo che quelle risposte esistano.

Trump è libero di sostenere che i 5.000 dollari siano una ricompensa e non un incentivo. Rachel Scott è altrettanto libera di ricordargli che il pagamento è stato promesso soltanto se il suo partito vincerà Camera e Senato e di chiedergli perché. Definire quella domanda ostile non la rende meno pertinente.

Le promesse elettorali non scompariranno, e forse non sarebbe nemmeno auspicabile: fare politica significa anche proporre agli elettori ciò che si intende realizzare. Il problema nasce quando la promessa non viene accompagnata dal costo, dalle condizioni e dalla possibilità concreta di mantenerla.

E soprattutto quando, davanti a chi la pronuncia, rimane il microfono ma scompare la domanda successiva.

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