Dal 6 ottobre lo sconto è finito. L'accisa sul gasolio è tornata a 67,29 centesimi al litro, dopo essere stata temporaneamente ridotta prima a 57,29 e poi a 62,29 centesimi. Non c'è stata alcuna sorpresa dell'ultimo momento, perché il decreto del 17 settembre aveva già stabilito le scadenze: la prima riduzione sarebbe terminata il 25 settembre, la seconda il 5 ottobre e, dal giorno successivo, sarebbe tornata in vigore l'aliquota ordinaria.
Letta così, potrebbe sembrare soltanto una delle tante variazioni fiscali adottate per fronteggiare una fase di prezzi energetici particolarmente elevati. Il quadro cambia, però, se si torna indietro di qualche anno, a quando le accise erano diventate uno degli argomenti più efficaci della battaglia politica sul costo dei carburanti.
Il video del 2019
Era il 6 maggio 2019 quando Giorgia Meloni pubblicò un video davanti a un distributore di carburante. All'epoca era all'opposizione e denunciava il peso delle tasse sul prezzo pagato dagli automobilisti. La conclusione era difficile da equivocare: "gli aumenti previsti vanno bloccati e le accise esistenti vanno progressivamente abolite".
Il messaggio era semplice e aveva una presa immediata. Una parte importante del prezzo pagato alla pompa finiva allo Stato e, secondo Meloni, quella componente fiscale avrebbe dovuto essere progressivamente ridotta fino alla sua eliminazione.
Tre anni più tardi Fratelli d'Italia si presentò alle elezioni politiche con una formulazione più prudente. Nel programma del 2022 non compariva infatti una promessa generica di abolizione delle accise, ma la "sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti", accompagnata dalla riduzione automatica di IVA e accise.
La distinzione è importante, perché sarebbe scorretto trasformare il video del 2019 in una promessa contenuta nel programma elettorale del 2022. Ma sarebbe altrettanto scorretto far finta che quel video non sia mai esistito o che l'idea di ridurre strutturalmente il peso delle accise fosse scomparsa dal discorso politico di Giorgia Meloni.
Quando dall'opposizione si passa al governo
Il primo vero confronto con quelle dichiarazioni arrivò all'inizio del 2023. Il governo Meloni decise di non prorogare il taglio temporaneo delle accise introdotto dal governo Draghi e l'aumento del prezzo alla pompa riportò rapidamente in circolazione il video del 2019.
Meloni rispose ricordando di non aver promesso, durante la campagna elettorale del 2022, una cancellazione generalizzata delle accise. Spiegò inoltre che il meccanismo inserito nel programma di Fratelli d'Italia dipendeva dall'esistenza di maggiori entrate fiscali prodotte dall'aumento dei prezzi dei carburanti e che, in assenza di quelle risorse aggiuntive, non c'erano le condizioni per finanziare automaticamente la riduzione.
La presidente del Consiglio aggiunse che destinare altre risorse a un taglio generalizzato dei carburanti avrebbe significato sottrarle ad altri interventi, dalla sanità agli aiuti alle famiglie e alle imprese. È un ragionamento che ha una sua logica quando si governa e bisogna far quadrare i conti pubblici.
Il problema è che la necessità di trovare le coperture non nasce nel momento in cui si entra a Palazzo Chigi. Esisteva anche nel 2019, quando la progressiva abolizione delle accise veniva indicata come un obiettivo politico.
Ed è forse questo il passaggio più interessante dell'intera vicenda. Dall'opposizione è relativamente semplice indicare dove si vuole arrivare. Una volta al governo bisogna spiegare anche come arrivarci e, soprattutto, con quali risorse. Se quelle risorse non ci sono, si può anche cambiare obiettivo. Ma sarebbe utile dirlo con la stessa chiarezza con cui quell'obiettivo era stato annunciato.
Nel 2026 il diesel paga di più
Nel frattempo è arrivato il riallineamento delle accise tra benzina e gasolio. Dal primo gennaio 2026 l'accisa sulla benzina è stata ridotta di 4,05 centesimi al litro, mentre quella applicata al gasolio è aumentata della stessa cifra. Entrambe sono così arrivate a 67,29 centesimi al litro.
La scelta è stata motivata con il superamento del trattamento fiscale più favorevole riconosciuto al diesel, considerato tra i sussidi ambientalmente dannosi. Si può condividere oppure contestare questa impostazione, ma dal punto di vista di chi utilizza un'automobile diesel il risultato è molto meno teorico: l'accisa ordinaria è aumentata.
