Scheda elettorale e documenti sulla riforma della legge elettorale italiana, con Parlamento sullo sfondo
La riforma elettorale in discussione modifica il rapporto tra sistema proporzionale, premio di governabilità, soglia del 3% e peso dei piccoli partiti.

La nuova legge elettorale non è ancora arrivata alla sua formulazione definitiva. Il testo approvato dalla Camera è ora all’esame del Senato, dove alcuni passaggi sono ancora oggetto di discussione e possono essere modificati. L’impianto generale della riforma, però, è ormai abbastanza delineato da permettere di capire non soltanto come potremmo votare alle prossime elezioni, ma soprattutto quali conseguenze politiche potrebbe produrre.

Finora l’attenzione si è concentrata soprattutto sul 42%, vale a dire sulla percentuale necessaria perché possa scattare il premio di governabilità. È comprensibile, perché da quella soglia può dipendere la possibilità di trasformare una vittoria elettorale in una maggioranza parlamentare più solida. Guardando meglio il funzionamento della legge, però, ci si accorge che esistono percentuali molto più basse, apparentemente secondarie, destinate a condizionare altrettanto profondamente le strategie dei partiti.

Il 3%, e probabilmente anche l’1%, potrebbero diventare numeri decisivi. Per capire perché, conviene però partire dall’inizio e spiegare che cosa cambierebbe rispetto al sistema con il quale abbiamo votato finora.

Da un sistema misto a un sistema a base proporzionale

Il Rosatellum, la legge attualmente in vigore, è un sistema misto perché assegna una parte dei parlamentari con metodo proporzionale e un’altra attraverso i collegi uninominali. In termini molto semplici, cinque ottavi dei seggi vengono distribuiti in proporzione ai voti ottenuti dalle diverse forze politiche, mentre i restanti tre ottavi vengono assegnati attraverso competizioni territoriali nelle quali vince un solo candidato.

Il collegio uninominale è, in sostanza, una circoscrizione nella quale c’è un unico seggio da conquistare. Ogni partito o coalizione presenta un candidato e viene eletto quello che ottiene più voti, anche senza raggiungere la maggioranza assoluta. Se un candidato prende il 38%, un altro il 36% e un terzo il 26%, il seggio va interamente al primo.

È una logica molto diversa da quella proporzionale, nella quale i seggi vengono invece distribuiti cercando di rispecchiare il peso elettorale delle diverse liste.

I collegi uninominali avevano anche una funzione politica facilmente comprensibile: legare una parte della rappresentanza parlamentare a un territorio preciso. In teoria l’elettore non sceglie soltanto un partito, ma contribuisce direttamente a decidere chi rappresenterà quel collegio in Parlamento. È un meccanismo particolarmente evidente nei sistemi maggioritari anglosassoni, dove il rapporto tra eletto e collegio è molto forte.

Nella pratica italiana questo rapporto è stato spesso meno evidente, anche perché la scelta dei candidati rimane largamente nelle mani dei partiti e non è affatto scontato che chi viene candidato abbia un forte legame con il territorio nel quale concorre. Resta comunque la logica di fondo: in una determinata area geografica c’è un seggio e quel seggio viene conquistato da una persona.

Con la riforma in discussione questa componente scomparirebbe quasi completamente, fatte salve le particolarità previste per Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. I seggi verrebbero assegnati prevalentemente nei collegi plurinominali, dove non si elegge un solo candidato ma più parlamentari e il risultato dipende soprattutto dai voti ottenuti dalle liste.

Non significa che scompaia ogni riferimento al territorio, perché continueranno a esistere circoscrizioni e collegi. Scompare però, nella maggior parte del Paese, quella competizione nella quale un territorio assegna direttamente il proprio seggio al candidato arrivato primo.

Il centro del sistema si sposta quindi dal confronto tra singoli candidati nei collegi al peso complessivo delle liste e delle coalizioni.

Proporzionale, ma fino a un certo punto

Il nuovo sistema viene definito nei documenti parlamentari come un sistema a base proporzionale corretto dall’eventuale attribuzione di un premio di governabilità.

Anche qui il concetto, al di là del linguaggio tecnico, è abbastanza semplice. In un sistema proporzionale i seggi tendono a essere distribuiti in rapporto ai voti ottenuti: un partito che prende il 20% dovrebbe avere, con le inevitabili differenze dovute a soglie, circoscrizioni e criteri di calcolo, una rappresentanza parlamentare vicina a quella percentuale.

La nuova legge parte da questo principio ma introduce un correttivo importante. Se una lista o una coalizione raggiunge determinate condizioni può ricevere un premio di 70 deputati e 35 senatori, entro i limiti complessivi previsti dalla legge.

È qui che entra in gioco il famoso 42%.

Su questo punto è importante evitare un equivoco: non basta che una coalizione raggiunga il 42% per ottenere automaticamente il premio.

