Nel confronto con Maria Elena Boschi andato in onda a L'Aria che tira, Luca Sommi ha posto una questione che accompagna ormai da tempo qualsiasi discussione sul campo largo: Matteo Renzi può stare dentro una coalizione con il Movimento 5 Stelle oppure la sua presenza finisce per allontanare una parte di quell'elettorato e, magari, anche qualche indeciso?
Diamo a Cesare quello che è di Cesare. Sommi pone un'ipotesi politica perfettamente legittima, ma resta un'ipotesi. Il passaggio successivo, quello che trasforma la forte antipatia nei confronti di Renzi in una perdita elettorale netta per l'intera coalizione, avrebbe bisogno di qualche prova in più.
Che una parte dell'elettorato del Movimento 5 Stelle non sopporti Renzi è fin troppo evidente. Basta leggere i commenti che accompagnano ogni discussione sull'argomento per trovare un repertorio piuttosto colorito: traditore, serpente, crotalo, scorpione, uno di cui non ci si può fidare. Dietro queste definizioni c'è soprattutto il ricordo della caduta del secondo governo Conte, che una parte del mondo pentastellato non ha mai perdonato a Renzi.
Ma un conto è detestare un leader politico, un altro è stabilire che la sua presenza faccia perdere alla coalizione più voti di quanti riesca ad aggiungerne. Per arrivare a questa conclusione bisognerebbe sapere quanti elettori del Movimento 5 Stelle, trovandosi realmente davanti alla scheda elettorale, rinuncerebbero a votare il candidato comune perché nella stessa coalizione c'è Italia Viva. E bisognerebbe contemporaneamente sapere quanti elettori moderati, riformisti, liberali, ex democratici, astensionisti o provenienti dal centrodestra non prenderebbero invece in considerazione una coalizione nella quale quella componente non esiste.
È questa seconda metà del conto che troppo spesso viene dimenticata.
La ragione di Renzi è piuttosto semplice
Renzi l'ha spiegata senza troppi giri di parole: il suo compito non è convincere gli elettori che già apprezzano Giuseppe Conte. Quelli hanno già un partito da votare. Il suo compito, se Italia Viva vuole avere un senso dentro una coalizione, è portare dalla stessa parte persone che Conte non lo voterebbero.
È probabilmente questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi la discussione, perché una coalizione non serve a raccogliere sotto simboli diversi lo stesso elettorato. Serve, al contrario, a mettere insieme pezzi di società che hanno sensibilità diverse e che da soli non sarebbero sufficienti per costruire una maggioranza.
Se il campo largo deve coincidere sostanzialmente con PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva serve poco e probabilmente Renzi diventa soprattutto un problema da gestire. Se invece l'obiettivo è battere il centrodestra e governare il Paese, bisogna chiedersi dove trovare i voti che oggi all'opposizione mancano.
Renzi individua quello spazio nell'area riformista, moderata, liberal-democratica, cattolica e socialista, nel mondo produttivo e professionale, tra gli elettori che non si riconoscono nella destra ma nemmeno in un centrosinistra che percepiscono troppo sbilanciato verso le posizioni di Conte, Fratoianni e Bonelli. Dentro quello spazio ci sono anche persone che in questi anni hanno votato centrodestra o hanno semplicemente smesso di votare.
Il fatto che Italia Viva, da sola, raccolga oggi percentuali modeste non elimina il problema. Anzi, lo rende ancora più evidente: Renzi deve dimostrare di riuscire ad allargare quell'area ben oltre i confini del proprio partito. Se non ci riuscirà, sarà un limite di Italia Viva e del suo leader. Ma il punto politico rimarrà comunque lì, perché quegli elettori non diventano automaticamente disponibili per Conte solo perché Renzi viene lasciato fuori dalla coalizione.
Genova e Umbria qualcosa ci dicono già
È proprio per questo che la tesi secondo cui Renzi renderebbe il campo largo meno votabile dovrebbe essere confrontata con quello che è già successo quando Cinque Stelle e renziani si sono trovati davvero dalla stessa parte.
Alle comunali di Genova del 2025 Silvia Salis si è presentata con una coalizione molto larga. C'erano il Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, il Movimento 5 Stelle e una componente centrista e riformista nella quale convivevano Italia Viva, Azione e +Europa. Non si trattava quindi di un'alleanza teorica costruita in uno studio televisivo: sulla scheda elettorale gli elettori del M5S sapevano perfettamente di sostenere lo stesso candidato dei renziani.
