Open, i 700 mila euro di Lucio Presta, l’Autogrill, gli accessi alle banche dati. Per anni il nome di Matteo Renzi è comparso accanto a indagini, sospetti e ricostruzioni che hanno avuto una risonanza politica enorme.
Alcune vicende non sono nemmeno arrivate a processo, altre oggi si leggono da una prospettiva completamente diversa. Rimane una domanda che va oltre la figura di Renzi: quanto costa politicamente un’accusa prima che la giustizia stabilisca se quell’accusa regge davvero?
Nell’agosto del 2015 Matteo Renzi era presidente del Consiglio, segretario del Partito Democratico e occupava una posizione nella politica italiana molto diversa da quella di oggi. Proprio in quei giorni Il Foglio pubblicò un retroscena firmato da Claudio Cerasa che, riletto undici anni dopo, conserva qualcosa di singolare.
Secondo alcuni ministri citati dal giornale, Massimo D’Alema andava sostenendo che il governo Renzi non sarebbe caduto per un voto parlamentare, per le minoranze interne o per l’opposizione, ma «per mano giudiziaria». Non era una dichiarazione pronunciata pubblicamente da D’Alema davanti a un microfono e non avrebbe senso trasformarla retroattivamente in qualcosa che non è: si trattava di un retroscena riferito da altri esponenti politici. Peraltro Renzi non cadde per mano giudiziaria, perché lasciò Palazzo Chigi nel dicembre 2016 dopo la sconfitta al referendum costituzionale.
Quella frase resta comunque interessante per un’altra ragione. Negli anni successivi il rapporto fra Renzi, magistratura, informazione giudiziaria e apparati dello Stato sarebbe diventato una presenza quasi costante nella sua vicenda politica, al punto che oggi è possibile tornare indietro e chiedersi quanto sia effettivamente rimasto delle accuse e dei sospetti che, nel momento in cui venivano formulati, occupavano giornali e trasmissioni televisive.
Open: quasi sei anni prima di scoprire che il processo non sarebbe nemmeno cominciato
La Fondazione Open è inevitabilmente il punto di partenza, sia per la durata dell’inchiesta sia per la dimensione politica che assunse.
L’ipotesi sostenuta dalla Procura di Firenze era che la fondazione che aveva finanziato la Leopolda e altre iniziative dell’area renziana fosse, nella sostanza, un’articolazione politico-organizzativa del partito. Da questa impostazione derivava, tra le altre, l’accusa di finanziamento illecito contestata a Matteo Renzi.
L’inchiesta iniziò nel 2019 e accompagnò per anni la sua vita politica. Open diventò una parola che ritornava continuamente accanto al suo nome, insieme ai finanziatori, ai bonifici, agli imprenditori, ai telefoni sequestrati, ai messaggi privati e ai conti bancari. Nel frattempo Renzi lasciava definitivamente il PD, fondava Italia Viva, contribuiva alla caduta del Conte II e alla nascita del governo Draghi, costruiva il Terzo Polo e vedeva progressivamente ridursi il proprio consenso elettorale.
Prima ancora che un giudice decidesse se le accuse fossero in grado di reggere in un processo, intervenne però la Corte costituzionale. La Procura di Firenze aveva acquisito messaggi WhatsApp ed e-mail di Renzi attraverso telefoni sequestrati ad altre persone, senza chiedere preventivamente l’autorizzazione del Senato. Palazzo Madama sollevò un conflitto di attribuzione e nel luglio 2023 la Consulta stabilì che quelle comunicazioni rientravano nella nozione costituzionale di corrispondenza e non potevano essere acquisite in quel modo senza autorizzazione parlamentare. La Corte annullò quindi il sequestro per la parte ancora efficace, mentre ritenne legittima l’acquisizione dell’estratto conto bancario.
Non si trattava di un giudizio sull’innocenza di Renzi, ma di una decisione istituzionalmente tutt’altro che secondaria: durante l’indagine Open una parte della sua corrispondenza era stata acquisita violando le prerogative costituzionali del Senato.
