L'ultima è arrivata a Formello, durante Itaca 2.0. Tajani voleva spiegare perché, secondo lui, il centrodestra offre maggiori garanzie di stabilità, un concetto politico non particolarmente difficile da esprimere, ma lui ha scelto il matrimonio.
Ha immaginato un figlio alle prese con la scelta della donna da sposare. Da una parte quella affascinante, con diversi fidanzati alle spalle e quindi, nel suo ragionamento, potenzialmente incline a mettere «qualche cornetto». Dall'altra una ragazza magari meno appariscente, però seria, affidabile, destinata a essere una buona madre di famiglia e con le gonne un po' più lunghe.
Il consiglio paterno sarebbe caduto sulla seconda, peccato che Tajani stesse parlando del centrodestra.
Si potrebbe liquidare tutto come una metafora infelice. Succede: si parla a braccio, si cerca un'immagine, si sbaglia quella. Ma a forza di episodi diventa difficile considerare ogni uscita come un caso isolato, perché negli ultimi mesi a Tajani è capitato più volte di partire da una questione politica seria e riuscire a far discutere soprattutto del modo in cui aveva deciso di raccontarla.
La cittadinanza tra giardinetti e madrasse
Nel luglio del 2025 Forza Italia cercava di aprire nella maggioranza una discussione sulla cittadinanza. La proposta aveva una sua struttura precisa: un percorso legato alla permanenza in Italia e alla frequenza scolastica, con dieci anni di istruzione completati positivamente.
Era materia sufficiente per un confronto politico serio. Integrazione, seconde generazioni, scuola, cittadinanza: si poteva essere favorevoli o contrari, ma gli argomenti non mancavano.
Tajani decise di spiegare perché la proposta di Forza Italia fosse, a suo avviso, rigorosa e disse che la normativa vigente consentirebbe di arrivare alla cittadinanza anche «essendo stati ai giardinetti o aver studiato in una madrassa».
Ed eccoci lì, dai requisiti per la cittadinanza ai giardinetti e alle madrasse.
La legislazione italiana, naturalmente, è più articolata di così. Distingue tra chi nasce in Italia, chi vi risiede legalmente e le diverse modalità previste per l'acquisto o la concessione della cittadinanza. Ridurre il confronto a quella formula non aiutava molto a capire né la legge vigente né la proposta di Forza Italia, aiutava però a far ricordare la frase.
Il diritto internazionale, fino a un certo punto
Pochi mesi dopo, nell'ottobre 2025, a Porta a Porta si parlava della Global Sumud Flotilla e del blocco israeliano in acque internazionali.
Alla domanda sulla legittimità del blocco, Tajani rispose che secondo lui si trattava di una violazione del diritto, poi aggiunse: «quello che dice il diritto è importante fino a un certo punto».
Pronunciata dal ministro degli Esteri della Repubblica italiana, la frase aveva un peso particolare, non perché un ministro debba parlare come un manuale di diritto internazionale, ma perché il diritto internazionale è uno degli strumenti attraverso i quali uno Stato definisce le proprie relazioni con gli altri Stati, affronta i conflitti e sostiene le proprie posizioni diplomatiche.
Dire che conta «fino a un certo punto» non è esattamente il genere di formula che passa inosservata quando a pronunciarla è il capo della Farnesina e, anche in questo caso, il risultato fu che il dibattito si spostò rapidamente dalla questione che Tajani stava affrontando alle parole che aveva scelto per affrontarla.
Arrivano i droni? Non affacciatevi
Marzo 2026. La crisi in Medio Oriente si aggrava e migliaia di italiani si trovano negli Emirati Arabi Uniti mentre nell'area sono in corso attacchi con missili e droni.
Durante un punto stampa alla Farnesina, parlando della situazione dei connazionali, Tajani informa che quando arrivano i droni le persone vanno nei garage e aggiunge l'invito a «non affacciarsi e non andare per strada».
È evidente che stare lontani da finestre e strade durante un attacco sia una precauzione sensata, ma il punto non era stabilire se fosse prudente affacciarsi mentre volano i droni.
In quei giorni si discuteva di una crisi internazionale potenzialmente enorme, del ruolo dell'Italia, dei rapporti con gli alleati, della sicurezza dei cittadini all'estero, delle iniziative diplomatiche possibili, eppure una delle frasi rimaste maggiormente associate all'intervento del ministro degli Esteri fu quella sulle finestre.
