La stabilità è certamente un risultato politico, ma acquista valore soprattutto quando produce conseguenze riconoscibili.
Il governo Meloni ha avuto tempo, una maggioranza solida e una disponibilità di risorse europee senza precedenti; dopo quasi quattro anni, il confronto con ciò che accadeva nella tanto criticata instabilità della Prima Repubblica pone quindi qualche domanda inevitabile.
Dal 4 settembre il governo Meloni è il più longevo della storia della Repubblica. Ha superato il secondo governo Berlusconi senza attraversare vere crisi parlamentari, cambi di maggioranza o avvicendamenti a Palazzo Chigi, e già questo rappresenta un risultato politico tutt’altro che trascurabile in un Paese nel quale la breve durata degli esecutivi è stata a lungo indicata come una delle cause della difficoltà di programmare politiche di medio e lungo periodo.
Giorgia Meloni ha rivendicato questa stabilità spiegando che non si tratta di un record da esibire, quanto piuttosto della condizione necessaria per programmare, decidere e mantenere gli impegni. È un’osservazione ragionevole: un governo che dispone di un orizzonte di cinque anni può affrontare questioni che richiedono tempo, verificare gli effetti delle proprie decisioni, correggere eventuali errori e seguire una riforma dalla progettazione fino alla concreta attuazione.
Proprio per questo, dopo quasi quattro anni, il dato della durata non può più essere considerato separatamente da ciò che quella continuità politica ha effettivamente consentito di realizzare.
La Prima Repubblica: governi brevi, ma una politica molto più stabile di quanto sembri
Il confronto con la Prima Repubblica viene quasi spontaneo. Tra il 1948 e il 1994 si susseguirono 47 governi, con una durata media di circa 357 giorni, un dato che a prima vista sembra descrivere perfettamente un sistema incapace di garantire qualsiasi continuità.
La realtà era però più complessa, perché quei 47 governi non corrisposero ad altrettanti cambi di orientamento politico. Cadeva un esecutivo e ne nasceva un altro nello stesso Parlamento, spesso con gli stessi partiti, qualche ministro diverso e un equilibrio interno modificato; per decenni la Democrazia Cristiana rimase il perno del sistema e le coalizioni continuarono a ricomporsi all’interno di un perimetro politico relativamente stabile.
La Prima Repubblica era quindi estremamente instabile nella durata dei singoli governi, ma assai meno nella continuità delle maggioranze e dell’area politica che esercitava il potere. È una distinzione importante, perché aiuta anche a capire come le frequenti crisi di governo non abbiano impedito al Parlamento di produrre, in alcune fasi, riforme capaci di modificare profondamente la società italiana.
La V legislatura, tra il 1968 e il 1972, ne offre un esempio particolarmente evidente: in quattro anni si alternarono sei governi e, nello stesso periodo, furono approvati lo Statuto dei lavoratori, la disciplina del referendum, l’attuazione delle Regioni e la legge sul divorzio. Negli anni immediatamente successivi sarebbero poi arrivate la riforma del diritto di famiglia, la legge Basaglia e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale.
Non occorre idealizzare quella stagione, segnata da crisi continue, mediazioni spesso estenuanti e da un sistema politico i cui limiti sarebbero emersi con grande evidenza negli anni successivi. Resta però un dato difficile da ignorare: la breve durata dei governi non impedì l’approvazione di riforme che, a distanza di decenni, continuano a incidere concretamente sulla vita degli italiani.
Anche la produzione legislativa restituisce un quadro molto diverso da quello di un Parlamento paralizzato. Nelle prime undici legislature furono approvate oltre 13.500 leggi, con una media vicina alle 300 l’anno. Il confronto numerico con oggi va naturalmente maneggiato con cautela, perché nel frattempo sono cambiati il ruolo delle Regioni, la legislazione europea, l’uso dei decreti legislativi e, più in generale, l’intero modo di produrre norme; rimane comunque significativo che un sistema caratterizzato da governi brevissimi fosse capace di mantenere una notevole attività legislativa.
Oggi ci troviamo quasi nella situazione opposta. Il governo è stabile, la maggioranza non ha mai corso un serio rischio di dissolversi e l’iniziativa legislativa è molto più concentrata nell’esecutivo. Se per anni si è sostenuto che fosse difficile riformare il Paese perché i governi non disponevano del tempo necessario, questa spiegazione può essere utilizzata con molta meno convinzione nel caso dell’attuale legislatura.