Poi i prezzi dell'energia sono tornati a salire e il governo ha iniziato a intervenire con riduzioni temporanee. A settembre il meccanismo è diventato particolarmente evidente. Dal 18 al 25 settembre l'accisa sul gasolio è stata fissata a 57,29 centesimi al litro, dal 26 settembre al 5 ottobre è salita a 62,29 centesimi e, dal 6 ottobre, terminato l'effetto dell'ultimo provvedimento, è tornata a 67,29.
Il gioco delle tre carte
Se si guarda la sequenza nel suo insieme, l'impressione è quella del gioco delle tre carte. Si aumenta stabilmente l'accisa sul gasolio, poi la si riduce per qualche giorno o qualche settimana quando il prezzo alla pompa diventa troppo pesante, quindi si lascia scadere lo sconto e si torna all'aliquota ordinaria.
I singoli provvedimenti hanno naturalmente motivazioni diverse. Il riallineamento tra benzina e gasolio nasce da una scelta di politica fiscale e ambientale, mentre le riduzioni temporanee servono a contenere gli effetti di una fase particolarmente difficile dei prezzi energetici. Sarebbe sbagliato fingere che siano la stessa cosa.
Ma proprio perché non sono la stessa cosa, non possono essere utilizzati per sostenere che si stia realizzando ciò che veniva prospettato nel 2019. Una riduzione temporanea adottata per affrontare un'emergenza non è l'avvio di un percorso di progressiva abolizione delle accise.
Quel percorso, semplicemente, non c'è stato.
Le accise non sono state progressivamente eliminate. Sono state modificate, riallineate, abbassate per periodi limitati e, nel caso del gasolio, aumentate in via ordinaria.
Il problema delle coperture
C'è ovviamente una ragione per cui nessun governo rinuncia con leggerezza alle accise. Si tratta di entrate importanti per il bilancio dello Stato e una loro riduzione permanente deve essere finanziata. Occorre trovare altre entrate, ridurre altre spese oppure accettare conseguenze sui conti pubblici.
Lo dimostrano anche i provvedimenti più recenti. Il solo decreto del 17 settembre quantifica in 111,8 milioni di euro per il 2026 gli oneri derivanti dalle riduzioni dell'accisa previste per un periodo molto limitato. Se pochi giorni di sconto costano già decine di milioni, è facile comprendere quanto più impegnativa sarebbe una riduzione strutturale.
È quindi comprensibile che, una volta al governo, la questione appaia molto più complicata di quanto sembrasse dall'opposizione. Ma il punto resta sempre lo stesso: il costo di una riduzione permanente delle accise poteva essere calcolato anche quando se ne chiedeva la progressiva abolizione. Non è una difficoltà scoperta dopo le elezioni.
Un governo può cambiare idea, modificare le proprie priorità o concludere che un obiettivo formulato anni prima non sia più sostenibile. Le condizioni economiche cambiano e sarebbe poco serio pretendere che ogni dichiarazione resti immutabile qualunque cosa accada nel frattempo.
Ma proprio per questo sarebbe più trasparente dire che quell'obiettivo è stato accantonato, almeno per il momento. I tagli temporanei adottati per fronteggiare un'emergenza sono un'altra cosa e non dovrebbero essere confusi con una riduzione strutturale che, fino a oggi, non è mai arrivata.
Detto. E poi?
All'8 ottobre 2026 il punto di arrivo è piuttosto chiaro. Nel 2019 Giorgia Meloni chiedeva che le accise venissero progressivamente abolite. Nel 2023, già a Palazzo Chigi, spiegava che una loro riduzione strutturale restava un obiettivo, ma che mancavano in quel momento le condizioni economiche per realizzarla. Nel 2026 l'accisa ordinaria sul gasolio è invece aumentata e, durante le fasi di maggiore tensione sui prezzi, è stata ridotta soltanto per periodi limitati.
Sette anni dopo, quindi, le accise non sono sparite e non si vede ancora un percorso che porti alla loro progressiva eliminazione.
Il video del 2019 è ancora lì. Le accise anche.
È da vicende come questa che nasce Detto. E poi?. Tornare su ciò che la politica aveva annunciato, confrontarlo con quello che è accaduto negli anni successivi e vedere che cosa ne sia rimasto quando dalle parole si passa alle decisioni. Senza fingere che le circostanze non possano cambiare, ma senza neppure permettere che il trascorrere del tempo faccia sparire ciò che era stato detto.
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