C’è una frase che, quando si parla di Matteo Renzi, torna con una frequenza sorprendente: «Non lo sopporto».
Qualche volta segue una spiegazione. C’è chi tira in ballo il Jobs Act, chi il referendum costituzionale, chi la Buona Scuola, chi la caduta del governo Conte, chi i rapporti con l’Arabia Saudita. Altre volte, però, la spiegazione non arriva. «Non lo sopporto» basta e avanza, quasi che non serva indicare una scelta politica, una legge contestata o una decisione considerata sbagliata, perché il giudizio riguarda ormai direttamente la persona.
Non ci sarebbe niente di particolarmente strano. La politica è sempre stata fatta anche di simpatie e antipatie e sarebbe ingenuo immaginare un elettore che scelga soltanto dopo avere confrontato programmi, provvedimenti e risultati. Nel caso di Renzi, tuttavia, c’è qualcosa che merita di essere osservato più da vicino: se davvero così tante persone non lo sopportano, perché continuano ad ascoltarlo?
Sono passati ormai quasi dieci anni da quando Matteo Renzi ha lasciato Palazzo Chigi e Italia Viva è oggi un partito accreditato dai sondaggi di pochi punti percentuali. Eppure Renzi continua a riempire sale, a produrre titoli, a suscitare reazioni, a entrare nelle discussioni politiche e, soprattutto, a essere evocato anche quando non dovrebbe necessariamente essere lui il protagonista.
Forse è proprio questa apparente contraddizione a raccontare qualcosa di interessante non tanto su Matteo Renzi, quanto sul nostro modo di vivere e consumare la politica.
Il consenso non è l’attenzione
Uno dei possibili equivoci nasce dal confondere il consenso elettorale con la capacità di attirare attenzione. Sono due cose molto diverse e non c’è alcuna ragione per cui debbano procedere insieme.
Un partito può raccogliere il due o il tre per cento dei voti e il suo leader continuare a interessare una platea molto più ampia, composta anche da persone che non prenderebbero mai in considerazione l’idea di votarlo. È ciò che sembra accadere a Renzi.
Alla Festa dell’Unità di Bologna, alla fine di agosto, il Corriere della Sera raccontava di una sala gremita, con circa trecento persone presenti per ascoltarlo. Il dato è interessante soprattutto perché non si trattava della Leopolda né di una manifestazione organizzata da Italia Viva, ma di una Festa dell’Unità.
Alla Leopolda, naturalmente, il discorso cambia. Quello è il suo ambiente politico, il pubblico è inevitabilmente selezionato e sarebbe scorretto utilizzare quelle presenze come indicatore della popolarità nazionale di Renzi. Rimane però il fatto che, a quasi dieci anni dalla conclusione della sua esperienza a Palazzo Chigi, riesca ancora a mobilitare migliaia di persone attorno a un appuntamento costruito in gran parte sulla sua figura.
Qualcosa di simile emerge osservando i social. Nel settembre 2026, secondo il monitoraggio Leader Trend, Renzi ha registrato la maggiore crescita complessiva delle proprie community social tra i principali leader dell’opposizione, con circa 23.700 nuovi follower, davanti a Carlo Calenda, Giuseppe Conte ed Elly Schlein.
Naturalmente follower, spettatori, persone sedute in una sala ed elettori appartengono a categorie differenti e sarebbe privo di senso sommarli per costruire una sorta di consenso alternativo. È proprio questa differenza, però, a rendere il fenomeno interessante: Italia Viva può interessare elettoralmente a pochi, mentre Matteo Renzi sembra continuare a interessare a molti di più.
Si può seguire anche qualcuno che non ci piace
L’idea che l’antipatia debba necessariamente portarci ad allontanarci da qualcuno è intuitiva, ma non sempre corrisponde al nostro comportamento. La ricerca sulle emozioni politiche mostra, per esempio, che la rabbia ha caratteristiche particolari: pur essendo un’emozione negativa, in determinate condizioni può aumentare l’attenzione verso ciò che l’ha provocata anziché spingerci semplicemente a evitarlo.
Alcuni studi sul comportamento politico nei social hanno inoltre rilevato quanto i contenuti riferiti all’avversario possano essere capaci di generare partecipazione e condivisione. Questo non significa che l’odio produca automaticamente audience, né tantomeno che chi ascolta Renzi lo faccia perché lo detesta. Significa qualcosa di più semplice e probabilmente più interessante: l’avversione non esclude affatto l’interesse.
È un comportamento che, a pensarci bene, conosciamo anche fuori dalla politica. Possiamo seguire qualcuno perché ne condividiamo le idee, ma anche perché vogliamo sapere che cosa avrà detto questa volta, perché cerchiamo una conferma del giudizio che abbiamo già maturato, perché vogliamo commentarlo con persone che la pensano come noi o semplicemente perché riesce ancora a provocarci una reazione.
