Gli inglesi e gli australiani hanno un’immagine molto efficace per descrivere certi rapporti con il successo: il papavero che cresce più alto degli altri finisce per attirare l’attenzione di chi vorrebbe riportarlo alla stessa altezza del campo.
Non è soltanto un modo di dire. La psicologia sociale studia da decenni quello che viene chiamato Tall Poppy Syndrome, l’atteggiamento per cui una persona che ha raggiunto una posizione elevata, conquistato prestigio o ottenuto risultati superiori alla media diventa anche un bersaglio privilegiato. Il punto interessante non è tanto l’invidia, parola che spesso viene usata con troppa facilità, quanto ciò che succede quando quella persona cade, sbaglia o viene ridimensionata.
N. T. Feather cominciò a studiare seriamente il fenomeno alla fine degli anni Ottanta. Nel suo lavoro Attitudes towards the high achiever: The fall of the tall poppy, pubblicato nel 1989 sull’Australian Journal of Psychology, mise a confronto le reazioni delle persone davanti al fallimento di individui con risultati elevati e di individui nella media. Il risultato fu piuttosto netto: la caduta del primo gruppo provocava maggiore soddisfazione. Quando poi chi aveva raggiunto una posizione elevata commetteva una scorrettezza, veniva giudicato anche più severamente.
Più di trent’anni dopo il fenomeno è stato nuovamente studiato su campioni molto più grandi. Una ricerca preregistrata di Mathew Marques, N. T. Feather, Darren Austin e Chris Sibley, pubblicata nel 2022, ha lavorato su quasi 48 mila persone nel primo studio e oltre 5.500 nel secondo. Gli autori parlano esplicitamente della tendenza a desiderare che chi occupa posizioni elevate venga “ridotto alla giusta misura” e collegano questi atteggiamenti alla tensione che può crearsi tra successo, autorità ed eguaglianza.
Vale la pena fermarsi qui, perché dentro questo meccanismo c’è buona parte del rapporto che Matteo Renzi ha avuto con la politica italiana nell’ultimo decennio.
Il problema di Renzi è anche ciò che gli viene riconosciuto
Renzi non provoca reazioni così forti soltanto perché divide. Divide anche perché gli viene riconosciuta una capacità politica che non è facile ignorare.
Si può non votarlo, non sopportarlo, contestargli quasi tutto. Ma quando si parla di tattica parlamentare, costruzione delle alleanze, lettura delle debolezze degli avversari o capacità di occupare lo spazio politico, anche molti dei suoi detrattori finiscono per trattarlo come un interlocutore che va seguito con attenzione.
Questo non nasce oggi e non è soltanto un’impressione. Nel 2016 Eugenio Salvati dedicò alla leadership di Renzi uno studio pubblicato da Modern Italy, rivista accademica di Cambridge University Press. La descriveva come una leadership fortemente personalizzata, capace di scuotere il tradizionale modello organizzativo del Partito Democratico, sostenuta da uno stile comunicativo vigoroso e da una particolare abilità nell’utilizzo dei media tradizionali e nuovi. Salvati parlava apertamente di leadership carismatica.
Erano altri anni. Renzi era alla guida del Partito Democratico ed era arrivato a Palazzo Chigi. Nel frattempo il suo peso elettorale è cambiato radicalmente. Quello che non è scomparso è il peso specifico che continua ad avere nel dibattito politico.
Ed è proprio questa differenza a rendere interessante il caso.
Essere autorevoli non significa essere popolari
Uno degli errori più frequenti quando si parla di Renzi è mettere nello stesso contenitore consenso, simpatia e autorevolezza. Non sono la stessa cosa.
La psicologia sociale distingue, tra l’altro, due diverse strade attraverso le quali si può conquistare una posizione elevata all’interno di un gruppo: la dominanza e il prestigio. La dominanza passa attraverso il potere e la capacità di imporsi; il prestigio nasce invece dal riconoscimento che gli altri attribuiscono alla competenza, alla conoscenza o all’abilità di qualcuno.
