Quirinale · La scuola, l'integrazione e due modi di affrontare lo stesso problema
Nel discorso pronunciato ad Amatrice per l'inaugurazione dell'anno scolastico, Sergio Mattarella ha richiamato l'articolo 34 della Costituzione e una scuola «aperta a tutti», capace di costruire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, evitare la formazione di ghetti e contribuire alla coesione sociale.
Parole arrivate mentre il governo sta preparando un provvedimento sulla presenza degli studenti stranieri nelle classi. La soglia annunciata è del 30 per cento, ma negli ultimi giorni il perimetro è stato precisato: riguarderebbe gli alunni che non conoscono sufficientemente l'italiano, soprattutto i nuovi arrivati, e non indistintamente tutti gli studenti di cittadinanza straniera. Sono inoltre previste deroghe nei territori nei quali la concentrazione è particolarmente elevata o non esistono scuole alternative facilmente raggiungibili.
Giuseppe Valditara ha annunciato anche 14 milioni di euro a regime per rafforzare l'insegnamento dell'italiano nei casi in cui non sia possibile distribuire diversamente gli studenti. Il provvedimento è atteso in Consiglio dei ministri; sarà il testo definitivo a chiarire nel dettaglio criteri, eccezioni e modalità di applicazione.
Giorgia Meloni ha respinto l'interpretazione secondo cui le parole di Mattarella fossero una critica all'iniziativa del governo. Ha ricordato che lo stesso Mattarella, quando era ministro dell'Istruzione, firmò nel 1989 e nel 1990 due circolari che invitavano a evitare un'eccessiva concentrazione degli alunni stranieri nelle stesse classi.
Il precedente esiste, ma va letto nel suo contesto. Le circolari di allora suggerivano, dove possibile, di non concentrare più di quattro o cinque studenti provenienti dallo stesso Paese o appartenenti allo stesso gruppo linguistico. L'obiettivo dichiarato era favorire l'apprendimento dell'italiano e l'inserimento nella vita scolastica. Il progetto di oggi utilizza invece una soglia percentuale e parte dalla competenza linguistica degli alunni.
Più che stabilire chi possa usare Mattarella a sostegno della propria posizione, sarà utile capire se il nuovo sistema riuscirà davvero a migliorare l'integrazione. Una percentuale, da sola, dice poco. Contano il modo in cui viene valutata la conoscenza dell'italiano, la possibilità concreta di distribuire gli studenti tra scuole diverse, le risorse disponibili e le differenze tra un quartiere di una grande città e un piccolo comune con un solo istituto.
Il problema delle classi nelle quali molti ragazzi faticano a seguire le lezioni perché non conoscono la lingua esiste. Il confronto serio comincia da lì. La risposta, invece, potrà essere giudicata quando avremo davanti il provvedimento e non soltanto le anticipazioni.
Via XX Settembre · Quel decimale che pesa sulla prossima manovra
L'Istat ha confermato per il 2025 un rapporto tra deficit e Pil del 3,1 per cento. È molto meno del 3,4 per cento dell'anno precedente, ma resta appena sopra quella soglia del 3 per cento che avrebbe consentito all'Italia di accelerare l'uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo.
Nello stesso aggiornamento il Pil reale del 2025 è stato rivisto al rialzo allo 0,6 per cento. Migliora anche il saldo primario, passato dallo 0,5 allo 0,8 per cento del Pil. La pressione fiscale, però, sale al 42,9 per cento, sette decimi in più rispetto al 2024.
Sono numeri che raccontano una situazione meno semplice di quanto suggerisca il consueto scambio di accuse tra maggioranza e opposizioni. Il deficit è sceso, ma non abbastanza. La crescita è stata rivista verso l'alto, ma resta debole. Le entrate sono aumentate e i conti migliorano, mentre la pressione fiscale continua a pesare.
Nel frattempo è già cominciata la discussione sulla prossima legge di Bilancio. Il governo ha indicato tra le priorità la prosecuzione del taglio dell'Irpef sul ceto medio, mentre sul tavolo ci sono anche la volontà di rendere strutturale l'abolizione del bollo per alcune categorie di veicoli e altre misure fiscali annunciate nelle ultime settimane.
Giancarlo Giorgetti, rispondendo il 23 settembre al question time alla Camera, ha confermato che la riduzione dell'imposizione sul reddito del ceto medio rimane uno degli obiettivi. Ha però aggiunto che le diverse proposte dovranno trovare una sintesi dopo l'aggiornamento del quadro di finanza pubblica.
Tradotto dal linguaggio del ministero: prima bisogna capire quanto spazio c'è davvero.
È per questo che quel decimale sopra il 3 per cento conta più di quanto sembri. Non impedisce al governo di intervenire, ma rende ancora più importante scegliere dove mettere le risorse. E quando una maggioranza entra nella parte finale della legislatura, stabilire le priorità di bilancio diventa inevitabilmente anche una scelta politica.
Montecitorio · La legge elettorale torna in Commissione
Dopo le modifiche approvate dal Senato il 15 settembre, la nuova legge elettorale è tornata alla Camera come C.2822-B. Il 21 settembre la Commissione Affari costituzionali ha svolto le audizioni degli esperti e ha poi fissato al giorno successivo il termine per la presentazione degli emendamenti.
Rispetto alla settimana scorsa non serve ripercorrere ancora una volta tutta la riforma. Il sistema è ormai noto nelle sue linee principali: impianto proporzionale, premio di governabilità legato al raggiungimento del 42 per cento, preferenze per i candidati successivi al capolista e un peso rilevante delle coalizioni.
Quello che comincia a interessare è ciò che succede fuori dalle Commissioni parlamentari. Le nuove regole non sono ancora legge, ma partiti e coalizioni conoscono ormai abbastanza bene il terreno sul quale potrebbero essere chiamati a competere.
