Urna elettorale e comizio davanti a Montecitorio, simbolo della nascita di nuove forze politiche in Italia
Nuove forze politiche emergono spesso quando una parte dell’elettorato non si sente più rappresentata dai partiti esistenti.

I piccoli partiti, nella politica italiana, non sono certamente una novità. Nascono da scissioni, cambiano nome, si dividono, qualche volta si riuniscono e non di rado scompaiono dopo una breve stagione. Molto spesso, però, osservandoli da vicino è possibile ricostruirne facilmente la provenienza, perché chi lascia un partito tende a portare con sé almeno una parte della cultura politica, della classe dirigente, del linguaggio e dell’elettorato della formazione dalla quale proviene.

Una scissione può essere anche molto traumatica e produrre un partito radicalmente antagonista a quello originario, ma normalmente ne rimane riconoscibile la genealogia. Dietro una nuova sigla continuano a intravedersi una tradizione socialista, liberale, cattolica, comunista, conservatrice o postfascista, magari reinterpretata e adattata a un nuovo contesto.

Ci sono stati però momenti nei quali è accaduto qualcosa di diverso, quando una nuova forza politica non si è presentata come una versione corretta, più coerente o più radicale di un partito già esistente, ma ha cercato consenso partendo dall’idea che una parte della società non trovasse più una propria rappresentanza nell’offerta politica disponibile.

La Lega Nord delle origini, il Movimento 5 Stelle e oggi Futuro Nazionale di Roberto Vannacci appartengono a epoche, culture e collocazioni politiche profondamente differenti, tanto che sarebbe sbagliato cercare una continuità ideologica tra loro. Eppure possono essere osservati insieme per un’altra ragione: ciascuno, nel proprio momento storico, ha cercato di trasformare un sentimento già presente nella società ma poco o per nulla rappresentato dai partiti tradizionali in una nuova identità politica.

È proprio in questo senso che il cosiddetto “fenomeno Vannacci” diventa interessante. Il problema non è stabilire oggi quanto durerà Futuro Nazionale, quale percentuale raggiungerà o quale collocazione sceglierà definitivamente. La domanda viene prima: perché esisteva uno spazio nel quale una formazione del genere potesse nascere e trovare rapidamente consenso?

Quando una nuova sigla non è semplicemente una scissione

La differenza può sembrare sottile, ma non lo è. Se un dirigente esce dal proprio partito perché ritiene sbagliata un’alleanza, una leadership o una determinata scelta politica, il nuovo soggetto che fonda tende comunque a muoversi all’interno di coordinate già conosciute. Cambiano gli equilibri e magari anche alcune idee, ma l’elettore sa abbastanza bene da quale storia provenga quella formazione.

Le forze politiche di cui stiamo parlando nascono invece quando qualcuno sostiene, più o meno esplicitamente, che il problema non sia correggere ciò che esiste ma rappresentare qualcosa che gli altri non riescono, o non vogliono più, rappresentare.

La scienza politica utilizza spesso l’espressione challenger parties per indicare formazioni che sfidano i partiti consolidati proprio sul terreno della rappresentanza, approfittando della loro perdita di credibilità o della difficoltà nel dare risposta a nuove domande politiche e sociali. Non è una categoria che rende uguali soggetti diversissimi, ma aiuta a comprendere il meccanismo: prima ancora del nuovo partito deve esistere uno spazio politico rimasto in qualche modo scoperto.

Quello spazio può nascere da un’identità territoriale, da una protesta economica, dalla sfiducia nelle istituzioni, dall’immigrazione, dalla richiesta di maggiore partecipazione, da conflitti culturali oppure dalla convinzione che i partiti tradizionali si siano progressivamente allontanati da una parte dei propri elettori.

Quando quella domanda trova ancora ascolto all’interno delle forze esistenti, difficilmente genera qualcosa di completamente nuovo. Quando invece non lo trova, può comparire qualcuno capace di darle un nome, un linguaggio e infine un simbolo.

La Lega delle origini e un Nord che non si sentiva rappresentato

La Lega Nord permette di capire bene questo meccanismo, soprattutto se la si guarda per ciò che era alla fine degli anni Ottanta e non attraverso ciò che sarebbe diventata molti anni dopo.

La sua nascita, nel 1989, avvenne attraverso l’aggregazione di movimenti autonomisti regionali come Lega Lombarda, Liga Veneta e Piemont Autonomista, sviluppatisi durante il decennio precedente. Al centro c’erano federalismo, maggiore autonomia delle Regioni e una critica sempre più marcata allo Stato centralizzato.

