Per alcuni giorni si è discusso del tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi come se la questione fosse soprattutto stabilire quanti ragazzi con cittadinanza non italiana possano stare insieme nella stessa aula. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre prova in realtà a distinguere situazioni diverse, tenendo conto anche del percorso già compiuto nella scuola italiana.
È una distinzione necessaria. Un ragazzo può non avere la cittadinanza italiana, essere nato a Trieste o a Monfalcone, aver frequentato qui la scuola dell'infanzia e parlare italiano esattamente come i suoi compagni. Un altro può essere arrivato da poche settimane e comprendere soltanto una parte di ciò che dice l'insegnante. Per la scuola sono due situazioni completamente diverse e non basta la stessa definizione amministrativa per renderle uguali.
Se la difficoltà che si vuole affrontare è soprattutto quella linguistica, allora vale la pena chiedersi quanto una percentuale, da sola, riesca a misurarla.
Una regola esiste già, ma non è mai stata soltanto un numero
Il 30% non compare oggi per la prima volta. Una circolare del ministero dell'Istruzione dell'8 gennaio 2010 stabiliva già che gli alunni con cittadinanza non italiana non dovessero superare, di norma, il 30% degli iscritti in ogni classe. La stessa circolare prevedeva però che quella soglia potesse essere innalzata quando gli studenti possedevano adeguate competenze linguistiche e ridotta quando la conoscenza dell'italiano rendeva particolarmente difficile la partecipazione alle lezioni.
Nel 2024 è arrivata anche una norma più direttamente legata alla lingua. L'articolo 11 del decreto-legge 71, convertito nella legge 106, prevede la possibilità di assegnare un docente dedicato all'italiano per stranieri nelle classi in cui almeno il 20% degli studenti sia al primo ingresso nel sistema nazionale di istruzione oppure non possieda competenze linguistiche di base almeno pari al livello A2. La legge prevede inoltre che il Ministero tenga conto del fabbisogno di docenti della classe di concorso dedicata all'italiano per discenti di lingua straniera.
Non significa che quanto esiste sia sufficiente o che abbia funzionato ovunque. Significa però che il problema era già stato individuato: non basta sapere quanti studenti stranieri siedano in una classe, bisogna sapere quanti di loro siano effettivamente in difficoltà con la lingua italiana.
Immaginiamo due classi di venticinque ragazzi. Nella prima ci sono dieci studenti senza cittadinanza italiana, ma nove sono nati o cresciuti qui e parlano italiano normalmente. Nella seconda gli studenti stranieri sono sei, ma sono tutti appena arrivati e faticano ancora a comprendere una lezione. Guardando soltanto alle percentuali, la prima classe appare molto più problematica; dal punto di vista didattico potrebbe esserlo molto di più la seconda.
Il decreto appena approvato cerca di ridurre questa contraddizione considerando anche il percorso scolastico già svolto in Italia. Rimane però la difficoltà di qualsiasi soglia uguale per tutti: una classe con diversi ragazzi che stanno imparando l'italiano può funzionare bene se dispone di personale preparato e ore dedicate al sostegno linguistico, mentre una scuola con numeri inferiori ma senza risorse adeguate può trovarsi molto più in difficoltà.
Il territorio conta, e Monfalcone lo dimostra
Una soglia nazionale ha una sua ragione. Può evitare che alcune scuole finiscano per concentrare progressivamente quasi tutte le situazioni più complesse, mentre altre ne rimangono estranee. Ma tra stabilire un criterio generale e pensare che possa essere applicato allo stesso modo dappertutto c'è una bella differenza.
Monfalcone è un buon esempio. In alcuni istituti la percentuale di studenti senza cittadinanza italiana è molto elevata, ma molti di quei ragazzi sono nati qui oppure frequentano da anni la scuola italiana. Il dato cambia sensibilmente quando si considera chi ha realmente difficoltà con l'italiano. C'è poi una questione ancora più pratica: per distribuire diversamente gli studenti bisogna avere altre scuole vicine che possano accoglierli. Se la composizione dell'istituto riflette quella del quartiere o dell'intera città, spostare gli alunni rischia di diventare molto più complicato che stabilire una percentuale.
È qui che dirigente scolastico e Ufficio scolastico territoriale potrebbero avere un ruolo maggiore. Lo Stato fissa le regole, garantisce risorse e impedisce che una singola scuola venga lasciata sola davanti a situazioni difficili; chi conosce il territorio può però valutare se sia davvero utile distribuire alcuni nuovi ingressi oppure se, in quella realtà, servano soprattutto più ore di italiano L2, più personale e un sostegno linguistico organizzato meglio.
Non sarebbe un sistema privo di regole. Sarebbe piuttosto un modo per distinguere il criterio generale dalla soluzione concreta, che può cambiare molto tra una grande città, Monfalcone e un piccolo comune con una sola scuola raggiungibile.
Germania e Austria partono dalla lingua
Non esiste un modello europeo unico, ma il confronto con Germania e Austria è interessante. In Germania l'istruzione è competenza dei Länder e non esiste un tetto federale del 30%. La commissione scientifica della Conferenza dei ministri dell'Istruzione ha raccomandato nel 2025 di partire dalla diagnosi delle competenze linguistiche dei nuovi arrivati e di predisporre interventi che le scuole possano adattare alle diverse esigenze. Gli stessi documenti tedeschi ricordano che ragazzi appena arrivati possono avere età, conoscenze, scolarizzazione precedente e livelli di tedesco molto diversi.
