Giorgia Meloni al banco del Governo durante un acceso confronto parlamentare con esponenti dell’opposizione.
Immagine illustrativa sul confronto tra il governo Meloni e le opposizioni in Parlamento.

Giorgia Meloni governa da quasi quattro anni, molte delle riforme annunciate non sono arrivate al traguardo e i giudizi negativi sull’esecutivo superano largamente quelli positivi.

Eppure Fratelli d’Italia conserva sostanzialmente il consenso del 2022 e il centrosinistra non è riuscito a costruire quel vantaggio che una situazione del genere avrebbe lasciato immaginare. Prima ancora di chiedersi chi sarà il candidato premier, forse bisognerebbe capire perché.

Qualche sera fa, durante In Onda su La7, Emiliano Fittipaldi ha posto a Matteo Renzi una domanda tutt’altro che peregrina. Dopo quasi quattro anni di governo Meloni, sosteneva il direttore di Domani, un centrosinistra capace di approfittare delle difficoltà dell’esecutivo avrebbe dovuto trovarsi molto più avanti nei sondaggi: non con un vantaggio di pochi punti, destinato magari a sparire alla rilevazione successiva, ma con una distanza tale da far percepire l’alternativa come qualcosa di ormai maturo.

Fittipaldi indicava tra le cause la mancanza di un programma riconoscibile e quella litigiosità che continua a riemergere nell’opposizione, centro compreso. Renzi gli ha risposto insistendo proprio sul programma: si continua a discutere troppo di nomi, primarie, candidature e leadership, quando bisognerebbe cominciare a dire con chiarezza cosa si vuole fare su ceto medio, sicurezza, economia, infrastrutture, servizi e sulle altre questioni che, prima o poi, obbligano una coalizione a trovare una sintesi.

Tra Fittipaldi e Renzi, peraltro, esiste una storia precedente che è corretto ricordare. Il direttore di Domani ha firmato negli anni numerose inchieste riguardanti Renzi e il suo ambiente e il rapporto fra i due è diventato apertamente conflittuale. La vicenda della Fondazione Open, che ebbe per anni un’enorme esposizione mediatica, si è conclusa nel dicembre 2024 con il proscioglimento di Renzi e degli altri imputati; più recentemente il loro confronto si è intrecciato anche con il caso Striano e con la discussione sulla provenienza di alcune informazioni utilizzate dalla stampa. Sono questioni che meritano un approfondimento a parte, ma non rendono meno legittima la domanda di Fittipaldi e non serve utilizzarle per evitarla.

La domanda, infatti, rimane: com’è possibile che un governo giudicato negativamente da una parte così ampia dell’opinione pubblica non abbia prodotto, quasi per reazione, una crescita altrettanto evidente delle opposizioni?

Il malcontento c’è, ma non va necessariamente a sinistra

L’ultimo sondaggio YouTrend per Sky TG24 fotografa bene il paradosso. Il 59 per cento degli intervistati esprime un giudizio negativo sul governo, contro il 36 per cento che lo valuta positivamente, mentre più della metà ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata.

Se ci fermassimo a questi numeri, dovremmo aspettarci un Fratelli d’Italia fortemente ridimensionato, mentre è accaduto quasi il contrario: alle politiche del 2022 il partito di Giorgia Meloni ottenne poco meno del 26 per cento e, quasi quattro anni dopo, continua a essere rilevato intorno alla stessa quota. La coalizione che sostiene il governo ha perso qualcosa rispetto al 43,8 per cento con cui vinse le elezioni, ma una parte significativa di quel consenso non si è spostata verso il centrosinistra ed è confluita più a destra, verso Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.

È un dato sul quale l’opposizione dovrebbe riflettere parecchio, perché essere scontenti del governo non significa automaticamente diventare elettori di Schlein, Conte o Renzi. Si può scegliere l’astensione, rivolgersi a una destra più radicale oppure continuare a votare Meloni perché, pur giudicando male il suo governo, si considera ancora meno convincente ciò che viene offerto dall’altra parte.

