Ettore Rosato al centro tra Matteo Renzi e Carlo Calenda, in una composizione editoriale che richiama il passaggio politico da Italia Viva ad Azione e il ruolo svolto durante la stagione del Terzo Polo.
Ettore Rosato tra Matteo Renzi e Carlo Calenda: dal ridimensionamento in Italia Viva all’ingresso ai vertici di Azione.

Ettore Rosato non ha mai avuto il profilo del capo politico e, probabilmente, lo ha sempre saputo. Il suo terreno è un altro: organizzazione, rapporti parlamentari, territori, costruzione delle alleanze. È lì che ha costruito il proprio peso ed è lì che Matteo Renzi, per anni, gli ha lasciato uno spazio molto ampio.

Quando nasce Italia Viva, nel 2019, Rosato è uno degli uomini centrali del nuovo partito. Diventa coordinatore nazionale insieme a Teresa Bellanova, successivamente presidente e resta uno dei punti di riferimento della macchina organizzativa. Nel 2022, quando Renzi e Carlo Calenda decidono di presentarsi insieme alle elezioni politiche, Rosato è tra coloro che lavorano più intensamente alla costruzione del Terzo Polo, un ruolo perfettamente coerente con il suo modo di fare politica: meno esposizione personale, molta tessitura.

È proprio durante quella stagione, però, che qualcosa cambia. Alla fine di dicembre 2022 Renzi gli chiede di lasciare la presidenza di Italia Viva con un anno di anticipo. Non è una ricostruzione fatta successivamente dai suoi avversari: sarà lo stesso Rosato, annunciando mesi dopo l’uscita dal partito, a raccontare di aver ricevuto quella richiesta e di averla accettata immediatamente, senza sollevare polemiche.

Liquidare oggi quel passaggio come una normale riorganizzazione interna sarebbe piuttosto comodo, ma poco convincente. Renzi può essere accusato di molte cose, non certamente di amministrare con leggerezza gli equilibri del proprio partito, soprattutto quando riguardano organizzazione e territori, cioè precisamente il terreno sul quale Rosato aveva costruito la propria centralità. Se decide di togliergli con un anno di anticipo un incarico di vertice mentre il suo presidente è uno degli uomini più impegnati nel rapporto con Azione, è difficile credere che lo faccia soltanto per cambiare qualche casella nell’organigramma.

È assai più plausibile che Renzi avesse cominciato ad annusare qualcosa.

Naturalmente non esiste un verbale nel quale il leader di Italia Viva scrive di aver scoperto un piano di Rosato, né avrebbe senso pretendere una prova di questo genere. I rapporti politici non funzionano così. Si consumano attraverso segnali, conversazioni, comportamenti, mutamenti di atteggiamento e soprattutto attraverso la progressiva erosione della fiducia. Renzi e Rosato avevano percorso abbastanza strada insieme perché il primo potesse accorgersi se il baricentro politico del secondo stava cominciando a spostarsi.

Non sappiamo quanto Renzi avesse capito in quel momento. Sappiamo, però, quello che succede dopo, e la successione degli avvenimenti rende quell’intuizione molto meno azzardata di quanto avrebbe potuto sembrare allora.

Il 1° ottobre 2023 Rosato lascia Italia Viva. Spiega la decisione con il fallimento del Terzo Polo, con le divergenze sulla costruzione del centro e con il modo in cui nel partito viene gestito il dissenso. È in quell’occasione che pronuncia una frase destinata, alla luce degli avvenimenti successivi, a diventare particolarmente interessante: in un partito costruito intorno a un leader, sostiene, «il dissenso andrebbe custodito e non esiliato».

Rosato precisa anche che non sta andando in Azione. Formalmente è vero, ma il 19 ottobre, appena diciotto giorni dopo l’uscita da Italia Viva, viene presentata PER, Popolari Europeisti Riformatori, l’associazione costruita insieme a Elena Bonetti e ad altri esponenti dell’area centrista. Quel giorno Rosato tiene a precisare: «Non siamo Azione». Nello stesso tempo, però, parla apertamente di collaborazione e sinergia con il partito di Calenda e rivendica la volontà di far ripartire proprio quel Terzo Polo che ritiene essere stato mandato in frantumi da Italia Viva.

È un passaggio che merita di essere osservato con attenzione, perché PER viene presentata come un nuovo soggetto autonomo ma impiega pochissimo tempo a trasformarsi nel ponte verso Azione. Il 29 gennaio 2024, poco più di tre mesi dopo la sua nascita, Calenda annuncia l’ingresso di Rosato e Bonetti nel partito parlando esplicitamente di un percorso di convergenza costruito dopo la rottura del Terzo Polo.

E Rosato non entra dalla porta di servizio. Calenda lo nomina immediatamente vicesegretario nazionale, gli affida l’organizzazione, gli enti locali e il lavoro sulle elezioni europee. Nel giro di pochi mesi ritrova esattamente il tipo di ruolo che aveva progressivamente perduto in Italia Viva: una posizione molto vicina al vertice e, soprattutto, il controllo di una parte importante della macchina politica. Ancora oggi Azione lo indica come vicesegretario e responsabile organizzazione.

Rosato non aveva bisogno di diventare il capo. Il suo profilo politico è sempre stato diverso e lui stesso sembra esserne perfettamente consapevole: il posto nel quale riesce a esercitare maggiore influenza è accanto al vertice, dentro i meccanismi organizzativi, nel punto in cui candidature, territori, gruppi dirigenti e alleanze devono essere messi insieme. Non è necessario essere il numero uno per contare molto.

Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato diverso. In Italia Viva quello spazio non stava semplicemente restringendosi per effetto del tempo o di una naturale rotazione degli incarichi: Renzi aveva cominciato a sottrarglielo. In Azione, invece, Calenda glielo restituisce immediatamente.

A questo punto è quasi inevitabile tornare alla fine del 2022. Rosato sta lavorando alla costruzione del rapporto con Azione e Renzi decide di togliergli anticipatamente la presidenza. Meno di un anno dopo Rosato lascia Italia Viva; diciotto giorni più tardi presenta un nuovo soggetto politico che collabora apertamente con Azione e, trascorsi altri tre mesi, entra direttamente nel partito di Calenda da vicesegretario.

Si può certamente sostenere che ogni passaggio abbia una propria spiegazione e che le divergenze politiche fossero reali. Probabilmente lo erano. Ma per considerare tutta la sequenza una semplice serie di coincidenze serve anche una buona dose di ingenuità.

La lettura più interessante è un’altra: Renzi potrebbe aver capito, durante la costruzione del Terzo Polo, che Rosato non era più soltanto l’uomo incaricato di tenere aperto il rapporto con Azione, ma stava progressivamente collocando il proprio futuro politico dentro quell’area. Forse non sapeva ancora come sarebbe andata a finire, forse non immaginava PER né l’ingresso formale nel partito di Calenda, ma aveva percepito che il rapporto fiduciario si era incrinato e si era comportato di conseguenza.

In altre parole, l’uomo incaricato di costruire il ponte con Azione rischiava prima o poi di decidere di attraversarlo. Alla fine lo ha fatto davvero.

La nascita di PER, riletta in questa prospettiva, diventa particolarmente significativa. Il 19 ottobre 2023 Rosato insiste sul fatto che la nuova associazione non sia Azione, ma contemporaneamente ne rivendica la collaborazione politica. Poco più di tre mesi dopo quella distinzione perde quasi completamente significato, perché il fondatore di PER entra in Azione e ne assume immediatamente uno degli incarichi più importanti.

PER, insomma, somiglia molto più a un ponte che a una destinazione. E questo non significa necessariamente che il percorso fosse stato programmato in ogni dettaglio molti mesi prima; significa però che il dopo-Renzi di Rosato ha preso una direzione chiarissima praticamente dal momento stesso in cui Rosato ha lasciato Renzi.

La storia potrebbe anche finire qui, se nel settembre 2024 non arrivasse un secondo capitolo che rende la parabola ancora più interessante. Azione perde nel giro di pochi giorni Enrico Costa, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Giusy Versace. Le ragioni addotte riguardano soprattutto le alleanze regionali con coalizioni nelle quali figurano Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra e, più in generale, la collocazione politica che il partito sta assumendo.

Per Rosato dovrebbe essere una situazione piuttosto familiare: dirigenti importanti ritengono che il proprio partito abbia imboccato una direzione diversa da quella nella quale si riconoscevano e decidono di andarsene. Solo che questa volta Rosato non è il dirigente che lamenta la gestione del dissenso. È il vicesegretario responsabile dell’organizzazione, uno degli uomini chiamati a difendere la linea di Calenda.

E infatti la difende. Respinge l’idea che Azione sia entrata nel campo largo, sostiene che le alleanze debbano essere valutate caso per caso e prende atto delle uscite senza particolare indulgenza verso chi se ne va. La posizione è perfettamente legittima, ma il contrasto con quanto Rosato aveva sostenuto lasciando Italia Viva rimane piuttosto evidente.

Quando il dissenso riguardava lui, doveva essere custodito e non esiliato; quando a dissentire sono altri dirigenti, Rosato è diventato uno dei principali custodi della linea ufficiale. Non c’è bisogno di trasformare questa contraddizione in una questione morale: è molto più interessante considerarla una questione di posizione politica. Il dissenso, visto dal dirigente che sta perdendo peso, ha inevitabilmente un aspetto diverso da quello che assume quando lo si osserva dalla stanza del vicesegretario.

Ed è forse proprio questo il punto che aiuta a rileggere anche il suo addio a Italia Viva. Ridurre tutto a una divergenza sulla linea politica significa raccontare soltanto una parte della storia. Le idee contano, ma in politica contano anche i rapporti fiduciari, gli incarichi, il peso dentro un’organizzazione e la possibilità concreta di incidere sulle decisioni.

Rosato aveva costruito la propria carriera sapendo esattamente quale fosse il suo mestiere politico. Renzi, a un certo punto, decide di togliergli progressivamente il terreno sul quale quel mestiere poteva essere esercitato. È difficile immaginare che lo abbia fatto senza una ragione, ed è altrettanto difficile non collegare quella scelta a ciò che stava accadendo proprio allora intorno alla costruzione del Terzo Polo.

Forse Renzi non conosceva ancora il finale, ma aveva annusato la storia. Aveva percepito che uno dei suoi uomini più importanti non guardava più soltanto dentro Italia Viva e ha scelto di ridurne il peso prima che quella distanza diventasse ufficiale.

Rosato, dal canto suo, ci ha provato. Ha lasciato Renzi, ha costruito PER e ha trovato in Calenda lo spazio che cercava, fino a diventare uno degli uomini più importanti dell’organizzazione di Azione. Non c’è nulla di scandaloso: la politica è anche questo. Diventa però più difficile raccontare quella traiettoria soltanto come la storia di un dirigente costretto ad andarsene per difendere le proprie idee.

Perché Renzi lo aveva allontanato dalla stanza dei bottoni prima che Rosato decidesse ufficialmente di uscire. E Rosato, appena uscito, non ha impiegato molto a trovarne un’altra.

Quella di Carlo Calenda.

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