Silvia Salis ha vinto al primo turno con il 51,48 per cento.
Questo risultato non dimostra che abbia vinto grazie a Italia Viva, e sarebbe poco serio utilizzarlo in questo modo. Dimostra però qualcosa che riguarda direttamente l'ipotesi di Sommi: la presenza dei renziani non ha reso invotabile quella coalizione per l'elettorato pentastellato. M5S e Italia Viva erano insieme, gli elettori lo sapevano e la coalizione non soltanto ha vinto, ma ha superato al primo turno la maggioranza assoluta.
Qualche mese prima era accaduto qualcosa di analogo in Umbria. Stefania Proietti guidava un campo largo che comprendeva il Movimento 5 Stelle; Italia Viva, pur senza presentare il proprio simbolo, aveva due candidati all'interno della lista Civici Umbri e aveva sostenuto apertamente la candidatura di Proietti. Anche in quel caso, quindi, nessuno poteva sostenere che la componente renziana fosse estranea alla coalizione.
Proietti ha vinto con il 51,13 per cento contro il 46,17 di Donatella Tesei.
Anche l'Umbria non dimostra che senza Italia Viva il centrosinistra avrebbe perso. Dimostra però che elettori pentastellati e renziani possono sostenere lo stesso candidato e vincere. È già qualcosa, soprattutto se contemporaneamente si sostiene che la sola presenza di Renzi rischi di provocare una fuga dell'elettorato del Movimento.
Poi c'è la Liguria del 2024, che racconta il caso opposto. Italia Viva rimase fuori dalla coalizione di Andrea Orlando dopo settimane di veti e tensioni attorno alla lista riformista. Orlando perse contro Marco Bucci con il 47,36 per cento contro il 48,77: appena 1,41 punti di differenza.
Non possiamo sapere se con Italia Viva dentro Orlando avrebbe vinto, perché le elezioni non si ripetono cambiando una sola variabile. Possiamo però sapere cosa è realmente accaduto: in Liguria il centrosinistra ha escluso Italia Viva e ha perso; in Umbria Italia Viva ha partecipato alla coalizione attraverso candidati civici e il centrosinistra ha vinto; a Genova Italia Viva è entrata esplicitamente nel campo largo insieme al Movimento 5 Stelle e il centrosinistra ha vinto al primo turno.
Non è la dimostrazione che “con Renzi si vince”. È però una discreta controprova rispetto all'automatismo opposto, quello secondo cui Renzi renderebbe necessariamente più debole la coalizione. Se qualcuno sostiene che la sua presenza provochi una perdita netta di consenso, a questo punto dovrebbe essere lui a dimostrarlo.
Il “traditore” e la crisi del Conte II
Rimane naturalmente la ragione più profonda dell'ostilità nei confronti di Renzi: la caduta del secondo governo Conte.
Italia Viva provocò quella crisi. È inutile cercare formule per attenuarlo e non credo che servirebbe neppure a difendere le ragioni di Renzi. Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto lasciarono il governo nel gennaio 2021 e l'equilibrio politico sul quale si reggeva il Conte II venne meno.
Il problema è che, nel racconto sedimentato negli anni successivi, è rimasto quasi soltanto l'ultimo fotogramma della vicenda. Renzi fece cadere Conte e quindi lo tradì. Poco importa ormai che cosa fosse successo prima, quali questioni fossero state poste e perché Italia Viva avesse deciso di arrivare alla rottura.
Eppure lo scontro era aperto da settimane.
Italia Viva contestava l'impostazione del Recovery Plan e soprattutto il modo in cui Palazzo Chigi immaginava di gestire le enormi risorse europee del Next Generation EU. Renzi considerava insufficiente il piano predisposto dal governo, chiedeva maggiori investimenti nella sanità, nelle infrastrutture, nella cultura e nei giovani e criticava una governance che riteneva eccessivamente concentrata attorno alla Presidenza del Consiglio e a strutture esterne rispetto ai ministeri.
C'era poi il MES sanitario. In piena pandemia Renzi sosteneva che l'Italia avrebbe dovuto utilizzare quelle risorse per rafforzare il Servizio sanitario nazionale, mentre il Movimento 5 Stelle continuava a opporsi. Anche questo non era un dettaglio inventato poche ore prima della crisi: era uno dei punti sui quali la maggioranza discuteva apertamente da mesi.