Umberto Bossi riuscì a trasformare quell’insieme di rivendicazioni e malcontenti in una forza politica nazionale, ma nella costruzione culturale della prima Lega ebbe un peso molto particolare Gianfranco Miglio, costituzionalista e politologo che aveva alle spalle una lunga carriera accademica e studi sulle istituzioni ben precedenti alla sua vicinanza al movimento.

Miglio non immaginava semplicemente un decentramento amministrativo più generoso. La sua critica investiva la struttura dello Stato unitario e accentratore e proponeva una revisione profonda dell’ordinamento costituzionale. Anche il linguaggio con il quale accompagnava questa visione poteva raggiungere livelli difficilmente riconducibili alla normale dialettica tra partiti.

Nel luglio del 1992 arrivò a dichiarare:

«La debolezza della Lega è di non essere armata».

Nello stesso ragionamento immaginava che una polizia regionale avrebbe consentito al Nord di minacciare di «scendere al combattimento» per ottenere le riforme.

Non serve trasformare quelle parole in una definizione complessiva del pensiero di uno studioso che ha prodotto una quantità ben più ampia di elaborazioni politologiche e costituzionali. Sarebbe però altrettanto sbagliato relegarle a semplice folklore, perché restituiscono la radicalità con la quale una parte di quella cultura politica guardava al rapporto tra i territori settentrionali e lo Stato italiano.

La Lega, dunque, non nacque semplicemente perché mancava un altro partito di destra. Intercettò una questione territoriale e politica che attraversava elettori provenienti anche da storie molto diverse, trasformando insofferenza fiscale, richiesta di autonomia, critica di Roma e progressiva perdita di fiducia nei partiti nazionali in un’identità collettiva.

Bossi ebbe la capacità politica di organizzare quel sentimento, mentre Miglio cercò di dargli una struttura teorica. Il punto interessante è proprio questo: il nuovo soggetto non inventò dal nulla il malcontento sul quale costruì il proprio successo, ma riuscì a convincere molte persone che quello che provavano non era soltanto un disagio individuale e poteva diventare una posizione politica.

Il Movimento 5 Stelle nasce da un vuoto completamente diverso

Quasi vent’anni dopo, il Movimento 5 Stelle fece qualcosa di analogo partendo da condizioni che non avevano praticamente nulla a che vedere con quelle della Lega delle origini.

Non esisteva un territorio da contrapporre allo Stato centrale e non c’era una rivendicazione autonomista da organizzare. C’erano invece la crescente sfiducia verso la politica professionale, la denuncia della corruzione e dei privilegi, l’ambientalismo, la richiesta di maggiore partecipazione e soprattutto l’idea che il sistema dei partiti fosse ormai incapace di rappresentare realmente i cittadini.

Il Movimento nacque formalmente nel 2009, ma la comunità dalla quale sarebbe nato aveva cominciato a formarsi anni prima intorno al blog di Beppe Grillo, ai gruppi locali e ai V-Day del 2007 e 2008.

Beppe Grillo fu il volto pubblico, il comunicatore capace di portare nelle piazze una protesta che fino a quel momento era rimasta dispersa. Accanto a lui, però, Gianroberto Casaleggio svolse una funzione molto diversa e altrettanto importante. Informatico e imprenditore, curò il blog, contribuì all’organizzazione dei V-Day, scrisse con Grillo le regole del nuovo movimento e ne divenne quello che molti avrebbero definito l’ideologo.

La sua visione politica andava ben oltre l’utilizzo di Internet come strumento di propaganda o di organizzazione. Casaleggio pensava che la Rete avrebbe progressivamente cambiato la natura stessa della democrazia, riducendo il ruolo della mediazione tradizionale esercitata dai partiti e permettendo nuove forme di partecipazione diretta.

In un’intervista arrivò ad affermare che:

«La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato».

Parlava di organizzazioni politiche e sociali destinate a essere destrutturate, di eletti trasformati sostanzialmente in portavoce e di modifiche profonde all’architettura costituzionale, compresa l’introduzione del vincolo di mandato.

Anche in questo caso sarebbe riduttivo descrivere il Movimento 5 Stelle soltanto come l’espressione della rabbia contro la “casta”. Dietro quella protesta esisteva anche il tentativo di immaginare una diversa relazione tra cittadino, rappresentanza e istituzioni.

Grillo dava voce all’insoddisfazione, Casaleggio provava a spiegare come avrebbe potuto funzionare qualcosa di diverso.

Quel movimento, nato dichiaratamente fuori dalle strutture tradizionali, arrivò in pochi anni a superare il 25% alle politiche del 2013 e successivamente a diventare forza di governo.

