Il rapporto tra democrazia europea, potere tecnologico e nuovi centri decisionali globali.
Il potere economico e tecnologico ha ormai una dimensione globale. La sfida dell'Europa è recuperare capacità di decisione senza sottrarla al controllo democratico.

Enrico Borghi ha presentato in queste ore Democratic Review, una nuova piattaforma europea di analisi e dibattito nata a Bruxelles attorno alla difesa della democrazia, dell'Europa e della prospettiva degli Stati Uniti d'Europa. Si potrebbe liquidare la notizia come la nascita dell'ennesima rivista politica frequentata da parlamentari, studiosi e addetti ai lavori. Nel video con cui ne spiega le ragioni, però, Borghi tocca un punto che merita qualche attenzione in più: il potere sta cambiando luogo molto più rapidamente di quanto le nostre democrazie riescano ad aggiornare gli strumenti con cui controllarlo.

Per molto tempo siamo stati abituati a identificare il potere soprattutto con lo Stato. Si elegge un Parlamento, si forma un governo, si approvano leggi e chi governa, prima o poi, deve tornare davanti agli elettori. Non è mai stata una rappresentazione completa della realtà, perché interessi economici, grandi imprese, banche, mezzi di informazione e gruppi organizzati hanno sempre esercitato un'influenza sulla politica. La differenza è che oggi alcuni di questi soggetti operano su una scala che attraversa con enorme facilità i confini nazionali, mentre gran parte della decisione politica continua a essere organizzata dentro quegli stessi confini.

Le grandi piattaforme digitali gestiscono infrastrutture attraverso le quali passano informazione, comunicazione, commercio e una parte crescente della nostra vita quotidiana. Una modifica a un algoritmo può cambiare in poche ore ciò che milioni di persone vedono, leggono o non incontrano affatto. Grandi operatori finanziari gestiscono capitali su scala globale e possono condizionare investimenti, imprese e mercati muovendosi tra ordinamenti differenti con una velocità che le istituzioni pubbliche non sempre riescono a seguire. Nel frattempo sono diventati centrali i dati, la capacità di elaborarli e, sempre di più, i sistemi di intelligenza artificiale che su quei dati vengono costruiti.

Nessuno di questi poteri è necessariamente illegittimo. Le imprese private producono innovazione, investimenti, servizi e occupazione, e sarebbe piuttosto ingenuo immaginare una società moderna senza di esse. La domanda è un'altra: che cosa succede quando decisioni prese da soggetti che non rispondono agli elettori finiscono per incidere sull'informazione, sulla concorrenza, sull'accesso ai mercati, sulla privacy e persino sul modo in cui si forma l'opinione pubblica?

Votiamo i governi, ma non tutto ciò che condiziona le nostre vite

È probabilmente questo il passaggio più interessante del ragionamento. Possiamo cambiare un governo attraverso le elezioni, ma non votiamo i vertici delle piattaforme attraverso le quali passa una quota enorme della comunicazione pubblica, né possiamo intervenire direttamente sulle scelte di una società tecnologica che opera contemporaneamente in decine di Paesi.

Non significa che quelle decisioni debbano essere trasferite alla politica. Significa però che la politica deve conservare la forza necessaria per stabilire le regole entro cui quel potere viene esercitato. Altrimenti rischiamo una situazione curiosa: manteniamo intatte tutte le procedure della democrazia, continuiamo a votare regolarmente, ma una parte sempre maggiore delle decisioni che incidono sulla società viene presa altrove.

L'Unione europea si è già confrontata concretamente con questa trasformazione. Il Digital Markets Act ha individuato alcuni grandi operatori digitali come gatekeeper, cioè imprese che per dimensione e posizione costituiscono un punto di accesso decisivo tra aziende e utenti. Alphabet, Amazon, Apple, Booking, ByteDance, Meta e Microsoft figurano oggi tra i soggetti designati dalla Commissione europea. Il Digital Services Act affronta un altro pezzo dello stesso problema, imponendo obblighi più stringenti alle piattaforme di maggiori dimensioni anche rispetto ai rischi che possono produrre sui diritti fondamentali, sul pluralismo dell'informazione, sulla sicurezza e sui processi elettorali.