Italia Viva poneva inoltre un problema più generale sul funzionamento dell'esecutivo, sull'accentramento delle decisioni a Palazzo Chigi, sulla delega ai servizi di intelligence e sulla necessità di costruire un vero patto di legislatura. Secondo Renzi, non bastava tenere in piedi il governo perché nel Paese c'era un'emergenza; proprio l'emergenza imponeva di affrontare i problemi che all'interno della maggioranza erano ormai evidenti.
Si può giudicare tutto questo insufficiente per provocare una crisi nel pieno della pandemia. Si può ritenere che Renzi abbia forzato la mano, che avesse anche obiettivi politici personali o che avrebbe potuto continuare a trattare. Sono tutte critiche legittime.
Quello che non regge è cancellare le ragioni della crisi e sostituirle con una caratteristica psicologica del protagonista: Renzi fece cadere Conte perché Renzi è fatto così, tradisce, cambia alleanze e prima o poi colpisce.
Il 13 gennaio 2021, quando annunciò le dimissioni della delegazione di Italia Viva, Renzi disse anche qualcosa che oggi viene ricordato molto meno: non chiedeva elezioni anticipate e non poneva pregiudiziali né sulle formule né sui nomi di un eventuale nuovo governo. Sosteneva che si sarebbe votato nel 2023 e che Italia Viva era disponibile a discutere un programma per arrivare alla fine della legislatura.
Dopo Conte, infatti, non arrivò Giorgia Meloni. Arrivò Mario Draghi.
Se l'inaffidabilità è il criterio, allora deve valere per tutti
È qui che l'accusa di inaffidabilità comincia a mostrare qualche contraddizione.
Il Movimento 5 Stelle entrò nel governo Draghi, gli diede la fiducia e vi partecipò con propri ministri. Nel luglio 2022 decise però di non partecipare al voto di fiducia sul decreto Aiuti. Aveva le sue ragioni: il Reddito di cittadinanza, il salario minimo, il Superbonus, il decreto Dignità, le politiche sociali, il termovalorizzatore di Roma e altre questioni che Conte aveva formalmente posto a Draghi.
Erano ragioni politiche, esattamente come erano politiche quelle poste da Italia Viva al Conte II.
Ma c'era anche un Movimento profondamente diverso da quello uscito dalle elezioni del 2018, con un consenso fortemente ridimensionato e un'identità consumata dalla partecipazione prima al governo con la Lega, poi con il PD e infine all'esecutivo Draghi. Nello stesso documento consegnato al presidente del Consiglio, il M5S riconosceva quanto quella esperienza avesse eroso e sfibrato il proprio elettorato.
A quel punto il bisogno di tornare a distinguersi e, politicamente, di tornare a contarsi era piuttosto evidente.
Il 14 luglio il Movimento non partecipò alla fiducia. Draghi presentò le dimissioni, che Mattarella respinse, rimandandolo alle Camere. Sei giorni dopo ci fu quindi una seconda possibilità. Quando Draghi tornò in Parlamento per verificare l'esistenza della maggioranza, il M5S confermò la propria scelta; Lega e Forza Italia decisero a loro volta di non partecipare alla fiducia e l'esperienza del governo si chiuse.
A quel punto sarebbe ingenuo sostenere che nessuno potesse immaginare l'esito politico. Con M5S, Lega e Forza Italia fuori dalla maggioranza che aveva sostenuto Draghi, quale scenario realistico rimaneva? Un Conte III? Una nuova maggioranza costruita in pochi giorni tra forze che avevano appena contribuito, per ragioni diverse, a rendere impossibile la precedente?
Le elezioni non erano un automatismo costituzionale, ma erano diventate lo sbocco politicamente più probabile. E infatti arrivarono.
Il centrodestra le vinse nettamente e il governo Meloni intervenne successivamente anche sul Reddito di cittadinanza, fino al suo superamento. Non avrebbe senso sostenere che Conte abbia abolito il Reddito facendo cadere Draghi: sarebbe una ricostruzione semplicistica. Ma sarebbe altrettanto semplicistico continuare a tracciare una linea diretta tra la caduta del Conte II e l'arrivo di Giorgia Meloni, dimenticandosi il governo Draghi e la crisi che ne determinò la fine.
Se rompere con un governo al quale si è data la fiducia rende per sempre inaffidabile un interlocutore, il criterio dovrebbe valere per tutti. Altrimenti il problema non è più il principio, ma soltanto chi aveva il diritto di provocare una crisi e chi no.
