Il 3 settembre 2026, ospite di Omnibus su La7, Carlo Calenda ha definito Matteo Renzi un «buffone», anzi un «bravissimo buffone», sostenendo inoltre che sarebbe interessato soprattutto a fare soldi e dire idiozie. Nello stesso intervento si è attribuito la «responsabilità di averlo riportato in Parlamento». È un giudizio sorprendente se confrontato con ciò che lo stesso Calenda diceva pubblicamente soltanto quattro anni prima, quando riconosceva di dovere a Renzi «personalmente moltissimo» e lo considerava «il miglior presidente del Consiglio dai tempi di Alcide De Gasperi». Tra quei due estremi ci sono un'alleanza elettorale, il tentativo fallito di costruire un partito unico e una separazione diventata progressivamente qualcosa di molto diverso da una normale divergenza politica.
Quando Calenda è stato chiamato a commentare la scelta di Renzi di lavorare alla costruzione di una coalizione di centrosinistra, avrebbe avuto molti argomenti politici da opporgli. Azione non vuole governare insieme a Giuseppe Conte e ad Alleanza Verdi e Sinistra, mentre Italia Viva considera ormai necessario costruire una coalizione sufficientemente ampia da competere con il centrodestra, pur continuando ad avere con alcune delle sue componenti divergenze profonde. È una distanza politica reale, comprensibile e più che sufficiente a spiegare perché i due partiti abbiano preso strade diverse.
Calenda ha però scelto ancora una volta un altro terreno, trasformando la critica alla strategia di Renzi in un giudizio sulla persona, sui suoi guadagni e persino sulla legittimità della sua presenza in Parlamento. Proprio quest'ultimo passaggio merita qualche attenzione, perché a forza di essere ripetuto rischia di diventare una di quelle ricostruzioni che finiscono per essere accettate senza più chiedersi se corrispondano davvero ai fatti.
Prima del Terzo Polo, un rapporto tutt'altro che lineare
La tensione fra Calenda e Renzi non è cominciata con la fine del Terzo Polo. Nel novembre 2021 Calenda dichiarava a L'Aria che tira che non avrebbe fatto politica con Renzi perché quel modo di fare politica gli faceva «orrore», liquidava la Leopolda con toni sprezzanti e gli contestava in particolare i rapporti professionali all'estero. Se ci fermassimo a quelle dichiarazioni, sarebbe facile raccontare la successiva alleanza come un accordo elettorale stipulato fra due uomini che già si detestavano.
La cronologia, però, non consente una ricostruzione così semplice. Il 20 febbraio 2022, durante il primo congresso nazionale di Azione al Palazzo dei Congressi di Roma, Calenda tornò a parlare di Renzi davanti ai delegati del proprio partito e lo fece con parole che difficilmente possono essere ridotte a una formula di cortesia. Disse che gli doveva «personalmente moltissimo» e che lo riteneva «il miglior presidente del Consiglio dai tempi di Alcide De Gasperi».
Nel febbraio 2022, per Carlo Calenda, Matteo Renzi era un uomo al quale doveva personalmente moltissimo e il miglior presidente del Consiglio italiano dopo De Gasperi.
Nello stesso discorso Calenda non rinunciò alla critica, anzi gli rivolse un attacco molto duro per le attività professionali retribuite all'estero e gli chiese di scegliere fra politica e business. Proprio questa contemporaneità rende il passaggio più significativo, perché dimostra che Calenda era perfettamente capace di distinguere ciò che contestava a Renzi dal giudizio politico sulla sua esperienza di governo e dal rapporto personale che fino a quel momento riconosceva di avere avuto con lui.
Non è quindi corretto retrodatare l'avversione attuale come se fosse sempre esistita nella stessa forma. Prima del Terzo Polo c'erano scontri, rivalità e giudizi pesantissimi, ma c'erano anche riconoscimenti pubblici che oggi sembrano appartenere a un'altra storia. Soltanto pochi mesi dopo quelle parole i due avrebbero deciso di correre insieme alle elezioni politiche.