L'Austria utilizza invece MIKA-D, uno strumento nazionale che serve a valutare se la conoscenza del tedesco sia sufficiente per seguire le lezioni. Dal 2026/27 le scuole possono scegliere tra il modello tradizionale di sostegno linguistico e un progetto elaborato autonomamente in base alle esigenze dell'istituto, sotto la supervisione dell'autorità scolastica. Più della metà delle scuole interessate ha scelto quest'anno questa seconda possibilità.
Nessuno dei due sistemi può essere semplicemente copiato in Italia e anche quelle esperienze hanno aspetti discussi. Mostrano però una strada possibile: criteri comuni per capire chi ha realmente bisogno di aiuto e un certo margine lasciato alla scuola per decidere come organizzarlo.
Imparare l'italiano senza perdere la propria lingua
C'è poi un aspetto che spesso rimane sullo sfondo. Chiedere che un bambino impari bene l'italiano non significa pretendere che smetta di parlare in famiglia la lingua dei genitori. L'American Speech-Language-Hearing Association raccomanda agli adulti di utilizzare con i figli le lingue che padroneggiano meglio e ricorda che crescere con più lingue non provoca di per sé confusione o ritardi. Anche l'UNESCO insiste da anni sul valore del plurilinguismo e sulla possibilità di costruire nuove competenze linguistiche senza cancellare quelle già possedute.
Una famiglia che parla bengalese, arabo o rumeno può quindi continuare a farlo in casa. Sarebbe poco utile chiedere ai genitori di sostituire una lingua che conoscono bene con un italiano ancora povero soltanto per esercitare il bambino. Alla scuola spetta invece il compito di portarlo verso un italiano abbastanza solido da consentirgli non solo di parlare con i compagni, ma di leggere, scrivere, comprendere una spiegazione e studiare.
Il 30% viene prima o dopo il problema?
Nella discussione di questi giorni sono entrate anche le parole pronunciate da Sergio Mattarella il 21 settembre ad Amatrice. Il Presidente della Repubblica non ha parlato del decreto e non ha espresso un giudizio sul tetto del 30%. Ha ricordato che la scuola, come dispone l'articolo 34 della Costituzione, «è aperta a tutti» e ha detto che deve contribuire a non formare ghetti, a non alzare barriere e a produrre coesione sociale.
Non è un sì o un no alla misura approvata dal Governo, e sarebbe sbagliato presentarlo come tale. È però un buon punto dal quale guardare al risultato che si vuole ottenere.
Una migliore distribuzione degli studenti può essere utile quando una scuola concentra troppi nuovi arrivati e dispone di poche risorse per seguirli. Ma spostare un ragazzo da una classe a un'altra non modifica, da solo, la sua conoscenza dell'italiano. Un adolescente può conoscere la matematica, aver già studiato storia e scienze ed essere perfettamente in grado di imparare; se comprende soltanto poche parole della lingua utilizzata dall'insegnante, una buona parte di quelle capacità rimane temporaneamente inutilizzabile.
È qui che dovrebbe concentrarsi lo sforzo maggiore. Bisogna sapere chi ha realmente bisogno di aiuto, valutare quanto italiano conosce, accompagnarlo nell'apprendimento e mettere la scuola nelle condizioni di farlo. Dove esiste una concentrazione difficile da gestire, dirigente e Ufficio scolastico devono poter intervenire anche distribuendo diversamente i nuovi ingressi; dove questo non è possibile o non è necessario, servono risorse adeguate nello stesso istituto.
Il 30% può essere un segnale utile e può impedire che alcune situazioni vengano semplicemente lasciate crescere senza controllo. Diventa molto meno convincente se alla percentuale si affida il compito di descrivere da sola problemi che dipendono dalla lingua, dalla storia scolastica dei ragazzi, dalle risorse disponibili e perfino dalla geografia del territorio.
Alla fine, la domanda più concreta non è quanti studenti stranieri possano stare nella stessa classe, ma quanti ragazzi non siano ancora in grado di seguire una lezione in italiano e che cosa la scuola sia in grado di fare per loro. L'integrazione comincia davvero quando quel bisogno diminuisce fino a non essere più il criterio con cui decidere dove farli sedere.
Fonti principali
- Ministero dell'Istruzione, Circolare n. 2 dell'8 gennaio 2010.
- Decreto-legge 31 maggio 2024, n. 71, art. 11, convertito dalla legge 29 luglio 2024, n. 106.
- Presidenza della Repubblica, intervento di Sergio Mattarella all'inaugurazione dell'anno scolastico 2026/27, Amatrice, 21 settembre 2026.
- Documentazione e dichiarazioni sul decreto scuola approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre 2026.
- Rai TGR Friuli Venezia Giulia, approfondimenti sulla situazione delle scuole di Monfalcone, settembre 2026.
- Kultusministerkonferenz, raccomandazioni sulla formazione linguistica dei bambini e ragazzi neoarrivati, 2025.
- Bundesministerium für Bildung austriaco, documentazione sulla Deutschförderung e su MIKA-D, 2026.
- UNESCO, documentazione sull'educazione multilingue.
- American Speech-Language-Hearing Association, Learning More Than One Language.
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