Nel centrodestra significa fare i conti con rapporti di forza interni che cambiano nel tempo. Nell'opposizione significa soprattutto capire fin dove possa arrivare una coalizione che mette insieme forze diverse per storia, programmi e atteggiamento nei confronti del governo. Il premio previsto dalla riforma rende la capacità di stare insieme tutt'altro che secondaria.
Questo non significa che la legge elettorale deciderà automaticamente le alleanze. Sarebbe attribuirle un potere che non ha. Può però renderne alcune più convenienti e altre più complicate, e questo basta perché cominci a produrre effetti politici prima ancora della sua approvazione definitiva.
La riforma resta contestata dalle opposizioni e l'esame parlamentare non è concluso. Proprio per questo conviene seguirla senza anticipare l'esito: ogni eventuale modifica della Camera riaprirebbe infatti un ulteriore passaggio al Senato.
Palazzo Madama · Il nucleare torna nella politica energetica italiana
Il Senato ha approvato definitivamente il 23 settembre la legge delega sul nucleare sostenibile, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. Il testo aveva già ottenuto il via libera della Camera a giugno e completa così il suo percorso parlamentare.
È un passaggio importante, ma non significa che domani inizierà la costruzione di nuove centrali. La legge affida al governo il compito di ricostruire una disciplina organica del settore attraverso i decreti legislativi previsti dalla delega.
Il campo è ampio: costruzione ed esercizio degli impianti, sicurezza, autorizzazioni, organi di controllo, gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, ricerca e sviluppo delle nuove tecnologie. La delega indica un termine di dodici mesi, anche se il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha già espresso l'intenzione di procedere più rapidamente con i primi decreti.
Dopo decenni nei quali in Italia il nucleare è stato soprattutto sinonimo di impianti dismessi, scorie e referendum, torna quindi a far parte delle opzioni considerate dalla politica energetica nazionale.
Il governo lega questa scelta alla necessità di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, rafforzare la sicurezza energetica e offrire all'industria energia a costi più competitivi. Chi contesta il ritorno all'atomo pone invece l'accento sui costi, sui tempi di realizzazione, sulla gestione dei rifiuti e sulla convenienza rispetto alle alternative disponibili. Sono questioni che la legge delega non risolve e che accompagneranno inevitabilmente i prossimi passaggi.
Il voto di Palazzo Madama, quindi, chiude l'iter di una legge ma apre una discussione molto più concreta. Quali tecnologie utilizzare, dove eventualmente localizzare gli impianti, quanto costeranno, in quali tempi potranno entrare in funzione e come verrà costruito il consenso nei territori sono domande che arriveranno dopo.
Ed è una discussione destinata a durare. Le scelte energetiche hanno tempi molto più lunghi di una legislatura e gli effetti delle decisioni prese oggi, qualunque sia il giudizio sul nucleare, finiranno inevitabilmente sulle scrivanie di governi diversi da quello attuale.
Sotto il rumore · Quanto del 2027 c'è già nelle scelte del 2026?
La scuola, il deficit, la legge elettorale e il nucleare non nascono dallo stesso problema e non hanno la stessa importanza. Metterli nello stesso articolo non serve a trovare per forza un collegamento che non c'è. C'è però un elemento che attraversa questa fase politica: il tempo.
La legislatura non è agli sgoccioli, ma non è più nemmeno all'inizio. Il governo deve decidere quali promesse fiscali trasformare in una legge di Bilancio, interviene su un tema sensibile come immigrazione e scuola e ha appena ottenuto dal Parlamento una delega destinata a impostare la politica nucleare dei prossimi anni. Intanto Camera e Senato stanno riscrivendo le regole con cui si voterà.
In una situazione del genere il 2027 finisce inevitabilmente sullo sfondo, anche quando non viene nominato.
Non sarebbe serio sostenere che ogni scelta venga presa in funzione delle prossime elezioni. Non abbiamo elementi per dirlo e, soprattutto, governi e Parlamento devono continuare a decidere anche quando il voto si avvicina. Ma è altrettanto difficile pensare che partiti e leader non tengano conto del tempo che resta e del giudizio che prima o poi arriverà dagli elettori.
La legge elettorale rende tutto più visibile. Con una soglia che premia la coalizione capace di raggiungere un risultato elevato, non basta misurare il consenso del proprio partito. Bisogna cominciare a chiedersi con chi presentarsi, su quale programma e fino a che punto le differenze possano essere tenute insieme.
Vale per il centrodestra, dove gli alleati competono tra loro pur governando insieme, e vale ancora di più per le opposizioni, che devono trasformare l'idea del campo largo in qualcosa di più preciso di una somma di sigle.
Forse la campagna elettorale non è ancora cominciata. Ma il periodo nel quale era possibile considerare il 2027 una data lontana sta finendo.
E questo, più delle polemiche che cambiano ogni ventiquattr'ore, è probabilmente ciò che vale la pena osservare.
Fonti e documenti
Presidenza della Repubblica, intervento del Presidente Sergio Mattarella all'inaugurazione dell'anno scolastico 2026/2027, Amatrice, 21 settembre 2026; documentazione relativa alle circolari del Ministero della Pubblica Istruzione del 1989 e 1990 sull'inserimento degli alunni stranieri; Istat, “Conti economici nazionali – Anni 2010-2025”, 22 settembre 2026; Camera dei deputati e Senato della Repubblica, iter della proposta di legge C.2822-B sulla riforma elettorale; Senato della Repubblica, ddl n. 1924, “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile”; dichiarazioni del Governo e cronache ANSA del 22 e 23 settembre 2026 sui provvedimenti relativi alla scuola, sulla finanza pubblica e sul nucleare.