Matteo Renzi e Dario Franceschini alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia durante il confronto sul futuro del centrosinistra
Matteo Renzi e Dario Franceschini alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia: un confronto che riapre la partita sul ruolo di Italia Viva e dell’area riformista nel centrosinistra.

Il titolo scelto per l’incontro era quasi programmatico: Si può fare. Venerdì 11 settembre, nella sala Francesco Guccini della Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, Matteo Renzi e Dario Franceschini si sono ritrovati sullo stesso palco, moderati da Giovanna Pancheri. Per Renzi non era un ritorno assoluto nel mondo delle feste democratiche: negli ultimi anni aveva già partecipato ad alcuni appuntamenti locali e appena poche settimane prima era stato accolto molto calorosamente anche a Bologna. La festa nazionale del partito che ha guidato e poi lasciato nel 2019 ha però, inevitabilmente, un altro significato.

E conta anche chi gli è stato messo accanto.

Non sappiamo se la scelta di Franceschini come interlocutore sia stata pensata con un preciso significato politico: il Partito Democratico non lo ha detto e attribuire agli organizzatori una strategia non dichiarata sarebbe arbitrario. Resta il fatto che l’abbinamento difficilmente può essere considerato banale. Renzi non è stato invitato a discutere con un dirigente qualsiasi del PD, ma con uno degli uomini che più hanno contato nella storia del partito e che ancora oggi conserva un peso notevole negli equilibri interni e nella costruzione delle alleanze.

Franceschini viene dalla Democrazia Cristiana, è passato attraverso il Partito Popolare e la Margherita, è stato segretario del PD, più volte ministro e per molti anni uno dei principali tessitori delle maggioranze di centrosinistra. È anche, per storia e cultura politica, una delle figure che meglio rappresentano dentro il PD la tradizione cattolico-popolare e quella sensibilità moderata che il partito fatica oggi a intercettare da solo.

In aprile era stato proprio Franceschini a riconoscere apertamente che l’area più moderata della coalizione era troppo frammentata e che sarebbe stato utile ricondurla a una qualche forma di unità. È difficile dimenticarlo mentre lo si ascolta dire, pochi mesi dopo e con Renzi seduto accanto, che Italia Viva è un movimento che esiste, ha una sua personalità e soprattutto ha voti.

Prima del palco c’è già qualcosa da raccontare

L’accoglienza di Reggio Emilia merita attenzione, ma senza trasformarla in una conversione collettiva del popolo democratico al renzismo. La sala era piena, gli applausi ci sono stati e qualcuno dalla platea ha anche gridato «Matteo torna». Il momento emotivamente più forte della serata riguardava però Franceschini, alla sua prima apparizione pubblica dopo aver raccontato la malattia con cui convive da anni. Il pubblico della Festa lo ha accolto con evidente affetto e alla fine gli ha tributato una standing ovation.

Renzi era andato ad aspettarlo fuori dall’auto. È un dettaglio che appartiene al dietro le quinte e forse racconta qualcosa più dell’abbraccio davanti alle telecamere. Quando Franceschini arriva, trova lì l’ex presidente del Consiglio; poco dopo, dietro il palco, compare anche Pierluigi Castagnetti, altro esponente storico della tradizione popolare. Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del PD ed ex Rifondazione comunista, guarda la scena e scherza dicendo di dover uscire dalla stanza per il rischio di «democristianizzazione».

La battuta fa sorridere, ma fotografa abbastanza bene il momento. Franceschini, Castagnetti e Renzi provengono da percorsi diversi e si sono anche combattuti duramente, però conoscono una politica nella quale gli avversari interni si contano, si pesano e, quando serve, tornano a parlarsi. Renzi sul palco definirà Franceschini una «bussola politica quasi infallibile». Non è una dichiarazione casuale, considerando quante volte i due si siano trovati su fronti diversi.

E la serata non finisce con il dibattito. Dopo gli applausi e le fotografie, Renzi e Franceschini salgono in automobile e raggiungono una trattoria emiliana per una cena che il Corriere della Sera descrive come una rimpatriata fra popolari. Non è la prova di un patto segreto e sarebbe fantasioso raccontarla così. È però qualcosa di più di una stretta di mano protocollare fra due politici che si sono incontrati perché comparivano nello stesso programma.