L'accordo del 2022 e quel «l'ho riportato in Parlamento»
Nell'agosto 2022 Carlo Calenda aveva appena rotto l'accordo elettorale sottoscritto con Enrico Letta e il Partito Democratico quando cominciò la trattativa con Italia Viva. L'intesa che ne uscì non prevedeva che Renzi entrasse nelle liste di Azione come ospite né che Calenda gli concedesse qualche collegio per garantirgli la sopravvivenza politica. Fu costruita una lista comune, denominata Azione - Italia Viva - Calenda, nella quale le candidature furono suddivise in misura paritaria fra i due partiti.
Renzi accettò invece di lasciare a Calenda la leadership della campagna elettorale, tanto che fu proprio Calenda, annunciando l'accordo, a ringraziarlo pubblicamente per la «generosità». Il suo nome comparve nel contrassegno elettorale e divenne il volto principale della campagna, mentre i due partiti conservarono la propria autonomia e si divisero a metà le candidature.
È alla luce di questi fatti che va letta l'affermazione pronunciata nel settembre 2026 secondo cui sarebbe stata responsabilità di Calenda «riportare Renzi in Parlamento». Presa alla lettera, la frase è semplicemente sbagliata, perché Renzi era già senatore: era stato eletto nel 2018 e rimase membro del Senato fino alla conclusione della XVIII legislatura, nell'ottobre 2022. Alle elezioni del settembre 2022 non doveva quindi essere «riportato» in Parlamento, ma eventualmente rieletto.
Si potrebbe naturalmente interpretare la frase in senso politico, sostenendo che senza l'alleanza con Azione Renzi non sarebbe stato rieletto. Anche così, però, la rivendicazione non diventa un fatto, ma rimane un controfattuale impossibile da dimostrare e soprattutto poco compatibile con le condizioni nelle quali nacque quell'accordo.
Il primo sondaggio Quorum/YouTrend realizzato dopo la rottura fra Azione e Partito Democratico collocava infatti Azione al 2 per cento e Italia Viva al 2,2 per cento. Entrambe le forze erano dunque, in quella fotografia, sotto la soglia nazionale del 3 per cento necessaria per partecipare autonomamente alla distribuzione proporzionale dei seggi. Non c'era un grande partito di Calenda che accoglieva un piccolo partito di Renzi destinato altrimenti alla scomparsa parlamentare, ma due forze attestate intorno alla stessa dimensione elettorale che avevano un interesse evidente a presentarsi insieme.
C'era inoltre un problema molto concreto che riguardava Azione. Dopo avere rotto con il PD e con la federazione con +Europa, Calenda annunciò l'avvio della raccolta delle sottoscrizioni necessarie per presentare autonomamente le liste. La questione dell'esenzione per Azione era giuridicamente controversa e, nella peggiore delle ipotesi, il partito avrebbe dovuto raccogliere 56.250 firme in meno di due settimane, nel pieno del mese di agosto. Italia Viva, al contrario, aveva certamente diritto all'esenzione grazie alla presenza di un proprio gruppo parlamentare costituito entro il termine previsto dalla normativa.
L'accordo con Italia Viva risolse quindi anche questo problema. Dire che furono i militanti di Renzi a «raccogliere le firme per Azione» sarebbe impreciso, perché quelle firme alla fine non dovettero essere raccolte; è invece corretto dire che la presenza di Italia Viva nella lista comune rese superflua una raccolta che, fino a pochi giorni prima dell'accordo, Calenda aveva pubblicamente annunciato e che avrebbe rappresentato un ostacolo organizzativo tutt'altro che marginale.