Qualche giorno dopo, persino in Parlamento, l'episodio venne utilizzato per contestargli una comunicazione giudicata troppo elementare rispetto alla complessità della situazione, e in fondo non serviva inventare nulla: bastava ripetere ciò che aveva detto.
E infine arrivò la moglie
Ed eccoci a settembre. Dopo cittadinanza, diritto internazionale e droni, Tajani torna a regalarci una spiegazione destinata a diventare più famosa dell'argomento che avrebbe dovuto spiegare.
Questa volta il tema è la stabilità politica. Il centrodestra, sostiene in sostanza, può sembrare meno seducente di altre proposte ma offre maggiori garanzie di affidabilità. Avrebbe potuto finire lì, invece arrivano la ragazza affascinante, i fidanzati precedenti, il rischio delle corna, la futura madre di famiglia e le gonne più lunghe.
Non è necessario attribuire a Tajani intenzioni che non ha dichiarato, sono sufficienti le parole che ha scelto, perché il problema della comunicazione politica non consiste soltanto in ciò che si voleva dire, ma anche in ciò che effettivamente si dice.
Trent'anni di politica dovrebbero servire anche a questo
Se queste frasi fossero state pronunciate da un giovane parlamentare alla prima legislatura, forse sarebbe più semplice archiviarle sotto la voce inesperienza.
Antonio Tajani, però, ha un curriculum che rende difficile ricorrere a quella spiegazione. È tra i fondatori di Forza Italia, è entrato al Parlamento europeo nel 1994, è stato commissario europeo, vicepresidente della Commissione, presidente del Parlamento europeo. È stato portavoce di un presidente del Consiglio ed è anche giornalista professionista, mentre dal 2022 guida la Farnesina.
Una carriera del genere dovrebbe avergli fatto incontrare praticamente ogni possibile forma di comunicazione pubblica: interviste, conferenze stampa, negoziati, dichiarazioni diplomatiche, campagne elettorali, interventi parlamentari.
È proprio questo che rende interessanti gli episodi messi uno accanto all'altro. Non stiamo osservando qualcuno che deve ancora imparare quanto possa pesare una parola detta male, stiamo osservando uno dei politici italiani con maggiore esperienza istituzionale.
E la diplomazia, forse più di qualsiasi altro settore della politica, vive anche di parole. Una sfumatura può aprire una porta oppure chiuderla, una formula scelta male può diventare una posizione politica anche quando nelle intenzioni di chi l'ha pronunciata doveva essere soltanto una spiegazione semplice.
La vecchia politica italiana aveva molti difetti e non c'è bisogno di trasformarla in un'età dell'oro. Ma basta rileggere la prudenza linguistica di buona parte della diplomazia della Prima Repubblica per accorgersi di quanto fosse radicata l'idea che un ministro degli Esteri non parlasse mai soltanto a titolo personale.
Oggi la comunicazione politica pretende invece immediatezza: bisogna essere semplici, televisivi, comprensibili in pochi secondi, possibilmente capaci di produrre una frase che circoli sui social. Il rischio è che la frase circoli davvero, solo per ragioni diverse da quelle immaginate.
Un piccolo regalo per il ministro
Nel 1771 l'abate Joseph-Antoine-Toussaint Dinouart pubblicò a Parigi un breve trattato intitolato L'Art de se taire, arrivato in italiano come L'arte di tacere.
Il titolo può trarre in inganno. Dinouart non proponeva di vivere in silenzio e nemmeno sosteneva che tacere fosse sempre una virtù. Ragionava piuttosto sull'uso della parola, sulla necessità di riconoscere il momento in cui parlare è utile e quello in cui aggiungere parole non migliora ciò che abbiamo da dire.
Dopo i giardinetti e le madrasse, il diritto internazionale che conta fino a un certo punto, i droni dai quali è meglio non affacciarsi e la moglie affidabile con la gonna lunga, forse qualcuno alla Farnesina dovrebbe regalargli quel libro.
Non perché un ministro degli Esteri debba tacere, al contrario: proprio perché, quando parla, sarebbe utile che la notizia fosse ciò che ha da dire e non il modo in cui ha deciso di dirlo.
I commenti sono soggetti a moderazione prima della pubblicazione. Confrontiamoci sui contenuti dell’articolo mantenendo toni civili e rispettosi.