Le piattaforme digitali, del resto, non hanno alcun bisogno di conoscere il motivo della nostra attenzione. Se guardiamo un video di Renzi perché siamo d’accordo con lui oppure lo guardiamo fino alla fine perché ci irrita profondamente, dal punto di vista dell’algoritmo abbiamo compiuto la stessa azione: siamo rimasti lì.
Quando il giudizio sulla politica diventa giudizio sul politico
Nel caso di Renzi c’è poi una storia particolare da tenere presente, perché la sua leadership è stata fin dall’inizio fortemente personalizzata. La rottamazione, l’uso sistematico dei social, le slide, gli hashtag, il linguaggio diretto e la contrapposizione tra velocità e ritualità della politica tradizionale non gli furono semplicemente attribuiti dall’esterno, ma furono parte integrante del modo in cui costruì la propria leadership.
Gli studi dedicati alla sua comunicazione politica hanno insistito molto su questo aspetto e il referendum costituzionale del 2016 ne rappresentò probabilmente il momento culminante. Una consultazione che riguardava il bicameralismo, il Senato, i rapporti tra Stato e Regioni e numerose altre modifiche costituzionali finì per assumere inevitabilmente anche il significato di un giudizio su Matteo Renzi.
Fu anche una conseguenza delle sue scelte. Renzi personalizzò molto quella battaglia e legò inizialmente il proprio futuro politico al risultato del referendum. Quando arrivò la sconfitta, ne trasse personalmente le conseguenze lasciando Palazzo Chigi.
Il problema, o forse semplicemente la conseguenza, è che quando una leadership viene personalizzata in maniera così forte anche il dissenso tende a seguire lo stesso percorso. Non si è più soltanto contrari a una riforma proposta da Renzi; progressivamente si può diventare contrari a Renzi. E quando quell’immagine si consolida, può continuare a esistere anche quando le battaglie politiche che hanno contribuito a costruirla appartengono ormai al passato.
Forse è anche per questo che oggi capita di ascoltare un «non lo sopporto» al quale non segue necessariamente una spiegazione sul Jobs Act, sull’articolo 18 o sulla riforma costituzionale. Il giudizio politico originario, qualunque fosse, può essersi trasformato nel tempo in un giudizio sulla persona.
Dallo scorpione al Kraken
A mantenere viva quella rappresentazione contribuisce inevitabilmente anche il modo in cui la politica viene raccontata.
Negli anni Renzi non è stato soltanto criticato per quello che ha fatto, ma è diventato spesso una metafora. Marco Travaglio lo ha paragonato più volte allo scorpione della favola dello scorpione e della rana, quello che finisce per pungere chi lo sta aiutando ad attraversare il fiume perché non può fare diversamente: è nella sua natura. Nel maggio scorso Travaglio è tornato sulla stessa immagine parlando anche di un possibile «bacio della morte» per chi decidesse di allearsi con lui.
Quest’estate il Fatto Quotidiano ha utilizzato invece il «Kraken Renzi» e ha ospitato una rubrica chiamata «Conta-Renzi». Andrea Scanzi, intervistando Giuseppe Conte sul campo largo, ha introdotto Renzi definendolo «uno dei più grandi disastri mai abbattutosi nel mondo del centrosinistra».
Naturalmente si può condividere ognuna di queste valutazioni oppure considerarle esagerate. La questione interessante, in questo caso, non è stabilire se Travaglio o Scanzi abbiano ragione, ma osservare quale funzione abbia assunto Renzi all’interno del racconto.
Lo scorpione non descrive più soltanto una decisione politica sbagliata, ma suggerisce una natura: chi lo porta dall’altra parte del fiume verrà inevitabilmente punto. Il Kraken non riguarda una proposta di legge o una posizione politica, ma evoca una creatura che estende i propri tentacoli e compare dietro ciò che accade.
A quel punto il nome stesso diventa una scorciatoia narrativa. Non è più necessario ricostruire ogni volta una vicenda dall’inizio: basta dire «Renzi» e una parte del pubblico sa già quale personaggio aspettarsi. La cosa diventa ancora più significativa quando Renzi entra nel discorso senza esserne il protagonista: se si intervista Giuseppe Conte e, parlando del campo largo, diventa quasi inevitabile chiedergli di Renzi, significa che il suo peso narrativo non coincide necessariamente con quello elettorale.
Renzi, però, questo gioco lo conosce bene
Attribuire tutto ai giornali o ai detrattori sarebbe comunque troppo comodo, perché Renzi ha costruito una parte importante della propria carriera sulla personalizzazione e non sembra avere alcuna intenzione di sottrarsi oggi a quel meccanismo.