Anche sul piano economico Italia Viva non partecipò alla campagna come un passeggero. Il rendiconto 2022 del partito, nella parte relativa alle spese elettorali sostenute nell'anno, registra oltre 1,3 milioni di euro sommando le voci per materiali e propaganda, acquisto e distribuzione di spazi informativi e organizzazione di manifestazioni. Il documento comprende anche il rendiconto di una precedente elezione suppletiva del gennaio 2022, quindi non sarebbe corretto attribuire automaticamente ogni euro alle politiche di settembre, ma l'ordine di grandezza rende comunque difficile rappresentare Italia Viva come una forza alla quale Azione avrebbe semplicemente offerto gratuitamente una campagna e una rappresentanza parlamentare.
Quando l'anno successivo il progetto del partito unico entrò in crisi, il tesoriere di Italia Viva Francesco Bonifazi sostenne inoltre che il partito avesse contribuito «in modo paritetico rispetto ad Azione» alle campagne del Terzo Polo, quantificando allora il contributo complessivo in oltre 1,2 milioni di euro; pochi giorni dopo Italia Viva parlò di quasi un milione e mezzo trasferito fino a quel momento al team pubblicitario utilizzato da Calenda. Quelle cifre comprendevano anche iniziative successive alle politiche e non possono quindi essere attribuite integralmente alla campagna del settembre 2022, ma confermano ancora una volta la natura finanziariamente reciproca dell'operazione.
Calenda non riportò Renzi in Parlamento. Renzi era già senatore e venne rieletto attraverso una lista costruita insieme da Azione e Italia Viva, con candidature divise a metà, risorse messe da entrambi i partiti e un accordo che risolveva anche per Azione il problema della presentazione delle liste. Calenda ebbe la leadership della campagna perché Renzi gliela lasciò e lui stesso lo ringraziò per quella «generosità». Trasformare quattro anni dopo quell'accordo reciproco in un favore personale concesso a Renzi significa riscriverne la storia pro domo sua.
Si potrebbe naturalmente cadere nell'eccesso opposto e sostenere che fu Renzi a salvare Calenda, perché Azione era allora intorno al 2 per cento e si trovava alle prese con il problema delle firme. Sarebbe una ricostruzione altrettanto arbitraria, perché nessuno può sapere che risultato avrebbero ottenuto separatamente i due partiti dopo una campagna condotta in condizioni diverse. La conclusione più aderente ai fatti è anche la meno adatta alla polemica personale: nell'agosto 2022 Calenda e Renzi avevano bisogno l'uno dell'altro.
La lista comune ottenne poi al Senato il 7,73 per cento, più di 2,1 milioni di voti e nove seggi. Non esiste alcun modo serio di separare retroattivamente quei voti fra «voti di Calenda» e «voti di Renzi», perché gli elettori votarono un unico contrassegno. Chiunque oggi pretenda di attribuire unilateralmente quel risultato a uno dei due protagonisti sta formulando un'ipotesi politica, non leggendo un dato elettorale.
Quando il passo indietro di Renzi non bastò più
Questo elemento è importante anche per capire ciò che accadde dopo le elezioni. Calenda ha spesso rimproverato a Renzi di non essere stato capace di fare un passo indietro, ma nell'estate del 2022 quel passo indietro avvenne concretamente: Renzi rinunciò alla leadership della campagna e affidò il ruolo principale a Calenda, che lo accettò e ne riconobbe pubblicamente la generosità.
Dopo il voto i due partiti decisero di andare oltre la semplice alleanza parlamentare e avviarono il percorso verso una federazione che avrebbe dovuto condurre alla nascita di un partito unico. Fu durante quella fase che il problema cambiò progressivamente natura, perché non si discuteva più soltanto di chi dovesse guidare il nuovo soggetto politico, ma anche di quali spazi autonomi Renzi potesse continuare a mantenere.
Un episodio particolarmente indicativo si verificò nell'aprile 2023, quando Renzi annunciò che avrebbe assunto per un anno la direzione editoriale del Riformista. La prima reazione di Calenda non fu negativa: si congratulò pubblicamente per il «nuovo prestigioso incarico» e scrisse che con Renzi il giornale avrebbe avuto una voce ancora più forte. Due giorni dopo, tuttavia, il tono era già cambiato e Calenda cominciava a parlare della necessità di una separazione molto netta fra il quotidiano e il Terzo Polo e dei rischi di conflitto di interessi.