Le grandi riforme annunciate e quelle arrivate al traguardo
Il governo Meloni ha indicato fin dall’inizio alcune riforme istituzionali come elementi caratterizzanti del proprio progetto politico. Il loro percorso, arrivati a questo punto della legislatura, racconta tuttavia una storia meno lineare di quella che ci si potrebbe aspettare da una maggioranza tanto stabile.
L’autonomia differenziata è diventata legge, ma l’intervento della Corte costituzionale ne ha colpito parti importanti e ne ha profondamente condizionato l’attuazione. La riforma costituzionale della giustizia è arrivata fino al referendum confermativo ed è stata respinta dagli elettori, mentre il premierato, forse il progetto istituzionale più direttamente associato a Giorgia Meloni, non ha ancora completato il proprio percorso.
Si tratta di vicende diverse e sarebbe scorretto metterle tutte sullo stesso piano. Dal punto di vista politico, però, il risultato complessivo è abbastanza chiaro: le grandi trasformazioni istituzionali con le quali la maggioranza aveva caratterizzato questa legislatura non hanno ancora prodotto quella modifica compiuta dell’ordinamento che era stata annunciata.
Potrebbe arrivare una nuova legge elettorale, ma anche in questo caso occorre distinguere. Una legge elettorale stabilisce il modo in cui i voti vengono trasformati in rappresentanza parlamentare e, come spesso è accaduto nella storia repubblicana, viene discussa quando la legislatura si avvicina alla conclusione e tutti i partiti conoscono ormai abbastanza bene gli equilibri politici nei quali quelle regole saranno applicate.
È certamente una riforma del sistema politico, ma ha una natura diversa da un intervento strutturale sulla sanità, sulla scuola, sulla pubblica amministrazione, sulla produttività o sulla giustizia civile. Anche qualora venisse approvata, difficilmente potrebbe modificare da sola il giudizio sulla capacità riformatrice complessiva di questi quattro anni.
Il PNRR cambia completamente il metro di giudizio
C’è poi un elemento che rende questa legislatura difficilmente confrontabile con quasi tutte quelle che l’hanno preceduta: il governo Meloni ha operato durante la fase centrale della più grande disponibilità di risorse europee mai destinata all’Italia.
Il PNRR italiano vale 194,4 miliardi di euro. Con la nona rata, l’Italia è arrivata a riceverne circa 166 miliardi, mentre la spesa certificata comunicata dal governo ha raggiunto circa 125 miliardi, ai quali si aggiungono oltre 20 miliardi trasferiti a strumenti finanziari.
Sono cifre enormi e sarebbe sbagliato sostenere che non abbiano prodotto risultati. Il Piano ha finanziato infrastrutture, interventi nelle imprese, digitalizzazione della pubblica amministrazione, sanità territoriale, trasporti, ricerca, formazione e numerosi altri progetti; la Commissione europea ha riconosciuto progressi concreti, dalla semplificazione di centinaia di procedure amministrative alla riduzione dell’arretrato giudiziario, fino agli investimenti sostenuti nelle imprese.
La questione è capire quanto questa massa straordinaria di risorse abbia già modificato i difetti strutturali dell’economia italiana. Su questo terreno i giudizi europei sono molto meno rassicuranti, perché la Commissione continua a indicare una produttività debole, una dimensione media delle imprese troppo piccola, investimenti insufficienti in ricerca e innovazione, forti differenze territoriali e una partecipazione al lavoro ancora inferiore a quella di molti altri Paesi europei.
Il dato sulla crescita rende il problema ancora più evidente. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che gli interventi aggiuntivi del PNRR abbiano innalzato il livello del PIL nel 2026 di circa l’1,8 per cento e che la loro spinta rappresenti una quota rilevante della crescita annuale. Se l’economia italiana, nonostante questo sostegno, continua a muoversi intorno a tassi molto modesti, diventa inevitabile domandarsi quale sarebbe stato l’andamento senza quella straordinaria iniezione di investimenti; le stime disponibili indicano che la crescita sarebbe stata sensibilmente più debole e che l’Italia si sarebbe trovata molto vicina alla stagnazione.
Questo elemento pesa inevitabilmente nella valutazione dei risultati economici del governo. Il miglioramento dell’occupazione è reale, ma si è verificato in una fase nella quale il PNRR ha sostenuto direttamente investimenti, domanda e attività economica, e una parte significativa della tenuta dell’economia italiana deriva quindi anche da risorse straordinarie che non potranno continuare ad arrivare con la stessa intensità negli anni successivi.