Il merito arrivò successivamente. Il 19 dicembre 2024 il GUP di Firenze pronunciò il non luogo a procedere nei confronti di Renzi e degli altri imputati e, per l’ex presidente del Consiglio, quella decisione è diventata definitiva nell’aprile 2025, quando la Procura di Firenze ha scelto di non impugnarla.
Tra l’inizio dell’inchiesta, nel 2019, e la definitività del proscioglimento sono trascorsi quasi sei anni durante i quali Open è esistita pienamente nella vita politica e nell’immagine pubblica di Renzi, mentre il processo nei suoi confronti, alla fine, non è mai cominciato. Questo non significa che i magistrati non dovessero indagare, ma mostra quanto il tempo giudiziario e quello politico funzionino in modo radicalmente diverso: ciò che per la giustizia è ancora un’ipotesi da verificare può diventare immediatamente, nel dibattito pubblico, una caratteristica permanente della persona indagata.
I 700 mila euro di Lucio Presta
Un altro caso riguardò i rapporti economici fra Renzi e il manager televisivo Lucio Presta. Al centro dell’indagine c’erano circa 700 mila euro ricevuti attraverso diversi contratti, compresi quelli per i diritti di Firenze secondo me, e l’ipotesi era che quei rapporti commerciali potessero essere fittizi e nascondere in realtà un finanziamento politico illecito.
Gli ingredienti per trasformare la vicenda in un caso mediatico erano quasi perfetti: un ex presidente del Consiglio, un manager molto noto, centinaia di migliaia di euro e il sospetto che dietro contratti apparentemente normali ci fosse qualcos’altro.
Le indagini andarono avanti, furono esaminati i pagamenti e i rapporti economici e, alla fine, la conclusione risultò opposta rispetto al sospetto iniziale. Fu la stessa Procura di Roma a chiedere l’archiviazione, poi disposta dal GIP nel marzo 2023, perché gli elementi raccolti non permettevano di sostenere che le operazioni fossero fittizie o che il denaro costituisse un finanziamento illecito.
Anche questa vicenda terminò quindi senza processo. Il punto non è mettere in discussione il diritto della Procura di approfondire una segnalazione, ma osservare cosa accade nel frattempo: l’ipotesi del finanziamento illecito diventa una notizia nel momento stesso in cui nasce, mentre la constatazione che non esistono elementi sufficienti per sostenerla arriva anni dopo e non necessariamente raggiunge lo stesso pubblico.
L’avvertimento di Franceschini
Nel gennaio 2021 Renzi stava portando fino in fondo lo scontro con Giuseppe Conte. Italia Viva ritirò le proprie ministre, il Conte II entrò in crisi e poche settimane dopo nacque il governo Draghi.
Qualche mese più tardi Renzi raccontò una conversazione avuta proprio in quelle ore con Dario Franceschini. I due erano su posizioni politiche opposte: Franceschini non condivideva la decisione di aprire la crisi e, secondo il racconto di Renzi, non lo chiamò nella speranza di fargli cambiare idea, ma per rivolgergli un avvertimento molto particolare:
«Non sai cosa ti stanno preparando contro, ti massacreranno anche sul personale, ti aggrediranno a tutti i livelli, non solo sui social».
La frase proviene dal racconto di Renzi di una conversazione privata e va trattata esattamente in questi termini: non è la registrazione di Franceschini e, da sola, non dimostra l’esistenza di alcun piano. Rimane però singolare la persona alla quale viene attribuita, perché Franceschini non era un renziano impegnato a confermare i timori del proprio leader, ma uno degli uomini più esperti del PD, ministro del governo che Renzi stava facendo cadere e politicamente contrario alla sua scelta.