La preoccupazione poteva naturalmente essere legittima, ma colpisce la rapidità con cui un incarico accolto inizialmente con un caloroso augurio diventò uno degli elementi della crisi. Alla questione del Riformista si aggiunse quella della Leopolda, la manifestazione che Renzi organizzava da molti anni e che una parte di Azione riteneva difficilmente compatibile con la costruzione del nuovo partito.
È qui che la domanda sulla leadership diventa più interessante. Se Renzi aveva già accettato che Calenda guidasse il Terzo Polo, il punto non era più semplicemente stabilire chi fosse il numero uno, ma capire quanto spazio politico autonomo potesse continuare ad avere chi non ricopriva quel ruolo. Un conto è chiedere a un ex presidente del Consiglio di non contendere la guida di un progetto comune, altro conto è considerare problematiche anche le attività editoriali, le iniziative politiche personali e una manifestazione nata molti anni prima del Terzo Polo.
Affermare che Calenda volesse cancellare Renzi dalla scena politica significherebbe attribuirgli un'intenzione che non possiamo dimostrare, e non è necessario farlo. È sufficiente osservare la dinamica concreta: il passo indietro sulla leadership che Renzi aveva già compiuto nel 2022 non fu sufficiente a risolvere il problema della convivenza fra due personalità politiche forti.
La vecchia polemica con Claudio Martelli
C'è un episodio precedente alla nascita del Terzo Polo che, riletto oggi, acquista un significato particolare. Nel febbraio 2022 Claudio Martelli, parlando di Calenda a L'Aria che tira, lo definì scherzosamente un po' «Ercolino faccio tutto io» e gli suggerì di costruire un vero partito nel quale confrontarsi alla pari con amici e compagni.
Calenda reagì ricordando il passato socialista di Martelli, accusò il PSI di avere prodotto un «disastro etico» e descrisse l'ex ministro, con un'immagine volutamente offensiva, come un «tappeto Kilim» accanto a Craxi. Martelli rispose a sua volta con toni ancora più duri e, dentro una polemica che non aveva certo il pregio della moderazione, formulò però anche un giudizio politico preciso:
«Calenda non discute perché non è capace e al primo confronto perde la testa».
Era il giudizio di Martelli nel mezzo di una lite personale e non avrebbe senso trasformarlo oggi in una diagnosi retrospettiva. La parte interessante del suo ragionamento era un'altra: Martelli ricordava che nei vecchi partiti personalità forti potevano discutere duramente, scontrarsi, perdere una battaglia interna e continuare comunque a convivere nella stessa organizzazione, mentre rimproverava a Calenda di non avere quella cultura del confronto.
All'epoca l'alleanza con Renzi non esisteva ancora. Qualche mese dopo Calenda avrebbe guidato proprio un progetto politico nel quale la convivenza fra due leadership forti sarebbe diventata il problema centrale, e meno di un anno dopo il tentativo di trasformarlo in un unico partito sarebbe naufragato fra accuse, comunicati e attacchi personali.
Due modi diversi di intendere la politica
Nel rapporto fra Renzi e Calenda pesa probabilmente anche una formazione molto diversa. Calenda arriva alla politica nazionale dopo una lunga esperienza professionale e manageriale, mentre Renzi viene dall'amministrazione locale, dalla Margherita, dal Partito Democratico, dai congressi, dalle correnti e da quella cultura nella quale alleanze e avversari cambiano perché cambiano le condizioni politiche e gli obiettivi da raggiungere.
Quella scuola può produrre tatticismo, trasformismi e manovre poco comprensibili agli elettori, e Renzi ne ha dato in più occasioni esempi che possono essere legittimamente criticati. Ha però anche una conseguenza meno spettacolare: chi vi è cresciuto tende a considerare normale che l'avversario di oggi possa diventare domani un interlocutore necessario senza che per questo debba improvvisamente diventare una persona stimata o un alleato naturale.
