Matteo Renzi lo si può stimare, si possono condividere molte delle sue battaglie e considerare positive diverse riforme del suo governo senza per questo dover cancellare gli errori che ha commesso. Vale anche per l'arroganza. Stabilire se una persona sia o non sia arrogante resta un giudizio soggettivo; molto meno soggettivi sono le parole, i gesti e il modo in cui Renzi scelse di esercitare la leadership negli anni della sua ascesa.
Del resto arrivò sulla scena nazionale parlando di “rottamazione”. Fu una scelta politica precisa e, in quella fase, anche tremendamente efficace. Il messaggio era semplice: una classe dirigente aveva fatto il suo tempo e doveva lasciare spazio a una nuova generazione. Non cercava la mediazione e non voleva cercarla. Proprio quella forza contribuì al suo successo, ma cominciò anche a scavare un fossato con una parte importante del gruppo dirigente del Partito Democratico.
Il 24 febbraio 2014, appena arrivato a Palazzo Chigi, si presentò al Senato per chiedere la fiducia. Parlò a braccio, con quella sicurezza che sarebbe diventata uno dei suoi tratti riconoscibili, e disse ai senatori che avrebbe voluto essere «l'ultimo Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula». Subito dopo aggiunse di essere consapevole del rischio di pronunciare quelle parole davanti a persone destinate, nelle sue intenzioni, a essere gli ultimi senatori chiamati a dare la fiducia a un governo.
La riforma del Senato faceva parte del programma e Renzi aveva tutto il diritto di sostenerla. Ma è difficile immaginare un modo più diretto per presentarsi davanti a un'assemblea dalla quale, in quello stesso momento, si sta chiedendo la fiducia.
Quello stile non rimase confinato alla comunicazione. In poco tempo il governo intervenne sulle prerogative sindacali nella pubblica amministrazione, riducendo del 50 per cento i contingenti complessivi di distacchi, aspettative e permessi sindacali. Arrivò lo scontro sulle ferie dei magistrati. Partì il 730 precompilato. Si mise mano al mercato del lavoro, alla pubblica amministrazione e poi alla scuola, con quella che sarebbe diventata la Buona Scuola.
Su molti di quegli interventi si può anche essere d'accordo. Il problema, visto a distanza di anni, è capire se fosse politicamente possibile fare tutto insieme e con quei tempi.
Nel giro di pochissimo Renzi si trovò ad avere contro pezzi della vecchia classe dirigente del PD, una parte consistente del sindacato, settori della magistratura, una parte del mondo della scuola e naturalmente le opposizioni. A questo si aggiungeva un linguaggio che non aiutava a raffreddare gli scontri: i critici diventavano i “gufi”, talvolta i “rosiconi”. Espressioni efficaci, probabilmente anche divertenti per chi stava dalla sua parte, molto meno per chi veniva messo dall'altra.
Il punto, allora, non è stabilire oggi se ciascuna di quelle riforme fosse giusta o sbagliata. Il punto è che una tale concentrazione di interventi contribuì a creare una quantità impressionante di avversari, spesso appartenenti a mondi che avevano ben poco in comune tra loro.
Solo Napoleone riusciva a mettere insieme tante coalizioni contro di sé.
È una battuta, naturalmente, ma rende abbastanza bene quello che accadde. Renzi aprì una serie di fronti contemporaneamente quando il suo potere politico era ancora molto giovane. Aveva conquistato Palazzo Chigi e alle europee del maggio 2014 il PD sarebbe arrivato al 40,8 per cento. Un risultato enorme, che poteva facilmente essere interpretato come un mandato ad accelerare. Ma un grande consenso elettorale non significa necessariamente avere già costruito intorno a sé una struttura politica abbastanza solida da sostenere contemporaneamente tanti conflitti.
È qui che, a mio avviso, Renzi commise uno dei suoi errori più importanti. Non perché volesse cambiare troppo, ma perché volle farlo troppo rapidamente. Prima aprì i fronti, poi si trovò a doverli reggere tutti insieme. Probabilmente sarebbe stato più efficace consolidare prima il consenso e le alleanze necessarie e affrontare successivamente, uno alla volta, alcuni degli interessi che quelle riforme inevitabilmente andavano a toccare.
Questo non assolve chi negli anni successivi ha trasformato Renzi in una caricatura. L'immagine dell'uomo arrogante, antipatico, interessato soltanto al potere è stata spesso utilizzata al posto della discussione sulle sue scelte politiche. Ma una caricatura, per funzionare, ha quasi sempre bisogno di partire da qualcosa di riconoscibile. E Renzi, soprattutto nei primi anni, quel materiale lo fornì in abbondanza.
Oggi mi sembra molto più cauto. La battuta tagliente è rimasta, così come una certa propensione allo scontro, ma difficilmente lo si vede aprire cinque battaglie contemporaneamente con cinque mondi diversi. Forse anche le sconfitte servono a questo: non necessariamente a cambiare le proprie idee, ma a capire meglio quando e come provare a realizzarle.
Per questo trovo poco convincente la difesa di Renzi secondo cui l'arroganza sarebbe semplicemente una fake news ripetuta per anni dai suoi avversari. Non ce n'è bisogno. Si può riconoscere che Renzi sia stato arrogante in più di un'occasione e continuare a considerarlo un politico di valore. Si possono condividere molte delle sue riforme e pensare che abbia sbagliato i tempi. Si può stimare una persona senza osannarla.
Anzi, forse è proprio questa la differenza tra sostenere un politico e diventare suoi tifosi.
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