Palazzo Madama · La legge elettorale torna alla Camera
Il 15 settembre il Senato ha approvato con modifiche la nuova legge elettorale: 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astenuti. Proprio perché Palazzo Madama ha cambiato il testo già votato dalla Camera a luglio, il provvedimento è tornato a Montecitorio, dove prosegue il suo iter come C.2822-B.
L'impianto è ormai abbastanza definito. Il sistema è a prevalente base proporzionale e prevede un premio di governabilità di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o la coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere. Se nessuno arriva a quella soglia, il premio non scatta e la distribuzione dei seggi resta proporzionale.
Al Senato è arrivata anche una modifica importante rispetto al testo uscito dalla Camera: sono state introdotte le preferenze, ma soltanto per i candidati che non occupano il primo posto della lista. Nei collegi sono previsti sette candidati e l'elettore può indicare fino a tre preferenze, mentre il capolista resta bloccato. È quindi una soluzione intermedia tra le liste completamente bloccate e un sistema nel quale tutti gli eletti dipendono dalle preferenze degli elettori.
La discussione tecnica, però, racconta soltanto una parte della storia. Una legge elettorale non stabilisce con chi un partito debba allearsi, ma può rendere alcune scelte più convenienti e altre più difficili. Una soglia del 42 per cento collegata a un premio consistente rende inevitabile guardare non soltanto ai consensi dei singoli partiti, ma alla capacità delle coalizioni di presentarsi competitive nel loro insieme.
È qui che la questione smette di essere soltanto parlamentare. Centrodestra e opposizioni stanno discutendo delle regole con cui si voterà, ma contemporaneamente quelle regole entrano nei calcoli sulle alleanze. E quando accade, la legge elettorale comincia a produrre effetti politici ancora prima di essere utilizzata in un'urna.
Palazzo Chigi · Il bollo auto e una discussione vecchia di dieci anni
Il governo ha introdotto per il 2027 l'esenzione dal bollo per le automobili fino a 80 kW e per i motoveicoli. Giorgia Meloni ha precisato che l'intenzione è rendere la misura strutturale e quindi definitiva; allo stato attuale, però, le risorse contenute nel provvedimento riguardano il 2027 e per gli anni successivi serviranno ulteriori coperture.
Fin qui il provvedimento. Poi è arrivata la politica, e con essa Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva ha recuperato un intervento del 2016, quando da presidente del Consiglio aveva ipotizzato anche l'abolizione del bollo e Meloni lo aveva accusato sui social di essere un «venditore di pentole» e un «mago della distrazione di massa». Dieci anni dopo la presidente del Consiglio gli ha risposto rivendicando la differenza tra annunciare e realizzare, mentre Renzi ha replicato ricordando alcune misure fiscali varate dai suoi governi.
Il botta e risposta è inevitabilmente più appetibile della parte contabile, ma proprio la parte contabile è quella che merita di essere seguita. Il governo ha deciso un'esenzione concreta per il 2027 e ha dichiarato di volerla rendere permanente. Sono due passaggi diversi: il primo è contenuto nel decreto, il secondo richiederà che le prossime leggi di bilancio trovino le risorse necessarie.
C'è poi un'altra questione che il confronto sui social rischia di nascondere. Il bollo è un tributo regionale e la sua riduzione implica quindi la compensazione del gettito che viene meno alle Regioni. È su questo terreno, più che sulla battuta riuscita di Meloni o sulla vecchia dichiarazione recuperata da Renzi, che si potrà capire la reale portata dell'operazione.
Il precedente del 2016 resta politicamente interessante perché mostra quanto possano cambiare nel tempo ruoli e argomenti: chi governa deve trovare le coperture, chi sta all'opposizione può contestarne priorità e sostenibilità. Dieci anni dopo le parti si sono invertite. Il problema, però, resta lo stesso: capire quanto costa una promessa e chi la paga.
Largo del Nazareno · Schlein tende una mano, gli alleati frenano
Il passaggio forse più interessante della settimana non riguarda uno scontro tra maggioranza e opposizione, ma una tensione dentro l'opposizione stessa. Elly Schlein ha scritto a Giorgia Meloni proponendo un confronto sull'utilizzo di circa 14 miliardi di euro che l'Italia potrebbe mobilitare entro il 2028 per accelerare la transizione energetica.
La proposta del Partito Democratico è concreta: due miliardi per rafforzare il Conto Termico e favorire il passaggio alle pompe di calore, tre miliardi aggiuntivi per la riqualificazione energetica degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, quattro miliardi per aiutare le imprese a ridurre il consumo di gas, tre miliardi per metropolitane e trasporto rapido di massa e altri due per reti elettriche, sistemi di accumulo, batterie e infrastrutture di ricarica.
