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La tratta della settimana
28 OTTOBRE – 3 NOVEMBRE 2026 BINARIO 1
PARTENZA

La manovra da 26 miliardi. Ma quanto cambia davvero?

Il governo ha approvato il disegno di legge di bilancio per il 2027. Una manovra da circa 26 miliardi di euro che Giorgia Meloni presenta come la conferma della linea seguita dall'esecutivo: sostegno al potere d'acquisto, attenzione alle famiglie, incentivi al lavoro e alle imprese, nuove risorse per la sanità.

Tra le misure annunciate ci sono interventi sull'IRPEF, agevolazioni per i lavoratori, sostegni alle famiglie e incentivi agli investimenti. Il Fondo sanitario nazionale dovrebbe raggiungere i 146,3 miliardi nel 2027, con un incremento di 3,4 miliardi.

Sono provvedimenti che meritano di essere esaminati senza pregiudizi. Non tutto ciò che propone il governo è necessariamente sbagliato, così come non tutto ciò che viene annunciato in una conferenza stampa produce automaticamente un miglioramento nella vita delle persone.

Il punto è proprio questo. Una legge di bilancio non si giudica soltanto contando gli stanziamenti o sommando le agevolazioni. Si giudica dalla capacità di incidere sui problemi che il Paese si porta dietro da anni.

Prendiamo la sanità. Le risorse aggiuntive sono un dato positivo, ma quanti cittadini riusciranno a ottenere una visita specialistica in tempi ragionevoli? Quanti medici e infermieri resteranno nel servizio pubblico? Quanto cambierà l'assistenza nelle aree dove oggi trovare un medico di famiglia è diventato un problema?

Lo stesso ragionamento vale per il lavoro. Una riduzione fiscale può offrire un beneficio immediato, ma non sostituisce una politica capace di aumentare la produttività e favorire la crescita dei salari. E gli incentivi alle assunzioni, per quanto utili, non possono diventare l'unica risposta alle difficoltà delle imprese.

C'è poi il tema delle coperture. Il disegno di legge dovrà affrontare il confronto parlamentare, nel quale sarà necessario chiarire la tenuta complessiva delle misure e il loro impatto sulle diverse categorie di contribuenti.

Il governo ha il diritto di rivendicare la propria manovra. Le opposizioni hanno il dovere di valutarla nel merito, indicando ciò che cambierebbero e dove troverebbero le risorse necessarie.

Perché criticare una legge di bilancio è relativamente facile. Presentarne una migliore, sostenibile e credibile, è tutta un'altra faccenda.

FERMATA 01

La nuova legge elettorale. Le regole sono cambiate, la politica resta quella di prima

La nuova legge elettorale è ormai una realtà. La legge 9 ottobre 2026, n. 180, entrata in vigore il 24 ottobre, modifica il sistema di elezione della Camera e del Senato, introducendo un meccanismo proporzionale corretto da un premio di governabilità.

Tornano le preferenze, fino a tre, ma rimangono i capilista bloccati. Le forze politiche dovranno inoltre indicare il nome che intendono proporre per la Presidenza del Consiglio, senza modificare le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica.

È una riforma che contiene elementi diversi, alcuni dei quali meritano una valutazione positiva. Il ritorno delle preferenze restituisce agli elettori una possibilità di scelta che il sistema precedente aveva fortemente limitato. Non è un dettaglio, anche se la presenza dei capilista bloccati impedisce di parlare di una restituzione completa del potere di selezione ai cittadini.

Ma la questione più importante è politica.

Per anni ci è stato spiegato che il problema dell'Italia fosse l'instabilità dei governi. Ora abbiamo un esecutivo che rivendica la propria durata e la propria compattezza, eppure la maggioranza ha considerato necessario cambiare nuovamente le regole elettorali.

Naturalmente la stabilità di un singolo governo non dimostra che il sistema sia perfetto. Ma sarebbe stato utile spiegare con maggiore chiarezza quale problema strutturale la nuova legge intenda risolvere e perché proprio questa soluzione debba essere considerata la migliore.

Matteo Renzi ha contestato la riforma, leggendo nella scelta della maggioranza una convenienza legata alle prossime elezioni. È una valutazione politica, non la dimostrazione delle intenzioni del governo. Resta però il fatto che la legge modifica gli incentivi alla formazione delle coalizioni e il rapporto tra consenso elettorale e rappresentanza parlamentare.

Ed è su questo terreno che andrebbe giudicata.