Il premio spetta alla lista o alla coalizione che abbia ottenuto il maggior numero di voti a livello nazionale e che abbia contemporaneamente raggiunto almeno il 42% dei voti validi sia alla Camera sia al Senato. Inoltre deve essere la stessa lista o coalizione a risultare prima in entrambe le Camere.

Facciamo un esempio. Se una coalizione ottiene il 44% e un’altra il 43%, il premio va alla prima, perché è quella che ha raccolto più voti e ha superato la soglia. Se invece la coalizione arrivata prima si ferma al 41%, il premio non viene assegnato, anche se ha vinto le elezioni.

Non sarebbe sufficiente neppure ottenere, per esempio, il 43% alla Camera e il 41% al Senato. Il 42% deve essere raggiunto in entrambe le Camere.

È una precisazione importante perché il 42% non rappresenta quindi una generica soglia oltre la quale si entra in una sorta di area maggioritaria: è la condizione che deve soddisfare chi è già arrivato primo per poter ottenere il premio.

Il ballottaggio, che compariva in precedenti ipotesi di riforma, non è invece previsto nel testo approvato dalla Camera. Se nessuno raggiunge le condizioni necessarie, il premio semplicemente non scatta e prevale il normale meccanismo proporzionale.

Questo rende ancora più prezioso ogni punto percentuale quando una coalizione si trova nelle vicinanze del 42%. Ed è proprio qui che cominciano a diventare interessanti i piccoli partiti.

Il 3% e il meccanismo del ripescaggio

La soglia ordinaria prevista per accedere alla distribuzione dei seggi è del 3% per le singole liste, mentre la coalizione deve raggiungere almeno il 10%.

La riforma introduce però una particolarità importante: per ciascuna coalizione che supera la propria soglia viene ammessa alla ripartizione dei seggi anche la lista più votata tra quelle rimaste escluse perché non hanno raggiunto il 3%.

Possiamo chiamarlo, per semplicità, un ripescaggio.

Se all’interno della stessa coalizione ci fossero, per esempio, una lista al 2,5% e una all’1,7%, la prima potrebbe partecipare alla distribuzione dei seggi in quanto migliore lista rimasta sotto soglia. La seconda no.

Naturalmente il ragionamento vale sempre considerando tutte le liste appartenenti a quella coalizione: se ce ne fosse una terza al 2,8%, sarebbe quest’ultima a beneficiare del ripescaggio.

È già evidente quanto questa norma possa incidere sulle scelte dei partiti che oggi oscillano intorno al 2 o al 3%. Ma c’è un secondo problema, forse ancora più importante: che cosa succede ai voti delle altre liste che rimangono fuori?

La norma della Camera e il possibile ritorno all’1%

Nel testo approvato dalla Camera è stata introdotta una regola piuttosto severa. I voti delle liste coalizzate che non vengono ammesse alla distribuzione dei seggi non concorrono alla determinazione della cifra elettorale della coalizione.

In pratica, una lista che rimane sotto il 3% e non beneficia del ripescaggio rischia non soltanto di non ottenere parlamentari, ma di non aiutare neppure la propria coalizione nella corsa verso il 42%.

Si comprende così la logica di quella che è stata definita norma “anti-cespugli”. Se una formazione molto piccola non riesce a conquistare rappresentanza e i suoi voti non aiutano neppure la coalizione, diminuisce notevolmente l’interesse dei partiti maggiori a circondarsi di una lunga serie di piccoli alleati.

Proprio questo punto, però, potrebbe essere modificato al Senato.

L’emendamento 1.212, presentato da esponenti di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, interviene sul calcolo della cifra elettorale delle coalizioni e riporterebbe sostanzialmente in gioco la soglia dell’1%. Il relatore Andrea De Priamo ha espresso parere favorevole e anche il Governo si è pronunciato nello stesso senso.

Esiste inoltre un emendamento che propone una soluzione diversa, fissando la soglia al 2%, ma al momento è l’ipotesi dell’1% ad apparire politicamente più forte.

Non è ancora corretto presentarla come una norma definitivamente approvata. È però uno degli scenari che meritano maggiore attenzione perché cambierebbe sensibilmente la logica della riforma.

Con la soglia dell’1%, infatti, una lista coalizzata che ottenesse l’1,6% potrebbe non avere diritto a propri parlamentari, perché rimasta sotto il 3% e non beneficiaria del ripescaggio, ma i suoi voti continuerebbero comunque a contribuire al risultato complessivo della coalizione.

Ed è qui che nasce una distinzione fondamentale: una cosa è essere utili alla coalizione per arrivare al 42%, un’altra è riuscire a trasformare i propri voti in seggi.

Italia Viva e +Europa sono un esempio quasi perfetto

La situazione di Italia Viva e +Europa permette di vedere il problema in termini molto concreti.