Joey Cheng, Jessica Tracy, Tom Foulsham, Alan Kingstone e Joseph Henrich hanno mostrato sperimentalmente che entrambe possono produrre influenza, ma attraverso meccanismi diversi. Nel caso del prestigio, l’influenza nasce dalla competenza e dal know-how che gli altri riconoscono alla persona. I ricercatori hanno rilevato anche una maggiore attenzione visiva verso chi occupa quella posizione.
Tradotto nella politica: si può non avere alcuna simpatia per un avversario e continuare a considerarlo molto capace. Anzi, proprio questa percezione spinge a seguirlo più attentamente.
Con Renzi succede da anni.
Quando parla, difficilmente viene ignorato. Si cerca subito di capire cosa ci sia dietro. Se propone un’alleanza, si cercano le seconde intenzioni. Se rompe un equilibrio, si prova a immaginare quale sarà la mossa successiva. Se anticipa uno scenario, quella dichiarazione viene conservata per poter stabilire, mesi dopo, se aveva visto giusto oppure no.
Non è il trattamento riservato a un politico considerato irrilevante. È esattamente il contrario.
Per dimostrare che non conta, bisogna continuare a occuparsi di lui
Qui il caso Renzi diventa quasi paradossale.
Da anni viene annunciata periodicamente la sua fine politica. Ogni risultato elettorale negativo diventa quello definitivo, ogni difficoltà quella dalla quale non potrà più rialzarsi, ogni errore la prova che avrebbe perso la capacità di leggere la politica che gli era stata riconosciuta in precedenza.
Eppure, dopo ogni certificato di morte politica, si ricomincia da capo: cosa farà Renzi? Con chi si alleerà? Cosa vuole ottenere? Quanto può condizionare quella maggioranza? Quanto può disturbare quella coalizione? Perché ha detto quella frase?
C’è qualcosa che non torna. Se una persona non conta più, semplicemente si smette di occuparsene. Non c’è bisogno di dimostrarne l’irrilevanza ogni tre mesi.
Il papavero alto funziona proprio così. Non interessa soltanto quanto è cresciuto. Interessa soprattutto il momento nel quale finalmente si riesce a tagliarlo.
Il passo falso vale di più quando a sbagliare è quello bravo
La ricerca di Feather aiuta a capire anche un altro aspetto. L’errore non viene percepito nello stesso modo quando arriva da persone alle quali attribuiamo capacità diverse.
Se un politico considerato mediocre sbaglia una previsione, spesso finisce lì. Se sbaglia quello considerato particolarmente abile, l’errore diventa una notizia nella notizia. Non serve soltanto a contestare quella previsione: può diventare l’occasione per rimettere in discussione la reputazione costruita negli anni.
Con Renzi lo vediamo continuamente. Non si aspetta soltanto di capire se una scelta abbia funzionato. Si aspetta di vedere se finalmente è arrivato il momento nel quale “quello che si crede tanto furbo” ha sbagliato.
Ed è una differenza enorme.
La critica politica normale riguarda il merito di una decisione. Qui entra in gioco qualcos’altro: il piacere di poter ridimensionare chi viene percepito come particolarmente capace.
Quando la caduta dell’altro dà soddisfazione
Anche questo meccanismo è stato studiato. La parola tedesca Schadenfreude indica la soddisfazione provocata dalla disgrazia o dalla sconfitta altrui. Mina Cikara e Susan Fiske hanno mostrato in diversi esperimenti che i soggetti percepiti contemporaneamente come di alto status e competitivi possono suscitare una maggiore soddisfazione quando subiscono una battuta d’arresto.
Non significa che chiunque critichi Renzi sia mosso dall’invidia o dalla gioia per le sue sconfitte. Sarebbe una sciocchezza. Significa però che il meccanismo psicologico esiste e diventa particolarmente interessante quando lo si mette accanto alla figura di un politico percepito come competitivo, molto sicuro di sé e al quale viene riconosciuta una notevole capacità tattica.
Più alto è il piedistallo, maggiore è il valore simbolico della caduta.
E qui il “combinato disposto” diventa quasi completo: l’autorevolezza attira attenzione; l’attenzione aumenta lo scrutinio; lo scrutinio rende il passo falso più prezioso; il passo falso diventa il mezzo per ridimensionare l’autorevolezza che aveva provocato tutto il processo.