Ed è proprio ciò che accade dopo a mostrare una delle contraddizioni più interessanti di questi fenomeni: un movimento può nascere sostenendo che i partiti non siano più necessari, ma se ottiene consenso, elegge parlamentari e governa, deve inevitabilmente costruire organizzazioni, selezionare dirigenti, stringere accordi, affrontare mediazioni e assumersi responsabilità istituzionali. In altre parole, per cambiare il sistema deve cominciare a farne parte.

Forza Italia: un outsider che occupò uno spazio già conosciuto

A questo punto il caso di Forza Italia diventa particolarmente utile, perché impedisce di semplificare il ragionamento attraverso l’equazione secondo cui ogni leader proveniente da fuori dalla politica appartenga allo stesso fenomeno.

Silvio Berlusconi era indiscutibilmente un outsider rispetto alla politica professionale. Quando fondò Forza Italia nel 1994 proveniva dall’impresa, dall’editoria e dalla televisione, costruì in tempi rapidissimi un partito fortemente identificato con la propria persona e introdusse modalità di comunicazione e organizzazione che non assomigliavano a quelle dei tradizionali partiti di massa.

Lo spazio politico nel quale entrò, tuttavia, non era privo di una storia.

Il crollo della Prima Repubblica aveva lasciato senza i propri riferimenti una parte enorme dell’elettorato moderato e di centro che per decenni aveva votato soprattutto Democrazia Cristiana e Partito Socialista. Forza Italia puntò esplicitamente ad aggregare quell’elettorato rimasto disorientato dalla crisi dei partiti che lo avevano tradizionalmente rappresentato.

Berlusconi era quindi nuovo e nuova era la macchina costruita intorno a lui, ma una parte consistente della domanda politica alla quale rispondeva aveva radici chiaramente riconoscibili. Con il tempo Forza Italia avrebbe inoltre accolto dirigenti provenienti da differenti esperienze della Prima Repubblica, incorporando culture cattoliche, liberali, socialiste e moderate.

È una distinzione importante. Forza Italia ricostruì in buona parte una casa politica per elettori che una casa l’avevano avuta e l’avevano improvvisamente persa; Lega e Movimento 5 Stelle, pur in modi completamente differenti, si affermarono invece sostenendo che alcune domande non trovassero una vera rappresentanza nell’architettura politica esistente.

Ed è proprio per questo che il caso di Roberto Vannacci merita di essere osservato con attenzione.

Vannacci arriva dalla caserma, ma Futuro Nazionale non è soltanto Vannacci

Roberto Vannacci non proviene da una lunga militanza politica e neppure da uno degli ambienti dai quali tradizionalmente vengono selezionate le classi dirigenti dei partiti. È un ex generale dell’Esercito diventato figura pubblica attraverso il successo e le polemiche suscitate dal suo libro, entrato successivamente nella Lega, eletto al Parlamento europeo con un forte voto personale e poi uscito dal partito per fondare Futuro Nazionale nel febbraio del 2026.

Anche qui sarebbe però troppo semplice ridurre tutto alla notorietà personale dell’ex generale. Futuro Nazionale sta tentando di costruire una propria struttura ideologica e programmatica e, all’interno di questo processo, ha assunto un ruolo centrale Lorenzo Gasperini, professore di filosofia e già esponente leghista, oggi Responsabile nazionale del Programma.

Non avrebbe senso mettere Gasperini sullo stesso piano di Miglio per formazione, percorso accademico o influenza storica, così come sarebbe prematuro attribuirgli oggi il peso che Casaleggio ebbe nella costruzione del Movimento 5 Stelle. Il dato interessante è un altro: anche intorno a Futuro Nazionale troviamo qualcuno che sta cercando di trasformare l’identificazione con il leader in una visione politica più organica.

Per capire quale cultura accompagni questa elaborazione non è però sufficiente fermarsi ai documenti programmatici scritti oggi.

Nel novembre del 2021, riferendosi ai giovani sani che decidevano di vaccinarsi contro il Covid, Gasperini attribuì a quella scelta debolezza, paura della morte, creduloneria, inferiorità intellettuale, obbedienza e una “psicologia da servo”, per poi concludere:

«Tutte caratteristiche che dovrebbero comportare come minimo l’esclusione dalla vita sessuale, come contrappasso naturale».

Sono parole che non hanno bisogno di essere edulcorate né trasformate in qualcosa di diverso da ciò che sono. Non stiamo sostenendo che quella frase, da sola, costituisca il programma attuale di Futuro Nazionale; stiamo però osservando il percorso e la cultura politica di una persona alla quale oggi è affidata una parte rilevante dell’elaborazione ideologica del partito, e sarebbe difficile considerare irrilevante il modo nel quale, pochi anni fa, giudicava non soltanto una scelta sanitaria, ma le qualità personali e perfino la vita sessuale di chi compiva quella scelta.