È esattamente su questo punto che Calenda attacca oggi Renzi, ricordando il suo rapporto tormentato con il Movimento 5 Stelle. Renzi ha combattuto i Cinque Stelle, ha contribuito successivamente alla nascita del governo Conte II, ha fondato Italia Viva, ha provocato la crisi che portò alla fine di quel governo, ha costruito il Terzo Polo anche in contrapposizione al campo largo e oggi lavora alla costruzione di una coalizione nella quale dovrebbe trovare posto anche il partito di Conte.
La successione degli avvenimenti è corretta, ma trasformarla automaticamente nella prova che qualsiasi cambiamento di strategia sia una forma di incoerenza significa applicare alla politica un criterio che nessun leader riesce realmente a rispettare. Lo stesso Calenda, nell'agosto 2022, firmò un accordo con il Partito Democratico, lo ruppe pochi giorni dopo e si alleò immediatamente con quell'uomo del cui modo di fare politica aveva detto, meno di un anno prima, che gli faceva «orrore».
Non è necessario concludere che Calenda fosse per questo incoerente. È sufficiente riconoscere che anche lui, quando le circostanze cambiarono, ritenne legittimo modificare alleanze e strategia. Lo stesso metro dovrebbe quindi valere quando a cambiare posizione è qualcun altro.
Il «beneficiato rancoroso» e una storia che Calenda stesso riconosceva
Nel rapporto fra i due ritorna da anni anche una vecchia espressione attribuita ad Andreotti, quella del «beneficiato rancoroso». Renzi l'ha utilizzata diverse volte per descrivere persone che, a suo giudizio, gli sarebbero state vicine quando occupava posizioni di potere per trasformarsi successivamente in critici particolarmente aggressivi.
Nel febbraio 2022 la utilizzò anche parlando di Calenda, precisando però che non si sarebbe pentito delle opportunità che gli aveva dato. Il punto, se si vuole ricostruire seriamente quella storia, richiede qualche distinzione: Calenda era già viceministro dello Sviluppo economico nel governo Letta, quindi non fu Renzi a inventarne la carriera politica; il governo Renzi lo confermò però nell'incarico, successivamente lo nominò rappresentante permanente dell'Italia presso l'Unione europea e, nel 2016, lo chiamò a guidare il Ministero dello Sviluppo economico.
Questi passaggi non creano naturalmente alcun debito politico permanente. Un ministro non deve fedeltà a vita al presidente del Consiglio che lo ha nominato e un politico conserva tutto il diritto di criticare chi in passato gli ha dato fiducia. Il dato interessante è un altro: a riconoscere pubblicamente quel rapporto non era soltanto Renzi. Al congresso di Azione del febbraio 2022 fu lo stesso Calenda a dire che a Renzi doveva «personalmente moltissimo».
È questo che rende particolarmente vistosa la trasformazione successiva. Nel febbraio 2022 Renzi era, nelle parole di Calenda, una persona alla quale doveva moltissimo e il miglior presidente del Consiglio dai tempi di De Gasperi; quattro anni dopo è diventato un «buffone» interessato soprattutto a fare soldi e dire idiozie, al quale Calenda rivendica perfino di avere restituito un posto in Parlamento.
Quando la rivalità politica diventa qualcosa di più
Sarebbe sbagliato raccontare Renzi come spettatore innocente della rottura del Terzo Polo. Ha ironizzato molte volte su Calenda, ha utilizzato nei suoi confronti la formula del «beneficiato rancoroso», ne ha contestato l'affidabilità e durante la crisi del partito unico non sono mancate stoccate personali e giudizi taglienti. Eliminare questa parte della storia servirebbe soltanto a trasformare una ricostruzione critica in un pezzo di propaganda.