Nella rilevazione YouTrend per Sky TG24 pubblicata il 4 settembre, Italia Viva viene indicata al 2,4% e +Europa all’1,6%. Si tratta naturalmente di un sondaggio e sarebbe sbagliato trasformarlo in una previsione del risultato delle prossime elezioni. È altrettanto sbagliato pensare che un’eventuale lista comune possa semplicemente sommare le due percentuali e ottenere automaticamente il 4%, perché gli elettorati non sono quantità che si possono addizionare senza che una parte si perda o che, al contrario, una nuova proposta ne attragga altra.

Quei numeri sono però molto utili per capire la legge.

Se Italia Viva e +Europa si presentassero separatamente nella stessa coalizione e ottenessero risultati simili a quelli del sondaggio, entrambe rimarrebbero sotto il 3%. Italia Viva, essendo la più votata delle due, avrebbe maggiori possibilità di beneficiare del ripescaggio, sempre che nella medesima coalizione non ci sia un’altra lista sotto soglia con una percentuale superiore.

+Europa rimarrebbe invece fuori dalla distribuzione dei seggi.

Se venisse confermata la modifica che riporta all’1% la soglia utile per il calcolo della coalizione, quel suo 1,6% non sarebbe però irrilevante. Continuerebbe a contribuire al risultato complessivo della coalizione e quindi potrebbe persino risultare decisivo per raggiungere il 42%.

Per la coalizione, dunque, +Europa continuerebbe ad avere un valore. Il problema sarebbe capire quanto quel risultato sarebbe utile a +Europa stessa.

È precisamente questa asimmetria a rendere interessante l’ipotesi di una lista comune con Italia Viva.

Se una lista IV–+Europa riuscisse a superare il 3%, parteciperebbe direttamente alla distribuzione dei seggi e non avrebbe bisogno di affidarsi al meccanismo del ripescaggio. Non possiamo sapere quale percentuale otterrebbe realmente, ma è evidente che la legge crea un incentivo a costruire un soggetto elettorale capace di superare direttamente quella soglia.

Una lista comune potrebbe convenire più a +Europa che a Italia Viva

I due partiti, almeno guardando agli attuali rapporti di forza, non partirebbero però dalla stessa posizione negoziale.

Se Italia Viva mantenesse un consenso sensibilmente superiore a quello di +Europa e si trovasse poco sotto il 3%, potrebbe puntare su due possibilità: provare a superare direttamente la soglia oppure, qualora non ci riuscisse, risultare la lista sotto il 3% più votata della coalizione e accedere comunque alla distribuzione dei seggi attraverso il ripescaggio.

Per +Europa questa seconda possibilità apparirebbe molto meno agevole.

L’interesse verso una lista comune potrebbe quindi essere maggiore per +Europa che per Italia Viva. Per +Europa l’aggregazione potrebbe rappresentare una strada per trasformare il proprio consenso in una rappresentanza parlamentare; Italia Viva potrebbe considerarla conveniente, soprattutto per mettersi al riparo dal rischio della soglia, ma avrebbe potenzialmente anche una strada autonoma.

Naturalmente questo è soltanto il ragionamento prodotto dalla meccanica elettorale. La politica non funziona come una somma di percentuali. Per presentarsi insieme servono compatibilità, un progetto comprensibile, una leadership, candidati e soprattutto una ragione politica da spiegare agli elettori. Una lista costruita esclusivamente per aggirare uno sbarramento potrebbe persino ottenere meno della somma dei consensi di partenza.

La legge, però, crea quell’incentivo e sarebbe difficile fingere che non esista.

Perché l’1% può cambiare anche il comportamento delle coalizioni

Il possibile ritorno alla soglia dell’1% avrebbe conseguenze che vanno ben oltre Italia Viva e +Europa.

Prendiamo ancora i numeri della rilevazione YouTrend del 4 settembre, esclusivamente per costruire un esempio. Il Partito Democratico viene indicato al 22,2%, il Movimento 5 Stelle al 12,6% e Alleanza Verdi e Sinistra al 5,8%. La somma è 40,6%.

Questo non significa che quelle forze formeranno necessariamente una coalizione né, tantomeno, che otterranno quei risultati quando si voterà. Serve soltanto a vedere che cosa potrebbe produrre la legge.

Se a quel 40,6% aggiungessimo il 2,4% attribuito a Italia Viva e l’1,6% attribuito a +Europa, arriveremmo teoricamente al 44,6%.

Con il testo più restrittivo approvato dalla Camera, supponendo che Italia Viva fosse la lista sotto soglia ripescata e che +Europa rimanesse esclusa, il contributo di quest’ultima non entrerebbe nella cifra utile della coalizione.

Con il ritorno alla soglia dell’1%, invece, anche quel consenso tornerebbe a pesare nel risultato complessivo.