Franceschini la politica l’ha imparata quasi in sacrestia

Per capire perché le sue parole su Renzi abbiano un peso particolare bisogna forse tornare proprio alla formazione politica di Franceschini. È uno di quelli che la politica l’hanno imparata quasi in sacrestia, nel senso migliore e più antico dell’espressione: cultura cattolica, Democrazia Cristiana, Partito Popolare, Margherita, mediazione, organizzazione, rapporti personali e soprattutto una certa abitudine a distinguere quello che si vorrebbe da quello che i numeri consentono di fare.

Franceschini non è diventato improvvisamente renziano e non ne ha alcun bisogno. È stato alleato di Renzi, suo ministro, avversario interno, mediatore e spesso interlocutore nei passaggi più complicati del centrosinistra. Proprio per questo la frase pronunciata a Reggio Emilia va presa sul serio: Matteo Renzi può essere simpatico o antipatico, ma ha costruito un movimento che c’è, ha personalità e voti, e nessuno può pensare di prescinderne.

Il riferimento più immediato è naturalmente Giuseppe Conte. Il Movimento 5 Stelle ha espresso ripetutamente la propria contrarietà alla presenza di Renzi nella coalizione e ancora negli ultimi tempi ha messo in discussione il contributo elettorale di Italia Viva. Franceschini ritiene invece che quei veti siano destinati a sparire. Nello stesso tempo riconosce a Conte il merito di avere portato stabilmente il Movimento nel campo progressista e non immagina affatto un centrosinistra senza M5S.

È il classico ragionamento franceschiniano: se per vincere servono tutti, si trova il modo di tenere dentro tutti. Non occorre che si amino.

Ma fermare qui la lettura delle sue parole rischia di essere riduttivo, perché nel frattempo attorno al centro del futuro centrosinistra si sta giocando un’altra partita.

Il centro che esiste e quello che deve ancora nascere

Alessandro Onorato sta lavorando da tempo alla costruzione di una nuova area civica e riformista. Intorno a quel progetto, con sensibilità e disponibilità differenti, sono comparsi i nomi di Riccardo Magi, Ernesto Maria Ruffini, Bruno Tabacci, Enzo Maraio e altri protagonisti di un centro che vorrebbe contribuire alla coalizione senza passare necessariamente da Italia Viva. Onorato, anzi, ha escluso esplicitamente un accordo con Renzi e rivendica l’ambizione di intercettare proprio quegli elettori che non si riconoscono né nella sinistra né nel leader di IV.

È un progetto politico legittimo e sarebbe sciocco considerarlo fallito prima ancora che abbia avuto la possibilità di misurarsi. Ma oggi c’è una differenza difficile da ignorare: Italia Viva, per quanto piccola nei sondaggi, esiste già come partito nazionale. Ha parlamentari, gruppi dirigenti, coordinamenti territoriali, amministratori, una comunità politica riconoscibile e un consenso che può essere giudicato insufficiente ma che è misurabile.

Dall’altra parte abbiamo ancora personalità, associazioni, movimenti e sigle che stanno cercando di capire se e come stare insieme. Con una punta di cattiveria, viene in mente Brancaleone da Norcia e la sua armata: molti cavalieri, diverse insegne e non ancora una strada condivisa.

La metafora può far sorridere, ma il problema politico è serio. Mettere insieme nomi autorevoli non significa automaticamente costruire un partito, e sommare sulla carta elettorati potenziali non significa ottenere quella somma alle elezioni. Prima occorre una leadership riconosciuta, poi un’organizzazione, una proposta politica distinguibile e infine la prova più antipatica di tutte: i voti veri.

Renzi quella prova l’ha già affrontata, con risultati che certamente non gli consentono di rivendicare il monopolio dell’area riformista. Italia Viva resta una forza piccola e il suo livello di consenso è uno dei problemi principali che il partito deve affrontare. Ma è difficile mettere sullo stesso piano una forza politica che già esiste e una nuova aggregazione che deve ancora dimostrare quale consistenza elettorale possa raggiungere.