Le elezioni, del resto, non sono un referendum sulla soddisfazione nei confronti di chi governa. Si sceglie tra alternative, ed è proprio sulla capacità di costruirne una che il centrosinistra continua ad avere il problema maggiore.

I voti ci sarebbero. Bisogna riuscire a farne una coalizione

Guardando soltanto le percentuali, il centrosinistra non sembra affatto condannato alla sconfitta. PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra valgono insieme oltre il 40 per cento; con Italia Viva si supera il 43 e, aggiungendo +Europa, si arriva intorno al 44-45 per cento. Se nel calcolo entrasse anche Azione, la somma aritmetica diventerebbe ancora più consistente.

Il problema è che una somma fatta con la calcolatrice non è ancora una coalizione, e nel 2022 lo abbiamo visto in modo quasi didattico. Il centrodestra ottenne il 43,8 per cento e vinse nettamente; dall’altra parte, sommando centrosinistra, Movimento 5 Stelle e Azione-Italia Viva, i voti erano più numerosi, ma erano distribuiti fra schieramenti che si combattevano tra loro e, con i collegi uninominali del Rosatellum, quella divisione costò una quantità enorme di seggi.

Quattro anni dopo il problema non è scomparso, anche se la prossima legge elettorale potrebbe essere diversa.

Il centrosinistra non soffre soprattutto per mancanza di voti potenziali. Soffre perché non è ancora riuscito a trasformare quei voti in una coalizione che gli elettori possano immaginare ancora unita il giorno dopo le elezioni.

PD, M5S, AVS, Italia Viva e le altre componenti possono avere percentuali sufficienti per competere con la destra, ma devono convincere chi vota che non stanno semplicemente sommando sigle per una notte.

Il centrodestra, con tutti i suoi contrasti, questo problema lo ha storicamente gestito meglio. Meloni, Salvini e Tajani non sono affatto d’accordo su tutto e spesso le divergenze sono profonde, ma la destra italiana ha imparato da tempo che si può litigare dentro una coalizione senza necessariamente distruggerla prima delle elezioni.

Nel centrosinistra accade più facilmente il contrario: una divergenza su un tema diventa una discussione sul perimetro, poi sulla compatibilità reciproca e infine sulla possibilità stessa di stare insieme. Si trascorrono così mesi a decidere chi abbia diritto a sedersi al tavolo prima di aver chiarito cosa dovrebbe esserci sopra quel tavolo, e quella che può sembrare una semplice questione di metodo finisce spesso per rappresentare la differenza tra vincere e perdere.

Essere contro Meloni non basta

Su questo Fittipaldi coglie un punto vero. Dopo quasi quattro anni non può più bastare l’elenco delle cose che il governo non ha fatto: la sanità in difficoltà, i salari, la produttività, la crescita debole, le riforme incompiute, il debito pubblico e l’enorme partita del PNRR offrono materia politica in abbondanza, ma non diventano automaticamente un programma alternativo.

Prima o poi bisogna spiegare cosa si farà diversamente, e occorre farlo proprio sui temi sui quali le opposizioni hanno differenze reali: politica estera e Ucraina, rapporto con l’Europa, fisco, politiche industriali, energia, sicurezza, immigrazione, welfare e giustizia. Non è necessario cancellare quelle differenze e sarebbe perfino poco credibile fingere che PD, M5S, AVS e Italia Viva la pensino allo stesso modo; una coalizione seria deve però stabilire prima delle elezioni quali decisioni intende prendere insieme.

Anche descrivere il governo Meloni come quattro anni di puro immobilismo sarebbe troppo semplice e, soprattutto, aiuterebbe poco a spiegare perché continui a reggere. Le grandi riforme hanno certamente prodotto risultati molto inferiori alle aspettative: il premierato non è arrivato al traguardo, l’autonomia differenziata è stata profondamente ridimensionata, la riforma costituzionale della giustizia è stata respinta al referendum e la crescita economica continua a essere molto debole nonostante una disponibilità eccezionale di risorse europee.