Non è quindi una discussione astratta tra chi ama la tecnologia e chi la teme. È già diventata materia di diritto perché ci siamo accorti che alcune decisioni private possono avere conseguenze pubbliche enormi.

Una democrazia debole lascia spazio a chi promette scorciatoie

Quando si parla di crisi della democrazia il discorso finisce spesso sui populismi, sulla polarizzazione, sulla ricerca dell'uomo forte e sulla crescente diffidenza verso partiti e istituzioni. Sono fenomeni reali, ma forse non spiegano tutto.

Una democrazia perde credibilità anche quando appare incapace di governare ciò che accade. Possiamo spiegare ai cittadini quanto siano importanti le procedure, l'equilibrio dei poteri e la rappresentanza, ma se poi le istituzioni che eleggono sembrano avere sempre meno strumenti per intervenire sulle grandi trasformazioni economiche, tecnologiche e internazionali, prima o poi qualcuno comincerà a chiedersi a che cosa serva scegliere chi governa.

È anche in quel vuoto che le scorciatoie autoritarie diventano seducenti. L'uomo forte promette di decidere dove la politica democratica appare lenta, frammentata o impotente. Rispondere soltanto spiegando che le soluzioni semplici non funzionano difficilmente sarà sufficiente. La democrazia deve dimostrare di essere capace di decidere, altrimenti rischia di difendere molto bene le proprie regole mentre perde progressivamente il controllo della realtà sulla quale quelle regole dovrebbero incidere.

È qui che l'Europa diventa una questione molto concreta

Il riferimento agli Stati Uniti d'Europa può sembrare una formula buona per i congressi federalisti. Diventa però molto meno astratto se lo si guarda attraverso il problema della dimensione del potere.

Un singolo Stato europeo ha capacità limitate quando deve confrontarsi con le maggiori piattaforme tecnologiche del pianeta, con mercati finanziari globali o con potenze delle dimensioni degli Stati Uniti e della Cina. L'Unione, grazie soprattutto alla grandezza del proprio mercato, dispone invece di una capacità regolatoria che nessuno dei suoi membri avrebbe da solo. Le norme europee sui mercati e sui servizi digitali hanno un peso proprio perché interessano centinaia di milioni di cittadini e consumatori.

Questo non significa che Bruxelles abbia sempre ragione, né che trasferire competenze all'Unione renda automaticamente una decisione più democratica. L'Europa soffre anzi di un problema opposto: molte persone percepiscono i suoi meccanismi decisionali come lontani, complessi e difficili da ricondurre a una responsabilità politica immediatamente riconoscibile. Se per recuperare capacità d'azione spostassimo semplicemente altro potere verso istituzioni che i cittadini sentono ancora più distanti, avremmo risolto soltanto metà della questione.

Per questo l'integrazione europea dovrebbe procedere insieme a una maggiore responsabilità democratica. Se chiediamo all'Europa di occuparsi di difesa, tecnologia, politica industriale, energia e politica estera, dobbiamo anche rendere più chiaro chi decide, con quale mandato e davanti a chi risponde.

È sotto questa luce che gli Stati Uniti d'Europa possono smettere di essere un ideale generico e diventare un progetto politico concreto: non la rinuncia alla sovranità nazionale per il gusto di trasferirla altrove, ma il tentativo di recuperare insieme una capacità di decisione che, agendo separatamente, gli Stati europei hanno già in parte perduto.

L'Europa non può diventare soltanto il continente delle regole

C'è però un'obiezione che non va liquidata. Ogni volta che Bruxelles regolamenta un nuovo settore tecnologico torna la critica secondo cui l'Europa produce norme mentre Stati Uniti e Cina producono imprese, piattaforme e innovazione. Sarebbe comodo rispondere che è soltanto propaganda anti-europea, ma una parte del problema esiste.

L'Europa ha bisogno di ricerca, investimenti, capitali e imprese tecnologiche capaci di crescere. Non può limitarsi a stabilire le regole alle quali devono adeguarsi aziende nate altrove. Una politica europea che sappia soltanto regolamentare rischia di essere molto efficace nel disciplinare il futuro costruito dagli altri.