Franceschini, con la sua esperienza, questa differenza la conosce benissimo.

Una scelta che forse dice più di quanto sembri

C’è anche un particolare che rende più intrigante il quadro della Festa dell’Unità. Nel programma nazionale Renzi c’era, e con lui Franceschini. Alessandro Onorato invece non figurava fra gli invitati. Il Foglio, già prima dell’incontro, aveva letto questa scelta in modo piuttosto esplicito, arrivando a sostenere che a Reggio Emilia il centro venisse di fatto rappresentato da Renzi.

È una lettura giornalistica e va trattata come tale. Il PD non ha consegnato a Renzi alcuna patente ufficiale di rappresentante unico del centro e alla Festa erano presenti anche altre personalità dell’area moderata. Sarebbe quindi eccessivo trasformare un programma di incontri in un congresso che non c’è stato.

Tuttavia la coincidenza resta interessante. Proprio mentre una parte dell’area riformista prova a organizzare un centro senza Italia Viva, Renzi viene riportato sul palco nazionale del PD e l’uomo scelto per dialogare con lui è Franceschini, cioè uno dei dirigenti che da mesi insiste sulla necessità di ricomporre la frammentazione moderata. E Franceschini, davanti a quella platea, dice apertamente che da Renzi non si può prescindere.

La sensazione, ascoltandolo, è che almeno una partita Franceschini la consideri già chiusa: non quella sulla leadership dell’intero centro, che rimane contendibile, ma quella sul diritto di Italia Viva a far parte dell’area riformista della coalizione. Chi vuole costruire qualcosa di nuovo può farlo e magari riuscirà persino a costruire qualcosa di più grande. Non può però partire dall’idea che basti dichiarare superato Renzi per sostituire automaticamente il partito, gli amministratori e gli elettori che oggi fanno riferimento a lui.

Da questo punto di vista, la lettura secondo cui Franceschini avrebbe semplicemente protetto Renzi dai veti di Conte racconta solo un pezzo della storia. Il messaggio può essere arrivato anche dall’altra parte, a chi immagina un nuovo centro il cui principale elemento identitario sia proprio l’assenza di Renzi.

Renzi, intanto, decide di togliersi dalla fotografia

Ed è qui che il leader di Italia Viva compie forse la mossa più intelligente della serata. Non approfitta dell’apertura di Franceschini per chiedere un posto più grande al tavolo. Dice invece che lui, a quel tavolo, può anche non sedersi.

Ha escluso una propria candidatura alle primarie, ha detto di non pretendere un posto blindato in Parlamento e soprattutto ha affrontato la questione della famosa fotografia dei leader. Se il problema consiste nel vedere Renzi accanto a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, quella fotografia può essere scattata senza di lui. Ciò che Renzi non accetta è che, insieme alla sua faccia, venga cancellato anche il pezzo di elettorato che Italia Viva rivendica di rappresentare.

Per il tavolo programmatico dell’area riformista propone così due amministratori: Silvia Salis e Gaetano Manfredi. È bene precisare che non sta annunciando la candidatura di nessuno. Salis ha finora mostrato pochissima disponibilità a partecipare alle primarie e lo stesso Renzi, parlando a Reggio Emilia, ha utilizzato una formulazione che lascia intuire come il suo auspicio non abbia ancora trovato un sì.

Il significato politico della proposta rimane però evidente. Renzi prova a separare la propria persona dalla rappresentanza dell’area riformista. Per uno che ha costruito Italia Viva attorno a una leadership fortemente personale non è un passaggio banale.

E porta con sé anche un rischio. Se Renzi può stare fuori dalla fotografia, Italia Viva deve dimostrare di essere riconoscibile anche senza il suo volto al centro. Non basta più sostenere che Renzi sia indispensabile; bisogna dimostrare che esiste un’area politica abbastanza forte da rendere indispensabile ciò che rappresenta.

Le primarie e il problema che viene prima del candidato

Il confronto di Reggio Emilia ha toccato naturalmente anche il tema della leadership della coalizione. Franceschini considera le primarie lo strumento più praticabile se non dovesse emergere spontaneamente un candidato condiviso, ma pone una condizione che appartiene ancora una volta alla sua idea molto concreta della politica: prima di scegliere il nome bisogna stabilire che cosa quel candidato dovrà fare.