Meloni può però rivendicare la stabilità politica, dati favorevoli sull’occupazione, il rientro del deficit e una collocazione internazionale molto più tradizionale di quanto alcuni suoi avversari temessero nel 2022. Soprattutto, è riuscita finora a conservare un rapporto con il proprio elettorato tale da attraversare quasi quattro anni di governo senza subire il logoramento che spesso colpisce chi occupa Palazzo Chigi.

Chi vuole batterla deve partire anche da questo, perché non basta convincersi ulteriormente che il governo abbia lavorato male: bisogna convincere chi lo ha votato, chi oggi è indeciso o chi pensa di non andare alle urne che ciò che potrebbe venire dopo sarebbe migliore.

E Renzi?

Nel confronto con Fittipaldi una parte della discussione è inevitabilmente finita anche su Matteo Renzi, figura che continua a essere divisiva. Il fallimento del Terzo Polo, i rapporti difficili con Giuseppe Conte, le vecchie battaglie contro il Movimento 5 Stelle e una storia politica che continua a suscitare reazioni molto forti rendono Italia Viva un elemento non semplice dentro qualsiasi coalizione di centrosinistra, e negarlo sarebbe poco serio.

Sarebbe però altrettanto poco serio perdere il senso delle proporzioni. Italia Viva oggi vale nei sondaggi poco più del 2 per cento, mentre il Partito Democratico supera il 20 e il Movimento 5 Stelle il 10; se dopo quattro anni il centrosinistra non ha ancora costruito una proposta capace di distanziare nettamente la destra, è difficile attribuire una quota decisiva della responsabilità a chi dispone di due o tre elettori ogni cento.

C’è poi una distinzione che in questo dibattito tende a perdersi: fare opposizione e costruire un’alternativa di governo non sono la stessa cosa.

Renzi l’opposizione parlamentare al governo Meloni l’ha fatta e con una continuità difficile da contestare. È intervenuto su economia, salari, pressione fiscale, imprese, energia, sicurezza, trasporti, giustizia e riforme istituzionali; più volte ha cercato il confronto diretto con la presidente del Consiglio utilizzando anche un metodo politicamente efficace, cioè riprendere ciò che Giorgia Meloni sosteneva quando era all’opposizione e metterlo accanto a ciò che il suo governo ha fatto una volta arrivato al potere.

Si può considerare quell’opposizione efficace oppure irrilevante, così come si possono condividere le sue critiche o respingerle tutte. È più difficile sostenere che Renzi sia rimasto semplicemente a guardare.

Quello che i sondaggi non misurano

Giovanni Minoli ha espresso più volte un giudizio interessante proprio su questo punto. Nel 2024, al Festival della TV di Dogliani, indicò Giorgia Meloni e Matteo Renzi come due figure che, a suo avviso, possiedono una particolare capacità di comprendere la politica nazionale e internazionale. Non stava assegnando un voto alle loro idee né li stava mettendo sullo stesso piano politico; parlava, piuttosto, del mestiere.

Nell’agosto 2025, intervistato dal Messaggero, andò ancora più lontano. Alla domanda su chi potesse in prospettiva insidiare Meloni rispose: «L’unico è Renzi», aggiungendo che prima o poi sarebbe tornato perché anche lui capisce la politica e, a suo giudizio, quando parla raramente dice una sciocchezza.

Minoli può naturalmente sbagliarsi. La sua non è una profezia e non diventa vera soltanto perché proviene da qualcuno che ha raccontato la classe politica italiana per mezzo secolo; il giudizio, però, mette a fuoco qualcosa che un sondaggio non riesce a misurare:

Il peso elettorale di un partito e il peso politico del suo leader non coincidono necessariamente.

Italia Viva può valere il 2 o il 3 per cento e Renzi può incidere sulla costruzione di una coalizione più di quella percentuale, portando voti decisivi per raggiungere una soglia, parlando a una parte dell’elettorato moderato, contribuendo a determinare alcuni contenuti o diventando rilevante in particolari equilibri parlamentari. Allo stesso modo, guidare una forza del 20 per cento non significa automaticamente saper costruire intorno a quel consenso una maggioranza.