D’altra parte, la Base Ideologica e Programmatica pubblicata oggi da Futuro Nazionale presenta un’identità assai marcata, definita dallo stesso partito attraverso il richiamo a una “destra identitaria”, alla famiglia naturale, alla tradizione romana e cristiana, alla sovranità nazionale e alla remigrazione.

Non siamo quindi semplicemente davanti a un tentativo di collocarsi qualche punto più a destra rispetto alla Lega o a Fratelli d’Italia. Almeno nelle intenzioni dichiarate, Futuro Nazionale cerca di costruire una propria lettura della società, delle relazioni familiari, dell’identità nazionale, dell’immigrazione e persino del tipo di uomo e di cittadino che considera desiderabile.

È precisamente questo che rende il fenomeno più interessante della semplice avventura personale di Vannacci.

Prima nasce il vuoto, poi qualcuno gli dà un nome

A questo punto emerge un filo che collega esperienze che rimangono, per tutto il resto, molto diverse.

Bossi non inventò il malessere di una parte del Nord nei confronti dello Stato centrale; Grillo e Casaleggio non inventarono la sfiducia verso la politica e la richiesta di maggiore partecipazione; Berlusconi non creò dal nulla l’elettorato moderato rimasto senza riferimenti dopo la fine della Prima Repubblica; Vannacci non ha inventato gli elettori che ritengono il centrodestra di governo troppo moderato o troppo incline al compromesso su immigrazione, identità, Europa e valori sociali.

Quello che accomuna gli imprenditori politici capaci di costruire qualcosa di nuovo è piuttosto l’abilità di riconoscere una domanda prima degli altri e convincere chi la esprime che non si tratta di una semplice insoddisfazione individuale.

In sostanza dicono: quello che pensate esiste, siete in molti a pensarlo e qualcuno può rappresentarlo politicamente.

È il passaggio nel quale una somma di persone scontente può trasformarsi in un elettorato.

Perché questo avvenga, però, il leader da solo può non bastare. La notorietà crea attenzione, il linguaggio diretto mobilita, la capacità comunicativa produce identificazione, ma un partito che vuole durare deve prima o poi spiegare quale sia la società che immagina.

È qui che diventano interessanti figure come Miglio, Casaleggio e oggi Gasperini, pur con tutte le differenze che impediscono di considerarli equivalenti.

Miglio cercava di trasformare la protesta territoriale in un progetto istituzionale capace di ridisegnare lo Stato. Casaleggio trasformava la critica alla politica professionale in una teoria della democrazia diretta resa possibile dalla tecnologia. Gasperini sta cercando di inserire le posizioni di Futuro Nazionale in una cornice identitaria e culturale più ampia.

Il leader intercetta un malcontento; chi elabora l’ideologia prova a spiegare perché quel malcontento esiste, chi ne sarebbe responsabile e quale ordine politico e sociale dovrebbe sostituire quello contestato.

È quando questi due elementi si incontrano che una protesta può smettere di essere soltanto protesta e diventare un partito.

Nel frattempo è cambiato perfino il modo di fondare un partito

C’è infine un altro elemento che aiuta a spiegare perché fenomeni di questo tipo possano oggi svilupparsi molto più velocemente.

I grandi partiti del Novecento avevano bisogno di sezioni, federazioni provinciali, associazioni collegate, militanti, giornali, scuole politiche e una presenza territoriale costruita durante anni o decenni. La loro forza non consisteva soltanto nel numero di voti raccolti durante le elezioni, ma nella capacità di accompagnare una parte della società nella vita quotidiana.

La Lega delle origini conservava ancora molto di quel modello. Il radicamento nelle amministrazioni locali, le feste, i militanti e la presenza nei territori furono essenziali per trasformare un insieme di movimenti autonomisti in una forza politica stabile.

Forza Italia mostrò che quel processo poteva essere enormemente accelerato attraverso televisioni, tecniche di marketing, strutture organizzative già disponibili e una personalità che non aveva bisogno di essere fatta conoscere agli italiani.

Il Movimento 5 Stelle fece un altro passo, utilizzando blog, Meetup e strumenti digitali per mettere in relazione persone che probabilmente non avrebbero mai frequentato una tradizionale sezione di partito.