In particolare chiede un patto fra i partecipanti alle primarie su un programma comune e indica la politica estera come uno dei terreni sui quali non ci si può permettere ambiguità. Non è difficile capire perché. Fra PD, Movimento 5 Stelle e area riformista rimangono differenze sostanziali sull’Ucraina, sul sostegno militare a Kiev e sul rapporto con la Russia.

Renzi ha ribadito una posizione difficilmente sovrapponibile a quella del M5S: la diplomazia è necessaria, ma senza le armi inviate all’Ucraina e senza le sanzioni contro Mosca, sostiene, oggi l’Ucraina non si troverebbe nelle condizioni in cui si trova. Se queste forze intendono governare insieme, prima o poi dovranno decidere quale politica estera dovrebbe seguire quel governo. Farlo dopo le elezioni sarebbe probabilmente troppo tardi.

Renzi ha anche chiarito che, nel caso di primarie ridotte a un confronto fra Elly Schlein e Giuseppe Conte, voterebbe Schlein. La frase ha raccolto una reazione positiva anche fra i Giovani Democratici presenti in sala e contribuisce a definire la posizione di Italia Viva senza bisogno di molte altre spiegazioni.

Gli applausi non sono il punto, ma non sono nemmeno irrilevanti

Una platea della Festa dell’Unità non rappresenta l’intero Partito Democratico e certamente non rappresenta tutto l’elettorato del centrosinistra. Sarebbe quindi ingenuo dedurre dagli applausi di Reggio Emilia che l’antipatia accumulata da Renzi in una parte di quell’elettorato sia improvvisamente scomparsa.

La sequenza delle ultime settimane, però, qualcosa racconta. Prima l’accoglienza molto calorosa alla Festa dell’Unità di Bologna, poi il ritorno alla manifestazione nazionale di Reggio Emilia, il «Matteo torna» arrivato dalla platea, gli applausi e infine un dirigente del peso di Franceschini che spiega pubblicamente perché Italia Viva non possa essere semplicemente cancellata dal progetto della coalizione.

Il cambiamento più interessante potrebbe non riguardare affatto la popolarità personale di Renzi. Riguarda il modo in cui una parte del PD sembra avere ricominciato a considerarlo: non più soltanto l’ex segretario che se n’è andato sbattendo la porta, ma il leader di una forza politica con la quale, piaccia o meno, bisogna tornare a fare politica.

Franceschini lo ha capito probabilmente prima di altri. Del resto è difficile immaginare che un uomo cresciuto politicamente nella scuola democristiana possa preferire, dovendo costruire una coalizione, un interlocutore del quale ancora non conosce organizzazione, leadership e voti a uno con cui ha litigato per anni ma del quale conosce perfettamente tutti e tre.

Questo non assegna a Renzi il monopolio del centro e non condanna Onorato, Magi, Ruffini, Tabacci o chiunque altro a mettersi in fila dietro Italia Viva. Se riusciranno a costruire un’area nuova, consistente e capace di aggiungere consenso, il centrosinistra avrà tutto l’interesse ad averla con sé. Ma prima dovranno costruirla.

Renzi, nel frattempo, una struttura ce l’ha già. È piccola, deve crescere e deve soprattutto dimostrare di poter diventare più votabile oltre il perimetro dei suoi sostenitori. Ma esiste.

Forse è questo che Franceschini ha detto davvero venerdì sera, senza bisogno di dirlo esplicitamente: quando arriverà il momento di mettere insieme i pezzi della coalizione, si potrà discutere a lungo di chi debba rappresentare il centro. Sarà molto più difficile discutere se Italia Viva debba esserci oppure no.

E allora il titolo della serata, Si può fare, acquista quasi un secondo significato. Renzi può anche scegliere di non stare nella fotografia. La vera scommessa, adesso, è dimostrare che quando lui si sposta di lato rimane comunque qualcosa che la coalizione non può permettersi di tagliare fuori.

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