Una buona legge elettorale dovrebbe funzionare indipendentemente da chi vince. Dovrebbe garantire rappresentanza, rendere possibile la formazione di maggioranze e consentire agli elettori di comprendere il peso del proprio voto.

Soprattutto, dovrebbe essere accettabile anche quando a beneficiarne sono gli avversari.

La verità è che nessuna legge elettorale può sostituire la qualità della politica. Un premio di maggioranza può favorire la formazione di un governo, ma non può trasformare un'alleanza litigiosa in una coalizione coesa. E le preferenze possono avvicinare gli elettori ai candidati, ma non garantiscono da sole una classe dirigente migliore.

Le regole contano. Le persone, i programmi e la capacità di governare continuano a contare molto di più.

FERMATA 02

Il centrosinistra ha trovato un'intesa. Adesso deve trovare una direzione

Il confronto sulla finanza pubblica ha prodotto un segnale che merita attenzione. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e Più Europa hanno cercato una convergenza su alcune priorità condivise.

Sanità, salari, diritto alla casa, potere d'acquisto delle famiglie e una diversa impostazione delle politiche economiche sono alcuni dei temi sui quali è stato possibile avvicinare posizioni che, fino a poco tempo fa, sembravano difficilmente conciliabili.

Non è ancora un programma di governo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare ogni intesa come un semplice espediente parlamentare.

Dimostra che, quando si discute di questioni concrete, forze politiche con storie e sensibilità differenti possono trovare un terreno comune.

Il problema comincia dopo.

Perché un conto è sottoscrivere un documento, un altro è presentarsi agli elettori con una proposta credibile per governare il Paese. E su questo il centrosinistra deve ancora compiere molta strada.

Le differenze sulla politica estera, sull'Ucraina, sulle scelte economiche e sul ruolo dell'Europa non scompaiono perché i partiti riescono a firmare un testo insieme. Possono essere affrontate, mediate, perfino superate. Ma prima devono essere riconosciute.

Una coalizione che promette di risolvere ogni divergenza dopo le elezioni rischia di chiedere agli elettori un atto di fiducia troppo impegnativo.

In questo quadro Italia Viva ha un'occasione politica precisa. Può contribuire alla costruzione di un'alternativa senza rinunciare alla propria identità riformista.

Il suo ruolo non dovrebbe essere misurato soltanto nei punti percentuali che può portare a una coalizione. Dovrebbe essere riconoscibile nelle proposte sulla crescita, sugli investimenti, sulle infrastrutture, sulla scuola, sulla pubblica amministrazione e sulla competitività delle imprese.

Ma questo richiede anche una responsabilità: non basta rivendicare il riformismo, bisogna renderlo comprensibile e concreto.

Il Partito Democratico deve chiarire quale sintesi intenda proporre tra le diverse culture che convivono al suo interno. Il Movimento 5 Stelle deve spiegare come concilierebbe alcune delle proprie posizioni con quelle degli alleati. E tutte le forze coinvolte devono decidere se intendono costruire un progetto comune oppure limitarsi a un accordo elettorale.

Le primarie, le candidature e gli equilibri tra i leader arriveranno. Ma sarebbe un errore cominciare da lì.

Prima viene il programma. Poi vengono le persone chiamate a realizzarlo.

Il centrosinistra non ha bisogno soltanto di trovare qualcuno capace di tenere insieme i partiti. Ha bisogno di convincere anche chi oggi non si riconosce in nessuno di essi.

Ed è probabilmente questa la sfida più difficile.

FERMATA 03

L'Europa guarda al Canada. L'Italia dovrebbe guardare un po' più lontano

Mentre la politica italiana concentra gran parte delle proprie energie sulle vicende interne, l'Unione europea continua a confrontarsi con un mondo nel quale gli equilibri economici e geopolitici cambiano rapidamente.

Il vertice tra Unione europea e Canada, convocato a Montréal il 29 e 30 ottobre, si inserisce in questa trasformazione. Al centro dell'agenda ci sono commercio, sicurezza economica, materie prime critiche, tecnologia, difesa e cooperazione industriale.

Non si tratta soltanto di rafforzare rapporti diplomatici già consolidati.

Europa e Canada condividono interessi che diventano sempre più importanti in un contesto internazionale segnato dalla competizione tecnologica, dalle tensioni commerciali e dalla necessità di ridurre alcune dipendenze strategiche.