Questo, però, non rende inutili le regole. Quando pochi soggetti controllano l'accesso a interi ecosistemi digitali, persino la concorrenza ha bisogno di un arbitro. Quando una parte enorme della discussione pubblica passa attraverso algoritmi proprietari, la trasparenza non può essere lasciata soltanto alla buona volontà delle piattaforme. E quando i dati diventano una risorsa strategica, sapere come vengono raccolti e utilizzati non è un fastidio burocratico ma una questione di libertà.

La sfida europea sta nel tenere insieme le due cose: capacità di regolare e capacità di innovare. Soltanto con la prima continueremo a dipendere tecnologicamente dagli altri; soltanto con la seconda rischieremmo di riprodurre gli stessi squilibri di potere che oggi stiamo cercando di governare.

Una rivista serve se riesce a uscire dalla stanza

È in questo quadro che un'iniziativa come Democratic Review può avere un senso. Di riviste, fondazioni e centri studi che si occupano dell'Europa ce ne sono già molti, quindi la sua utilità non dipenderà semplicemente dalla qualità degli autori o dal prestigio delle firme che riuscirà a coinvolgere.

La vera prova sarà riuscire a portare questa discussione fuori dagli ambienti che ne sono già convinti.

Se il dibattito sulla democrazia rimane confinato tra parlamentari, accademici, funzionari europei e persone che hanno già deciso da anni di essere federaliste, rischia di diventare una conversazione molto raffinata tra persone che la pensano in modo simile. Il passaggio più difficile consiste invece nel spiegare perché la concentrazione del potere tecnologico, il controllo dei dati, l'autonomia strategica e la dimensione europea riguardino anche chi non ha mai letto un trattato dell'Unione e magari considera Bruxelles soltanto il luogo dal quale arrivano regolamenti incomprensibili.

In fondo la domanda è molto semplice: chi decide?

Chi stabilisce le condizioni entro cui deve operare una piattaforma utilizzata ogni giorno da milioni di persone? Chi impedisce che una posizione dominante soffochi nuovi concorrenti? Chi può pretendere trasparenza nell'uso dei dati? Chi ha la forza per confrontarsi con aziende che operano contemporaneamente in decine di ordinamenti e dispongono di enormi capacità finanziarie, tecnologiche e informative?

E soprattutto: quando quelle decisioni producono conseguenze sulla vita dei cittadini, chi ne risponde?

Il potere non scompare, cambia indirizzo

Forse questa è la riflessione più utile che possiamo ricavare dalla presentazione di Borghi. La globalizzazione e la rivoluzione digitale non hanno fatto scomparire il potere; lo hanno redistribuito. Una parte è rimasta agli Stati, una parte è salita verso istituzioni sovranazionali, un'altra si è concentrata in soggetti economici e tecnologici capaci di muoversi su scala globale e con tempi molto più rapidi di quelli della politica.

Continuare a discutere di sovranità come se ci trovassimo ancora nel Novecento rischia quindi di portarci fuori strada. Possiamo proclamare ogni giorno la centralità dello Stato nazionale, ma non per questo un confine torna a essere sufficiente per governare un algoritmo, una piattaforma globale, una rete finanziaria o una tecnologia utilizzata contemporaneamente in mezzo mondo.

Per l'Europa la questione è particolarmente delicata. Integrare alcune capacità non dovrebbe significare allontanare ancora di più il potere dai cittadini, ma recuperare insieme una forza che i singoli Stati non possiedono più nella stessa misura. Perché questo avvenga davvero, però, all'aumento della capacità europea deve corrispondere un aumento della responsabilità democratica. Altrimenti avremo soltanto spostato il problema da un livello all'altro.

È probabilmente questa la sfida più difficile per le democrazie europee nei prossimi anni: governare la tecnologia senza soffocarla, accettare un'economia aperta senza rinunciare a stabilirne le regole, costruire una dimensione politica europea senza trasformarla in un esercizio riservato agli addetti ai lavori.

Se non ci riusciremo, il potere continuerà comunque a essere esercitato. Semplicemente, sempre più spesso verrà esercitato da qualcun altro.

E una democrazia che vuole avere un futuro non può accontentarsi di custodire le procedure con cui elegge chi governa. Deve fare in modo che chi viene eletto disponga ancora degli strumenti necessari per governare davvero.

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