La vera verifica del Piano non coinciderà perciò con l’incasso dell’ultima rata europea, ma arriverà negli anni successivi, quando quella spinta verrà meno e sarà possibile capire se gli investimenti avranno lasciato un’economia più produttiva, una pubblica amministrazione più efficiente, una sanità territoriale migliore, infrastrutture realmente utilizzabili e imprese capaci di competere in condizioni più favorevoli. Sarà allora che si potrà valutare se quasi duecento miliardi abbiano rappresentato soprattutto una stagione eccezionale di spesa oppure l’inizio di una trasformazione strutturale.
Occupazione, crescita e conti pubblici
Il mercato del lavoro costituisce uno degli aspetti più favorevoli del bilancio di questi anni. Gli occupati sono aumentati e il tasso di disoccupazione è sceso a livelli che l’Italia non vedeva da molto tempo, un dato concreto che non avrebbe senso minimizzare.
Il quadro diventa però meno netto quando si osserva ciò che è accaduto contemporaneamente alla produttività. La Commissione europea continua a sottolineare che l’aumento dell’occupazione non è stato accompagnato da un analogo miglioramento della quantità di valore prodotta per ora lavorata: l’Italia è riuscita a mettere più persone al lavoro senza riuscire, nella stessa misura, a rendere l’economia più produttiva.
È una differenza fondamentale, perché una crescita dell’occupazione sostenuta soprattutto da settori a basso valore aggiunto può migliorare il dato sul lavoro senza produrre un aumento altrettanto significativo dei salari reali e della ricchezza complessiva.
Anche sui conti pubblici il quadro richiede una lettura precisa. Il deficit è diminuito ed è previsto sotto il 3 per cento del PIL, un risultato importante per un Paese che negli anni precedenti aveva registrato disavanzi molto più elevati; il debito pubblico, tuttavia, continua a muoversi nella direzione opposta e le previsioni europee lo indicano nuovamente in crescita nei prossimi anni. Si può quindi parlare di un miglioramento nella gestione del disavanzo, mentre sarebbe molto più difficile descrivere la situazione come un vero risanamento dei conti pubblici.
Che cosa ha prodotto, allora, questa stabilità?
A questo punto il giudizio sulla stabilità assume un significato diverso. Il governo Meloni ha avuto una maggioranza solida, una continuità politica mai messa seriamente in discussione e quasi un’intera legislatura nella quale programmare le proprie scelte; nello stesso periodo ha potuto contare sulla fase più intensa dell’attuazione di un PNRR da 194,4 miliardi di euro, cioè su condizioni che pochissimi governi italiani hanno avuto contemporaneamente.
Queste condizioni non hanno prodotto finora una stagione riformatrice paragonabile a quelle che, in altri periodi della Repubblica, si sono realizzate perfino in presenza di governi molto più brevi. La crescita rimane debole, la produttività continua a rappresentare uno dei principali problemi italiani, il debito pubblico non sta diminuendo e le grandi riforme istituzionali annunciate dalla maggioranza non hanno raggiunto il risultato previsto.
Il governo ha certamente ottenuto risultati e alcuni sono misurabili, a partire dall’occupazione e dalla riduzione del deficit. La definizione di governo virtuoso, però, richiede qualcosa di più della capacità di mantenere una maggioranza compatta e arrivare vicino alla fine naturale della legislatura, perché la stabilità acquista il suo valore soprattutto quando consente di affrontare problemi che richiedono tempo, continuità e la possibilità di correggere le politiche lungo il percorso.
Se viene rivendicata come uno dei principali risultati politici della legislatura, diventa quindi inevitabile chiedere quali cambiamenti abbia reso possibili. Ed è proprio qui che il confronto con la Prima Repubblica diventa meno favorevole di quanto sembri a prima vista: allora gli esecutivi cambiavano continuamente, ma dentro quella instabilità formale esistevano una notevole continuità politica e un Parlamento capace, in alcune stagioni, di produrre trasformazioni profonde; oggi abbiamo ottenuto una stabilità dell’esecutivo senza precedenti, mentre non è ancora altrettanto evidente la trasformazione strutturale che quella stabilità avrebbe dovuto rendere più semplice.
La frase pronunciata dalla stessa Giorgia Meloni offre forse il criterio migliore con cui valutare il record: il governo più stabile non è necessariamente il più capace. Dopo quasi quattro anni, quindi, la questione non riguarda più quanto a lungo questo governo sia riuscito a restare in carica, ma quanto abbia saputo utilizzare quella continuità, insieme a una disponibilità eccezionale di risorse, per modificare problemi che l’Italia si porta dietro da decenni.
Dopo quasi quattro anni, la stabilità è un fatto. Le riforme che avrebbero dovuto giustificarla, no.