Il valore politico della relazione va oltre il commercio. Il Canada dispone di risorse energetiche e minerarie, competenze tecnologiche e capacità industriali che possono integrarsi con quelle europee. L'Unione, dal canto suo, rappresenta un mercato di dimensioni rilevanti e un partner fondamentale per ricerca, investimenti e innovazione.

Il tentativo di rafforzare questa collaborazione racconta un cambiamento più generale: l'Europa sta cercando di costruire strumenti che le consentano di difendere i propri interessi senza rinunciare a un sistema internazionale fondato su regole condivise.

È una prospettiva che riguarda direttamente anche l'Italia.

Le nostre imprese dipendono dalle esportazioni, dalle catene internazionali di fornitura e dalla disponibilità di energia e materie prime a costi competitivi. Le decisioni assunte a Bruxelles o nei vertici internazionali possono incidere sull'occupazione e sugli investimenti molto più di tante polemiche che occupano quotidianamente il dibattito nazionale.

Eppure, troppo spesso, l'Europa viene raccontata come un'entità esterna: utile quando distribuisce risorse, fastidiosa quando chiede impegni, comoda da accusare quando qualcosa non funziona.

Un Paese che vuole essere protagonista dell'Unione dovrebbe invece partecipare alla definizione delle scelte comuni, assumendosi anche le responsabilità che ne derivano.

Questo vale per la politica industriale, per l'energia, per la sicurezza e per il sostegno all'Ucraina. E vale soprattutto per la capacità di guardare oltre la prossima scadenza elettorale.

Perché mentre noi discutiamo di alleanze e candidature, il resto del mondo continua a muoversi. E non aspetta che la politica italiana abbia finito di litigare.

DESTINAZIONE

Sotto il rumore · Il coraggio di scegliere

Quattro questioni diverse, un filo che le tiene insieme.

La manovra economica distribuisce risorse e definisce priorità. La legge elettorale cambia le condizioni della competizione politica. Le opposizioni cercano di costruire un'alternativa. L'Europa prova a rafforzare le proprie alleanze in un mondo sempre meno prevedibile.

In tutti e quattro i casi emerge lo stesso problema: la distanza tra ciò che la politica annuncia e ciò che riesce effettivamente a realizzare.

Non c'è nulla di sbagliato nel cercare consenso. È il fondamento della democrazia rappresentativa. Ma il consenso dovrebbe servire a sostenere delle decisioni, non a sostituirle.

Una misura economica non diventa efficace perché viene presentata bene. Una legge elettorale non diventa giusta perché favorisce una maggioranza. Una coalizione non diventa credibile perché riesce a riunire tutti i propri leader davanti ai fotografi.

La politica si misura su ciò che produce.

Ed è proprio qui che il riformismo dovrebbe trovare la propria ragione d'essere. Non nell'ennesima etichetta da aggiungere al nome di un partito, ma nella disponibilità ad affrontare i problemi, scegliere le priorità, spiegare i costi e assumersi la responsabilità dei risultati.

Essere riformisti non significa avere sempre ragione. Significa accettare che le soluzioni vadano verificate, corrette e, quando necessario, cambiate.

Significa anche conservare la libertà di riconoscere una buona decisione del governo senza sentirsi meno opposizione, e di criticare una scelta della propria parte senza essere considerati un traditore.

Il Paese avrebbe bisogno di meno competizioni su chi pronuncia la frase più efficace e di più confronti su chi propone la soluzione più credibile.

Non è una richiesta di moderazione dei toni a ogni costo. Ci sono decisioni che meritano critiche severe, e altre che richiedono un'opposizione determinata.

Ma la critica diventa politicamente utile quando sa indicare una strada diversa.

È questo che distingue chi vuole soltanto conquistare il potere da chi vuole utilizzarlo per cambiare le cose.

E forse è proprio questa la domanda che dovremmo porre più spesso a chi ci chiede il voto: non soltanto perché gli altri hanno sbagliato, ma che cosa intendete fare voi, concretamente, al loro posto?

Fonti e documenti

Presidenza del Consiglio dei ministri, comunicato n. 195 del 28 ottobre 2026, disegno di legge di bilancio 2027.

Legge 9 ottobre 2026, n. 180, disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, Gazzetta Ufficiale n. 235 del 9 ottobre 2026.

Documentazione e cronache parlamentari sul confronto tra le opposizioni in materia di finanza pubblica, ottobre 2026.

Consiglio europeo, documentazione del vertice UE-Canada, Montréal, 29–30 ottobre 2026.

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