Messa accanto al retroscena attribuito a D’Alema nel 2015, quella telefonata non prova una regia e non consente di costruire una teoria. Racconta però un clima nel quale politici con una lunga esperienza sembravano considerare del tutto plausibile che lo scontro politico con Renzi potesse rapidamente estendersi alla sua persona.
L’Autogrill: un caso nazionale senza un reato di Renzi
La vicenda dell’Autogrill di Fiano Romano è forse ancora più istruttiva proprio perché, in questo caso, Renzi non era accusato di avere commesso alcun reato.
Il 23 dicembre 2020 incontrò Marco Mancini, allora dirigente del DIS. Una professoressa presente nell’area di servizio filmò e fotografò i due e, secondo quanto ha sempre dichiarato, non sapeva chi fosse l’uomo che stava parlando con Renzi.
Il filmato arrivò successivamente a Report. Nella puntata del 3 maggio 2021 l’interlocutore venne identificato come Marco Mancini e l’incontro diventò immediatamente un caso nazionale. Si cominciò a chiedere perché Renzi vedesse un alto esponente dei servizi, di cosa avessero parlato, se ci fossero collegamenti con le nomine nell’intelligence e se quell’incontro avesse qualche rapporto con la crisi del governo Conte consumatasi poche settimane dopo.
Erano domande politicamente legittime, ma rimaneva un dato elementare: incontrare Marco Mancini in un Autogrill non costituiva alcun reato.
Con il passare degli anni, però, il centro della storia ha cominciato lentamente a spostarsi. La professoressa non risulta essere stata un’agente dei servizi e non sono emersi elementi che consentano di presentarla come tale; il passaggio decisivo nell’identificazione di Mancini sarebbe avvenuto invece attraverso Carlo Parolisi, ex appartenente all’intelligence.
Secondo le ricostruzioni pubblicate nei primi giorni di settembre 2026, il 27 aprile 2021 Parolisi chiamò Sigfrido Ranucci; circa quaranta minuti dopo il giornalista di Report Giorgio Mottola contattò lo stesso Parolisi e, nella stessa giornata, raggiunse Viterbo, nella zona dove abitava la professoressa che aveva realizzato il filmato, per poi incontrare l’ex 007 in Val d’Orcia. Il 3 maggio il servizio andò in onda e un uomo con volto oscurato e voce alterata identificò Mancini.
È un particolare importante, perché fino a quel momento nelle immagini c’erano Renzi e un uomo sconosciuto al grande pubblico; nel momento in cui quell’uomo ricevette un nome, un cognome e una qualifica nell’intelligence, la storia cambiò completamente natura.
Mancini, che puntava a un incarico superiore, lasciò i servizi pochi mesi più tardi andando in prepensionamento. Presentò anche una denuncia per diffamazione e violazione del segreto di Stato; quest’ultimo profilo venne successivamente archiviato perché la sua identità era già comparsa pubblicamente in precedenza.
Le ricostruzioni pubblicate in questi giorni dal Giornale vanno oltre e sostengono che dietro il caso potesse esserci una partita interna al mondo dell’intelligence, nella quale Mancini sarebbe stato il vero obiettivo e Renzi sarebbe finito coinvolto perché era la persona che lo aveva incontrato. Si tratta di una ricostruzione giornalistica che, allo stato attuale, non può essere presentata come un fatto giudiziariamente accertato.
Ciò che può già essere osservato è invece il progressivo rovesciamento della prospettiva. Nel 2021 la domanda dominante era che cosa stesse facendo Renzi con Mancini; oggi una parte crescente delle domande riguarda chi abbia identificato Mancini, quali contatti vi fossero tra alcuni ex uomini dei servizi e i giornalisti che prepararono il servizio e quale conflitto si stesse consumando all’interno del mondo dell’intelligence.
Renzi, curiosamente, sembra avere scelto di non entrare fino in fondo in questa guerra. Ha parlato dell’Autogrill come di un «regolamento di conti» interno ai servizi e, davanti alle nuove ricostruzioni, ha utilizzato soprattutto l’ironia, evitando di distribuire pubblicamente responsabilità fra uomini e settori dell’intelligence.