Italia Viva non serve per assomigliare al Movimento 5 Stelle
È anche per questo che trovo poco convincente l'idea secondo cui Italia Viva, per poter entrare nel campo largo, dovrebbe prima diventare accettabile all'elettorato più ostile a Renzi.
Italia Viva non deve trasformarsi in un Movimento 5 Stelle più piccolo. Se partecipa a una coalizione deve farlo portando le proprie idee, anche quando non coincidono con quelle degli alleati: sul lavoro, sulle politiche industriali, sulle infrastrutture, sul rapporto tra impresa e crescita, sul garantismo, sull'Europa e sul modo stesso di intendere il riformismo.
Le differenze esistono e alcune sono profonde. Una coalizione che aspira a governare dovrà trovare mediazioni credibili, perché non basta mettere insieme i simboli per costruire un programma. Ma il problema non si risolve eliminando dalla coalizione chi rappresenta un elettorato diverso. Se per stare insieme bisogna prima diventare tutti uguali, non serve una coalizione: basta un partito.
È questo che rende curioso il ragionamento sul veto a Renzi. Al Movimento 5 Stelle viene riconosciuto il diritto di portare nella coalizione la propria identità, la propria storia e il proprio leader, comprese tutte le diffidenze che Conte può suscitare negli elettori moderati. Lo stesso vale per AVS e per le sue posizioni. Quando si arriva a Italia Viva, invece, la divisività di Renzi sembra diventare un problema ontologico che dovrebbe precedere qualsiasi discussione sui voti che quella componente potrebbe portare.
Non funziona così, almeno se l'obiettivo è vincere.
Il campo largo deve allargarsi davvero, soprattutto mentalmente.
Il limite più evidente dell'opposizione non è oggi la scarsità di sigle politiche. È la difficoltà di trasformare la somma di quelle sigle in una maggioranza nel Paese.
Per questo la domanda posta da Sommi andrebbe completata. Quanti elettori del Movimento 5 Stelle non voterebbero una coalizione nella quale è presente Renzi? È giusto chiederselo. Ma subito dopo bisogna domandarsi quanti elettori moderati non voterebbero una coalizione nella quale non esista una componente riformista riconoscibile, quanti elettori oggi nel centrodestra siano contendibili e quanti siano finiti nell'astensione perché non si sentono più rappresentati.
Genova e Umbria suggeriscono inoltre che il rifiuto proclamato nei confronti di Renzi non si traduce necessariamente, quando arriva il momento di votare, nel rifiuto del candidato comune. La Liguria, dal canto suo, ricorda che eliminare Italia Viva dalla coalizione non garantisce affatto la vittoria.
Questo è ciò che sappiamo oggi. Il resto andrebbe misurato.
Renzi rimane un leader divisivo e Italia Viva rimane un partito piccolo. Negarlo non aiuterebbe nessuno, tantomeno Italia Viva. Il partito deve ancora dimostrare di saper trasformare il proprio progetto riformista in una proposta capace di allargarsi oltre il suo attuale consenso e Renzi deve dimostrare che la propria leadership può attrarre nuovi elettori oltre a mobilitare quelli che già lo seguono.
Ma proprio questo dovrebbe essere il criterio con cui valutarne la presenza nel campo largo: quanti voti può aggiungere e quale parte del Paese può raggiungere che gli altri alleati non raggiungono.
Non quanto piaccia a chi ha già scelto Giuseppe Conte.
Perché alla fine il punto è molto meno sentimentale di come viene spesso raccontato. Se Italia Viva porta nel centrosinistra soltanto i voti che già possiede, il suo peso resterà quello indicato dai sondaggi. Se invece riesce a costruire un'area riformista capace di sottrarre consenso all'astensione e al centrodestra, la sua utilità politica può diventare molto superiore alla sua percentuale.
Questo è il compito che Renzi si è assegnato e su questo dovrebbe essere giudicato.
Quanto alla tesi secondo cui la sua presenza farebbe perdere più voti di quanti ne porti, Genova e Umbria hanno già dimostrato che non esiste alcun automatismo. Per trasformare quell'ipotesi in una certezza servono ancora i numeri.
E fino a quando quei numeri non ci saranno, resta aperta la domanda dalla quale siamo partiti: il veto su Renzi vale davvero più dei voti che Renzi può portare?