L’esempio è volutamente schematico, ma rende evidente il problema. Se per ottenere il premio bisogna essere primi e raggiungere almeno il 42% in entrambe le Camere, un partito dell’1,5% non è necessariamente irrilevante. Per una coalizione ferma al 40 o al 41% può anzi diventare prezioso.

È questo il motivo per cui la modifica all’1% cambierebbe sensibilmente la filosofia “anti-cespugli” contenuta nel testo della Camera. Una coalizione avrebbe nuovamente interesse ad allargare il proprio perimetro anche a formazioni che difficilmente riuscirebbero a eleggere parlamentari autonomamente, purché fossero in grado di portare voti utili al raggiungimento del premio.

Tre scenari ancora possibili

Se rimanesse la formulazione approvata dalla Camera, i piccoli partiti sarebbero sottoposti a una forte pressione verso l’aggregazione. Rimanere sotto il 3% senza essere la lista ripescata significherebbe rischiare non soltanto di non ottenere seggi, ma anche di non contribuire alla cifra elettorale della propria coalizione. Per molte formazioni minori la ricerca di una lista comune capace di superare il 3% diventerebbe quindi quasi una necessità.

Se passasse invece la modifica che riporta all’1% la soglia utile per il calcolo della coalizione, lo scenario cambierebbe. I partiti maggiori avrebbero interesse a raccogliere anche alleati relativamente piccoli, perché i loro voti potrebbero contribuire alla corsa verso il 42%. Il problema della rappresentanza rimarrebbe però sulle spalle delle formazioni minori, che dovrebbero decidere se correre da sole, tentare di superare il 3%, confidare nel ripescaggio oppure aggregarsi.

La soluzione del 2% rappresenterebbe una via intermedia. Renderebbe meno appetibili le formazioni più piccole ma continuerebbe a consentire a quelle comprese fra il 2 e il 3% di contribuire alla forza complessiva della coalizione senza avere necessariamente una rappresentanza propria.

Al momento, considerando il parere favorevole espresso dal relatore e dal Governo sull’emendamento 1.212, lo scenario dell’1% appare quello politicamente più concreto. Finché la Commissione e successivamente il Senato non avranno concluso l’esame, sarebbe però improprio descriverlo come un fatto già acquisito.

Quello che sembra ormai abbastanza chiaro

Il testo può ancora subire modifiche, ma la direzione generale della riforma è molto più chiara di quanto non fosse qualche mese fa. Si va verso un sistema nel quale la distribuzione proporzionale dei seggi diventa nettamente prevalente rispetto all’attuale Rosatellum, i collegi uninominali scompaiono quasi completamente, le coalizioni mantengono un ruolo centrale e il premio di governabilità può essere assegnato soltanto alla forza che arriva prima e raggiunge almeno il 42% sia alla Camera sia al Senato.

All’interno di questo impianto, il 3% rimane la soglia fondamentale per chi vuole garantirsi direttamente una rappresentanza parlamentare, mentre l’eventuale ritorno all’1% renderebbe preziosi per la coalizione anche consensi che, da soli, potrebbero non essere sufficienti a eleggere parlamentari.

Forse è proprio questo l’aspetto meno evidente e politicamente più interessante della riforma.

Un piccolo partito potrebbe scoprire di essere troppo debole per entrare autonomamente in Parlamento, ma abbastanza forte da risultare indispensabile a chi vuole raggiungere il 42%. La coalizione avrebbe interesse a cercarlo e a tenerselo vicino; quel partito, nello stesso tempo, dovrebbe chiedersi se gli convenga mettere i propri voti al servizio di un risultato collettivo senza avere la certezza di trasformarli in propri eletti.

Il caso di Italia Viva e +Europa si inserisce esattamente in questa contraddizione. Presentarsi insieme potrebbe aumentare le possibilità di superare direttamente lo sbarramento del 3%; presentarsi separatamente, qualora fosse confermata la soglia dell’1%, permetterebbe comunque a entrambe di contribuire al risultato della coalizione, lasciando però soprattutto alla formazione più forte la possibilità di giocarsi il ripescaggio.

La scelta, quindi, non riguarderà soltanto con chi allearsi. Riguarderà anche il modo in cui presentarsi agli elettori e, in definitiva, il rapporto tra identità politica e convenienza elettorale.

La nuova legge potrebbe così produrre un risultato apparentemente contraddittorio: ridurre la componente territoriale rappresentata dai collegi uninominali senza eliminare affatto il peso negoziale dei piccoli partiti. Se venisse confermata la soglia dell’1%, potrebbe addirittura aumentarlo.

Non perché i piccoli partiti siano diventati improvvisamente grandi, ma perché, quando per ottenere il premio bisogna arrivare primi e superare il 42%, anche l’ultimo punto percentuale può fare la differenza.

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