Ne risulta quasi un rovesciamento dei ruoli: per anni è stato lui a dover spiegare una vicenda nella quale appariva come il principale protagonista politico, mentre oggi che nuovi elementi spostano il centro della storia verso una possibile diatriba interna ai servizi sembra preferire che siano gli altri a chiarire che cosa accadde realmente.
Striano: quando Renzi compare dall’altra parte
Anche la vicenda di Pasquale Striano cambia completamente la posizione di Renzi nella storia, perché questa volta non troviamo un’inchiesta su un suo presunto comportamento illecito, ma il suo nome tra quelli oggetto di ricerche nelle banche dati.
La Procura di Roma ha chiesto nel maggio 2026 il rinvio a giudizio dell’ex finanziere Striano, dell’ex magistrato Antonio Laudati e di altri indagati nell’inchiesta sui presunti accessi abusivi e sulla diffusione illecita di informazioni riservate. Tra le personalità interessate dalle ricerche compare anche Matteo Renzi, insieme a ministri ed esponenti di diversi schieramenti.
Gli atti della Commissione parlamentare Antimafia dedicano inoltre un passaggio specifico alle anomalie relative agli accessi che lo riguardavano e ricostruiscono le successive verifiche sulle consultazioni compiute nelle diverse banche dati.
L’inchiesta è ancora aperta e una richiesta di rinvio a giudizio non è una sentenza. Per Renzi, però, il significato politico è quasi speculare rispetto a quello di Open: per anni documenti finanziari, segnalazioni e informazioni investigative erano stati utilizzati per raccontare possibili illeciti che lo riguardavano; nel caso Striano la domanda giudiziaria diventa invece chi abbia consultato determinate informazioni, con quale giustificazione e quale uso ne sia stato eventualmente fatto.
Neppure questo dimostra che sia esistito un disegno contro Renzi, ma dimostra che il rapporto fra informazioni riservate, apparati dello Stato e pubblicazione giornalistica non è un tema inventato a posteriori da chi vuole costruirsi il ruolo della vittima, perché è ormai esso stesso oggetto di indagini e accertamenti parlamentari.
Che cosa è rimasto, allora?
A questo punto sarebbe facile prendere Open, Presta, l’Autogrill, Striano, l’avvertimento raccontato da Franceschini e la vecchia previsione attribuita a D’Alema e concludere che per dieci anni qualcuno abbia lavorato sistematicamente per eliminare Renzi dalla politica italiana.
Non disponiamo degli elementi per sostenerlo, perché non sappiamo se sia esistito un disegno comune e non possiamo attribuire a magistrati, giornalisti, uomini dei servizi e avversari politici un’unica regia soltanto perché molte vicende hanno finito per interessare la stessa persona. Non è però necessario arrivare a quella conclusione per riconoscere un problema concreto.
Open ha accompagnato Renzi per quasi sei anni e si è conclusa per lui senza processo, con un proscioglimento ormai definitivo. Nel caso Presta fu la stessa Procura a chiedere l’archiviazione. Nell’Autogrill non gli è mai stato contestato alcun reato e oggi il centro della vicenda sembra essersi spostato sempre più verso i rapporti interni al mondo dei servizi. Nel caso Striano, infine, Renzi non è il soggetto sotto indagine per un proprio illecito, ma uno dei nomi sui quali sarebbero state effettuate ricerche contestate dagli inquirenti.
Questi fatti non consentono di pronunciare una sentenza sulle intenzioni di magistrati, giornalisti, uomini dell’intelligence o avversari politici, ma permettono di porre una domanda molto più concreta: quanto effetto politico avevano già prodotto quelle vicende quando si è scoperto come erano finite?