Il caso del Kraken è quasi esemplare. Un’etichetta utilizzata inizialmente con intenzione negativa è stata progressivamente presa dallo stesso Renzi, trasformata in autoironia e infine adottata dai suoi sostenitori. Alla Leopolda il suo ingresso è stato accompagnato dal coro «Kraken, Kraken», con il risultato piuttosto singolare che una rappresentazione nata per colpirlo è diventata un segno identitario del suo pubblico.
Non è nemmeno la prima volta che Renzi si comporta così. Al Festival di Open dello scorso settembre ha richiamato la celebre formula «giovane promessa, solito stronzo, venerato maestro», collocandosi ironicamente ancora nella seconda fase. In un’altra occasione era stato persino più diretto, definendosi «molto più stronzo che cinico».
Non sembra quindi particolarmente interessato a presentarsi come un personaggio conciliante o a correggere ogni rappresentazione negativa che lo riguarda. Talvolta preferisce appropriarsene, esasperarla e restituirla al mittente in forma ironica. È un modo efficace per togliere forza a un’etichetta: se qualcuno ti chiama Kraken e tu finisci per entrare in una sala mentre centinaia di persone gridano «Kraken», quella parola non appartiene più soltanto a chi l’aveva utilizzata contro di te.
Un meccanismo che si alimenta da solo
Mettendo insieme questi elementi, il rapporto tra Renzi, i suoi detrattori, i media e il pubblico comincia ad apparire meno contraddittorio. Chi lo critica continua a parlarne perché rappresenta un riferimento immediatamente riconoscibile; Renzi risponde e, qualche volta, si appropria persino delle definizioni che gli vengono rivolte; i suoi sostenitori le trasformano in elementi identitari, i giornali raccontano la risposta, i social moltiplicano commenti e reazioni e gli avversari tornano a intervenire.
Non serve immaginare alcuna regia e probabilmente sarebbe sbagliato cercarla. È sufficiente che ciascuno degli attori coinvolti trovi una ragione per continuare ad alimentare il circuito. Renzi ha interesse a essere ascoltato, i suoi sostenitori a difenderlo, i suoi avversari a contrastarlo, i commentatori dispongono di un personaggio che il pubblico riconosce immediatamente e le piattaforme digitali ricevono esattamente ciò di cui hanno bisogno: attenzione e reazioni.
Il risultato è che il peso elettorale di Italia Viva e la presenza di Matteo Renzi nel discorso pubblico possono seguire traiettorie molto diverse senza che ci sia alcuna contraddizione.
Il problema comincerebbe quando nessuno ne parlasse più
Forse, allora, chiedersi perché Matteo Renzi continui a dividere non è sufficiente. Sarebbe più interessante domandarsi perché, dopo quasi dieci anni dalla fine del suo governo, non sia ancora diventato politicamente indifferente.
Non sappiamo quanti tra coloro che lo ascoltano siano sostenitori, quanti semplici curiosi e quanti lo seguano proprio perché non lo sopportano. Non disponiamo di dati che permettano di stabilirlo e sarebbe arbitrario inventare una risposta. Quello che possiamo osservare è che la sua capacità di generare attenzione continua a essere difficilmente comprimibile nella percentuale elettorale del partito che guida.
Ed è forse proprio qui che un articolo apparentemente dedicato a Matteo Renzi smette di parlare soltanto di Matteo Renzi. Parla del modo in cui trasformiamo i politici in personaggi, della facilità con cui il giudizio su una scelta può diventare un giudizio sulla persona, della capacità delle emozioni negative di mantenere viva la nostra attenzione e di un sistema dell’informazione nel quale essere criticati può risultare, almeno sotto il profilo della visibilità, molto meno pericoloso che essere dimenticati.
«C’è da preoccuparsi quando i giornali parlano bene di te, ma c’è da disperarsi quando non ne parlano affatto.»
Spadolini, che i giornali li conosceva bene e che della satira di Giorgio Forattini fu per anni uno dei bersagli preferiti, amava ripetere questa battuta. A quasi dieci anni dall’uscita di Matteo Renzi da Palazzo Chigi, forse è proprio questo il dato più interessante: il problema, per lui, non sembra essere ancora quello immaginato da Spadolini.
Si può non votare Matteo Renzi, contestare le sue scelte, attribuirgli errori politici anche gravi e arrivare sinceramente alla conclusione di non sopportarlo. Ma se continuiamo a voler sapere che cosa ha detto, ad andare ad ascoltarlo, a discuterne, a utilizzarlo come termine di paragone o a trasformarlo prima in uno scorpione e poi in un Kraken, continuiamo comunque a riconoscergli qualcosa: non necessariamente consenso, e nemmeno simpatia, ma attenzione.
E nella politica contemporanea consenso e attenzione non sono la stessa cosa, ma sarebbe un errore pensare che conti soltanto il primo.
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