Per questo il problema dell’opposizione non può essere ridotto alla domanda su chi abbia pronunciato il discorso più efficace contro Meloni: criticare il governo è soltanto una parte del lavoro, mentre l’altra consiste nel trasformare quella critica in una proposta capace di governare.

La responsabilità di chi vuole guidare

Se il centrosinistra vuole presentarsi come alternativa, la responsabilità maggiore ricade inevitabilmente sulle forze che hanno i numeri per guidarlo.

Elly Schlein deve decidere quale coalizione vuole portare alle elezioni e quale identità intende darle. Giuseppe Conte deve stabilire fin dove l’autonomia del Movimento 5 Stelle sia compatibile con un progetto di governo comune. AVS dovrà trovare un terreno d’intesa con forze che su economia, impresa ed energia hanno posizioni molto diverse, mentre Italia Viva deve dimostrare che la scelta del centrosinistra non consiste semplicemente nel trovare un posto nella futura coalizione, ma comporta anche la disponibilità ad assumersi la responsabilità di un programma comune.

Azione ha un problema differente. Se Carlo Calenda continuerà a rifiutare sia il centrodestra sia una coalizione nella quale siano presenti Conte e AVS, dovrà spiegare quale funzione politica intende attribuire a una forza che può eleggere parlamentari ma sceglie in partenza di non partecipare alla costruzione di nessuna delle due possibili maggioranze.

Non è necessario che tutti diventino amici, perché le coalizioni raramente nascono dall’amicizia; è necessario, invece, che riescano a governare insieme. Il centrodestra, nel bene e nel male, lo ha capito da tempo, mentre il centrosinistra continua troppo spesso a confondere la compatibilità politica necessaria per governare con una compatibilità molto più vasta, quasi personale, che in politica semplicemente non esiste.

L’alibi del 2022 non c’è più

Nel 2022 la sconfitta poteva essere spiegata anche con la caduta improvvisa del governo Draghi, con elezioni arrivate in poche settimane, con il fallimento degli accordi fra le opposizioni e con una legge elettorale che trasformò la loro divisione in una valanga di collegi persi. Quattro anni dopo quell’alibi non è più disponibile.

Quattro anni sono un tempo enorme in politica e c’erano tutte le condizioni per studiare il governo Meloni, comprenderne i punti deboli, scegliere alcune priorità riconoscibili, preparare una proposta alternativa e decidere con chi presentarsi agli elettori. Se tutto questo non è ancora avvenuto con sufficiente chiarezza, la responsabilità non può essere attribuita al calendario e nemmeno soltanto a Giorgia Meloni.

Il centrodestra ha i propri problemi. La crescita di Vannacci introduce un elemento potenzialmente molto destabilizzante, la Lega ha perso terreno e all’interno della maggioranza non mancano divergenze reali; aspettare però che siano queste difficoltà a consegnare Palazzo Chigi al centrosinistra sarebbe un errore enorme.

Le elezioni raramente si vincono perché l’altro schieramento merita di perderle. Si vincono quando un numero sufficiente di persone decide che vale la pena affidarsi a chi vuole sostituirlo.

Fittipaldi ha quindi posto una domanda giusta: dopo quasi quattro anni, perché il centrosinistra non ha approfittato molto di più delle difficoltà del governo Meloni? La risposta probabilmente non sta nella mancanza di opposizione, perché di opposizione ce n’è stata molta, in Parlamento, sui giornali, nelle piazze e nel confronto politico quotidiano. È mancato soprattutto il passaggio successivo:

trasformare tante opposizioni diverse in un’alternativa.

Ed è forse questo il vantaggio più prezioso che Giorgia Meloni continua ad avere. Non il fatto che la maggioranza degli italiani sia soddisfatta del suo governo, perché i sondaggi raccontano una realtà diversa, ma il fatto che molti di quelli che non sono soddisfatti non abbiano ancora trovato dall’altra parte qualcosa di abbastanza convincente da indurli a cambiare.

Dopo quasi quattro anni, per il centrosinistra dovrebbe essere questo il dato più preoccupante.

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