Meloni ha risposto che avrebbe approfondito le proposte «senza pregiudizi». La reazione degli alleati potenziali del PD è stata molto meno disponibile. Giuseppe Conte ha sostenuto che oggi non esistano le condizioni per collaborare con il governo, mentre Angelo Bonelli ha giudicato incomprensibile l'apertura della segretaria democratica.
La questione va oltre i 14 miliardi e persino oltre l'energia. Se si vuole costruire una coalizione capace di presentarsi insieme alle elezioni, bisogna stabilire anche cosa significhi fare opposizione: se comporti una contrapposizione sistematica al governo oppure se lasci spazio, su alcuni dossier, alla possibilità di trovare convergenze quando le proposte vengono considerate utili.
Non esiste una risposta obbligata. È una scelta politica e ciascuna forza può legittimamente farne una diversa. Il problema nasce quando forze che intendono costruire un'alternativa comune attribuiscono significati diversi perfino al metodo con cui quell'alternativa dovrebbe comportarsi prima delle elezioni.
Ed è proprio per questo che la lettera di Schlein conta più di quanto possa sembrare. Non perché annunci necessariamente qualche avvicinamento tra PD e governo, ma perché rende visibile una differenza interna al futuro campo largo: prima ancora di decidere chi dovrà guidarlo, bisognerà chiarire come dovrà stare insieme.
Baltico · Due caccia italiani e una domanda sull'Europa
Il 17 settembre due Eurofighter italiani della Task Force Air “Baltic Thunder III”, impegnati nella missione NATO di difesa aerea sul fianco orientale, sono decollati dopo la violazione dello spazio aereo della Lituania da parte di due jet militari russi.
Nelle stesse ore Giorgia Meloni, da Oslo, ha definito questi episodi provocazioni russe, sostenendo però che l'Europa non debba reagire in modo da alimentare l'escalation. La presidente del Consiglio ha inoltre rilanciato una proposta avanzata da tempo: individuare un inviato europeo per l'Ucraina che permetta all'Unione di presentarsi con una voce più riconoscibile nel confronto diplomatico.
È una vicenda che mette insieme due problemi distinti. Il primo riguarda la sicurezza: l'Italia partecipa direttamente alla difesa dello spazio aereo NATO sul fianco orientale e l'intervento dei suoi caccia lo rende molto concreto. Il secondo riguarda il peso politico dell'Europa, che continua ad avere molti governi, molti canali diplomatici e posizioni non sempre coincidenti su come arrivare a una soluzione della guerra.
Dire che l'Europa debba parlare con una sola voce è relativamente semplice. Stabilire quale debba essere quella voce lo è molto meno. Le differenze attraversano i governi europei e attraversano anche la politica italiana, comprese le forze che stanno provando a costruire un'alternativa all'attuale maggioranza. La politica estera, quindi, non resterà fuori dalla costruzione delle future coalizioni.
Sotto il rumore · La campagna elettorale del 2027 è già cominciata?
Se si guardano separatamente le fermate di questa settimana, non sembrano avere molto in comune. Una legge elettorale, una tassa automobilistica, una proposta sull'energia e due caccia che decollano nel Baltico appartengono a capitoli molto diversi dell'agenda politica. Mettendoli insieme, però, affiora qualcosa.
La legge elettorale obbliga i partiti a ragionare sulle coalizioni. Il bollo diventa immediatamente terreno di confronto tra governo e opposizioni. La disponibilità di Schlein a discutere con Meloni apre una frattura sul modo in cui il campo largo dovrebbe comportarsi. L'Ucraina continua a porre alle stesse forze il problema di trovare una posizione comune in politica estera.
Questo non significa che ogni decisione presa oggi sia già una mossa elettorale. Sarebbe una lettura troppo semplice, oltre che impossibile da dimostrare. Significa però che l'orizzonte del 2027 sta entrando sempre più spesso nel modo in cui decisioni e dichiarazioni vengono interpretate, perché alle prossime politiche non basterà sapere quanti voti prenderanno i singoli partiti: conterà anche chi sarà riuscito a stare insieme e su quale programma.
Ed è probabilmente questa la vera tratta della settimana. Non siamo ancora in campagna elettorale nel senso tradizionale del termine, ma stiamo entrando nella fase in cui le regole, le alleanze e perfino il modo di fare opposizione cominciano a essere pensati anche in funzione dell'appuntamento successivo.
Il 2027 è ancora davanti a noi. Politicamente, però, sembra un po' meno lontano di una settimana fa.
Fonti e documenti
Senato della Repubblica, iter e resoconti del ddl n. 1971 sulla riforma elettorale; scheda parlamentare del ddl C.2822-B; documentazione e proposte sul tema energia; ANSA, ricostruzioni del 17 settembre 2026 sul decreto relativo al bollo auto, sul confronto Meloni-Renzi, sulle reazioni alla proposta di Schlein e sull'intervento degli Eurofighter italiani in Lituania.