Ciò che colpisce negli anni successivi alla separazione è però la frequenza con cui Calenda continua a riportare Renzi al centro delle proprie polemiche e soprattutto il terreno sul quale sceglie di farlo. Contestare il campo largo, il rapporto con Conte o la strategia politica di Italia Viva sarebbe perfettamente coerente con la linea di Azione; tornare ripetutamente sui guadagni di Renzi, sulla sua personalità, sulla sua affidabilità e perfino sulla pretesa di avergli consentito di sedere in Parlamento appartiene a un registro diverso.
Non abbiamo alcun bisogno di stabilire che cosa Calenda provi privatamente nei confronti di Renzi, perché sarebbe un esercizio psicologico senza fondamento. Ciò che possiamo valutare è il comportamento pubblico, e quel comportamento mostra una polemica che nel tempo si è allontanata sempre più dalle differenze programmatiche per concentrarsi sulla persona.
Il problema diventa ancora più evidente quando alcune delle ricostruzioni utilizzate per alimentare quella polemica vengono confrontate con gli atti. La campagna del 2022 non fu un favore di Calenda a Renzi, il Terzo Polo non fu una lista di Azione nella quale Italia Viva venne ospitata e Renzi non fu ripescato da un Parlamento dal quale era stato escluso. Fu un accordo fra due partiti di dimensioni elettorali simili in quel momento, con candidature divise paritariamente, una campagna finanziata da entrambe le strutture, una leadership concessa a Calenda da Renzi e vantaggi organizzativi reciproci.
La politica consente di cambiare opinione sulle persone, di rompere alleanze e persino di considerare un ex alleato un avversario da combattere. Ciò che non dovrebbe consentire è di modificare retroattivamente i fatti per adattarli alla polemica presente.
Il Terzo Polo è finito, la separazione molto meno
Calenda ha argomenti politici più che sufficienti per contestare Renzi senza bisogno di ricorrere a questo terreno. Può sostenere che una coalizione con Conte non sarebbe in grado di governare, che il campo largo sia una costruzione incoerente, che Italia Viva abbia cambiato troppe volte collocazione o che il progetto centrista del 2022 sia stato abbandonato troppo facilmente. Su ciascuno di questi punti esiste materia per una discussione politica seria.
Proprio per questo risulta difficile capire perché, a distanza di anni dalla fine di qualsiasi progetto comune, il confronto debba ancora passare attraverso il «buffone», i soldi, le idiozie e una pretesa paternità della rielezione di Renzi che i fatti non sostengono. La durezza in politica non è un problema, ma dovrebbe esserci una differenza riconoscibile fra attaccare duramente un avversario e riscrivere ciò che è accaduto per rendere più efficace l'attacco.
La storia documentata del rapporto fra Calenda e Renzi è più interessante della caricatura che ne resta oggi: prima si sono scontrati, poi Calenda ha riconosciuto pubblicamente di dovere moltissimo a Renzi e di considerarlo il miglior premier dopo De Gasperi, quindi si sono alleati perché entrambi avevano convenienza a farlo, hanno tentato senza successo di costruire un partito insieme e infine si sono separati. Ridurre tutto questo alla storia di Calenda che avrebbe salvato Renzi e poi scoperto la sua inaffidabilità significa cancellare troppi pezzi della vicenda.
Resta infine un paradosso difficile da ignorare. Durante la crisi del partito unico sembrò che il problema fosse la difficoltà di ridurre lo spazio politico autonomo di Matteo Renzi, fra il Riformista, la Leopolda e le altre iniziative attraverso le quali continuava a esercitare una propria leadership. Oggi quel progetto non esiste più, Italia Viva e Azione seguono strade differenti e nessuno obbliga Calenda a condividere con Renzi partiti, campagne o strategie; eppure Renzi continua a occupare uno spazio notevole nel suo discorso pubblico.
Il Terzo Polo è finito da tempo, ma ascoltando Carlo Calenda parlare di Matteo Renzi viene da pensare che la separazione, almeno per uno dei due, sia rimasta molto meno definitiva.