Il tempo dell’accusa e quello dell’esito
Quando un’inchiesta coinvolge un politico, il tempo dell’informazione è quasi immediato: il suo nome finisce sui giornali, i talk show discutono il caso, gli avversari chiedono spiegazioni e gli episodi precedenti vengono spesso riletti alla luce del nuovo sospetto. L’ipotesi investigativa possiede una forza narrativa enorme proprio perché contiene una domanda ancora aperta.
L’archiviazione può arrivare tre anni dopo e il proscioglimento cinque o sei, quando l’interesse pubblico è ormai diverso e quella domanda che aveva alimentato per mesi la discussione non esiste più. Rimane una risposta che, quasi inevitabilmente, possiede una forza narrativa minore dell’accusa iniziale.
Dopo la decisione su Open, Renzi disse di avere trascorso cinque anni da «appestato». È la valutazione dell’interessato e non siamo obbligati a condividerne la rappresentazione, ma il problema temporale che contiene è difficile da negare, perché negli anni trascorsi fra l’apertura e la chiusura dell’inchiesta sono cambiate maggioranze, governi, partiti e rapporti di forza: Italia Viva è nata, il consenso di Renzi si è fortemente ridotto ed è nato e morto il Terzo Polo.
Non possiamo stabilire quanto di quel declino sia stato prodotto dalle vicende giudiziarie. Sarebbe semplicistico attribuirgli una sola causa, perché Renzi ha compiuto scelte politiche divisive, commesso errori e perso elettori per ragioni che nulla hanno a che vedere con le procure; sostenere però che anni di indagini, sospetti e titoli non abbiano prodotto alcun costo reputazionale sarebbe altrettanto poco credibile.
Il problema non riguarda soltanto Renzi
È probabilmente questo il punto che consente di uscire dalla tifoseria. Una magistratura indipendente deve poter indagare Matteo Renzi come deve poter indagare Giorgia Meloni, Giuseppe Conte o qualsiasi altro cittadino: nessuna carica politica può trasformarsi in un salvacondotto. Allo stesso tempo, essere indagati non significa essere colpevoli e un’ipotesi investigativa dovrebbe restare tale finché non abbia superato il vaglio della giustizia, così come l’esito di un procedimento dovrebbe ricevere un’attenzione almeno proporzionata a quella riservata alla sua apertura.
Non è accaduto soltanto a Renzi. La politica italiana è piena di amministratori ed esponenti di destra e di sinistra usciti da un’inchiesta anni dopo senza condanna, quando però il posto, la carriera o la reputazione che avevano perduto non esistevano più. Il caso Renzi è interessante per la quantità, la durata e la rilevanza delle vicende, non perché sia l’unico.
Proprio per questo conviene evitare due scorciatoie opposte: pensare che, siccome molte accuse non hanno retto, debba necessariamente essere esistito un complotto organizzato oppure, all’estremo contrario, fingere che non esista alcun problema soltanto perché alla fine la giustizia è arrivata all’archiviazione o al proscioglimento. La giustizia può funzionare e arrivare a un esito favorevole all’indagato, ma la politica nel frattempo non rimane ferma ad aspettare.
La frase attribuita a D’Alema nel 2015 non dimostra l’esistenza di un disegno, così come non lo dimostra l’avvertimento di Franceschini raccontato da Renzi nel 2021. Le nuove ricostruzioni sull’Autogrill devono ancora trovare conferme definitive e l’inchiesta Striano deve arrivare ai propri esiti. Open e Presta, invece, sono vicende concluse e proprio da quelle conviene partire, evitando tanto il complottismo quanto la tentazione di considerare irrilevante ciò che è accaduto nel frattempo.
Un proscioglimento chiude un procedimento giudiziario, ma non può restituire gli anni durante i quali quell’accusa ha fatto parte della vita pubblica di una persona.
In uno Stato di diritto non dovrebbe quindi contare soltanto il clamore con cui comincia un’inchiesta. Dovrebbe contare almeno altrettanto il modo in cui finisce.