Con Vannacci il processo appare ancora più avanzato. Prima ancora che esista una macchina politica paragonabile a quella dei grandi partiti può esistere un leader conosciuto in tutto il Paese, una comunità digitale che lo segue, un’identità sufficientemente riconoscibile e persino una base elettorale potenziale che i sondaggi possono già misurare.

In un certo senso, quindi, per fondare un partito serve sempre meno partito. Almeno all’inizio.

L’organizzazione può arrivare dopo il pubblico, il seguito social può precedere le sezioni territoriali e l’identificazione con il leader può nascere prima ancora che esista una classe dirigente completa.

Questo rende più facile entrare nel mercato politico, ma non rende necessariamente più semplice restarci.

La domanda più utile non è se l’outsider ci piaccia

Quando nasce una nuova forza politica è molto facile liquidare chi la vota attraverso una definizione. È accaduto con la Lega, con il Movimento 5 Stelle e sta accadendo inevitabilmente anche con Futuro Nazionale. Ogni volta, chi si sente minacciato dal nuovo arrivato tende a spiegare il fenomeno attribuendolo alla rabbia, all’ignoranza, al populismo, alla propaganda o alla capacità manipolatoria del leader.

In alcuni casi questi elementi possono certamente esistere, ma fermarsi lì significa rinunciare a capire il problema.

La domanda politicamente più interessante rimane sempre la stessa: perché quelle persone non si sentivano rappresentate da chi c’era già?

Non significa affatto che le loro richieste debbano essere considerate corrette, realistiche o condivisibili. La capacità di rappresentare un sentimento non ne certifica la bontà morale o politica. Significa però riconoscere che, se una nuova forza riesce a trasformare quel sentimento in un numero consistente di voti, qualcosa prima era rimasto scoperto.

Quando un partito tradizionale perde consenso a vantaggio di un outsider può accusarlo di demagogia, estremismo o opportunismo e magari avere anche ottime ragioni per farlo. Prima o poi, però, deve rispondere anche a una domanda molto più scomoda: perché quegli elettori hanno preferito lui a noi?

È forse questo l’errore che i partiti consolidati commettono più frequentemente. Trattano il nuovo concorrente come la causa della propria difficoltà, quando in molti casi potrebbe esserne almeno in parte la conseguenza.

La Lega non creò il problema del rapporto tra una parte del Nord e lo Stato centrale. Il Movimento 5 Stelle non creò la sfiducia verso la politica. Futuro Nazionale non ha creato dal nulla una parte dell’elettorato di destra che considera insufficienti le risposte offerte dai partiti già esistenti.

Qualcuno ha semplicemente visto quel vuoto prima degli altri.

Quando l’outsider entra, però, comincia un’altra storia

La contraddizione finale di questi movimenti è probabilmente la più interessante di tutte, perché prima o poi chi nasce per contestare il sistema deve decidere se limitarsi alla contestazione oppure provare a governarlo.

Nel secondo caso servono candidati, regole interne, sedi, finanziamenti, competenze, amministratori, alleanze e soprattutto compromessi. Un movimento che conquista decine o centinaia di parlamentari non può più comportarsi come una comunità di protesta e un partito che entra al governo scopre molto rapidamente che nessun programma può essere applicato senza fare i conti con istituzioni, vincoli economici, alleati e interessi differenti.

È accaduto alla Lega, che dalla protesta territoriale è diventata forza di governo e successivamente partito nazionale. È accaduto in maniera ancora più evidente al Movimento 5 Stelle, nato proclamando il superamento dei partiti tradizionali e arrivato poi a governare con forze politiche molto diverse tra loro. Forza Italia, che nel 1994 sembrava rappresentare una rivoluzione nel modo stesso di costruire un partito, è oggi una delle presenze più longeve della politica italiana.

Non sappiamo ancora quale strada seguirà Futuro Nazionale. Potrebbe consolidarsi, ridimensionarsi, entrare stabilmente nel centrodestra oppure scoprire quanto sia difficile trasformare un consenso fortemente identificato con un leader in un’organizzazione capace di durare.

Proprio per questo vale la pena osservarlo senza fermarsi a Vannacci.

Perché le nuove forze politiche che sembrano comparire all’improvviso quasi mai arrivano davvero dal nulla. Prima di loro esiste normalmente un pezzo di società che non si riconosce più in ciò che trova davanti, poi compare qualcuno capace di intercettarlo e, se il progetto vuole diventare qualcosa di più di un momento elettorale, arriva anche chi prova a costruire intorno a quella protesta una visione del mondo.

Forse, allora, quando compare l’ennesimo outsider, la domanda più interessante non è chiedersi da dove sia uscito.

È chiedersi quale spazio gli abbiano lasciato vuoto quelli che c’erano già.

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