Con Renzi c’è anche un’aggravante: la politica è diventata identità
C’è poi un ultimo elemento che aiuta a capire perché questo fenomeno diventi ancora più forte quando entra nella politica.
Gli studi sul cosiddetto identity-motivated reasoning mostrano quanto l’appartenenza politica possa condizionare il modo in cui interpretiamo le azioni di un leader. Non cambia soltanto il giudizio finale. Possono cambiare persino le intenzioni che gli attribuiamo.
Quando il leader appartiene al nostro campo tendiamo più facilmente a interpretare le sue decisioni come rivolte all’interesse collettivo. Quando appartiene al campo avversario aumenta la tendenza a leggerle come mosse dettate dall’interesse personale.
È difficile trovare un politico italiano degli ultimi anni sul quale questo schema sia stato applicato più spesso di Matteo Renzi.
Una scelta tattica diventa ambizione personale. Un cambio di alleanza diventa opportunismo. Una battaglia politica diventa ricerca di visibilità. Una posizione controcorrente viene letta partendo dalla domanda su quale vantaggio personale stia cercando di ottenere.
Il merito della posizione arriva dopo, quando arriva.
Renzi non è diventato irrilevante quando ha perso consenso
Questo è probabilmente uno degli aspetti che più alimentano il cortocircuito. Il ridimensionamento elettorale non ha prodotto un equivalente ridimensionamento della sua capacità di intervenire nelle partite politiche.
La crisi del Conte II ne è stata la dimostrazione più evidente. Nel gennaio 2021 Italia Viva ritirò dal governo Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. La crisi portò successivamente alle dimissioni di Giuseppe Conte e, dopo i passaggi istituzionali previsti dalla Costituzione, il 3 febbraio Sergio Mattarella affidò a Mario Draghi l’incarico di formare un nuovo governo.
Non serviva avere il 30 per cento. Bastava essere nella posizione nella quale pochi voti potevano cambiare l’equilibrio.
È politica parlamentare. E Renzi, piaccia o meno, quella politica la conosce molto bene.
Questo spiega anche perché misurarlo soltanto attraverso le percentuali elettorali porti spesso fuori strada. I voti dicono quanto consenso possiede un partito. Non dicono, da soli, quanta capacità abbia un politico di incidere in un determinato passaggio.
Il combinato disposto
Alla fine torniamo all’espressione dalla quale siamo partiti: un combinato disposto tra l’autorevolezza che molti riconoscono a Matteo Renzi e la ricerca continua di poterlo criticare.
Le due cose non sono in contraddizione. Una alimenta l’altra.
Se Renzi fosse realmente considerato un politico mediocre, le sue sconfitte interesserebbero molto meno. Se nessuno gli attribuisse capacità tattica, non ci sarebbe alcun gusto particolare nel sorprenderlo in errore. Se fosse davvero irrilevante, non servirebbe scriverlo continuamente.
Il “papavero alto” non viene tagliato perché non si vede. Viene tagliato proprio perché svetta.
È questo il punto che spesso si perde quando si discute di Renzi. Si può contestare ogni sua scelta politica, si può non condividere una sola riga del suo programma e si può decidere di non votarlo mai. Ma tutto questo non cancella il fenomeno.
Da oltre dieci anni una parte consistente del dibattito pubblico italiano non si limita a criticare Matteo Renzi: aspetta il momento nel quale poter dimostrare che Matteo Renzi ha sbagliato.
È qualcosa di diverso.
E la psicologia sociale, molto prima che arrivasse Renzi, aveva già trovato un nome sorprendentemente adatto per descriverlo: la sindrome del papavero alto.
Fonti consultate
- N. T. Feather, 1989, Attitudes towards the high achiever: The fall of the tall poppy, Australian Journal of Psychology.
- Mathew Marques, N. T. Feather, Darren Austin, Chris G. Sibley, 2022, studio preregistrato sugli atteggiamenti verso il Tall Poppy Syndrome.
- Joey T. Cheng, Jessica L. Tracy, Tom Foulsham, Alan Kingstone, Joseph Henrich, 2013, Two ways to the top: Evidence that dominance and prestige are distinct yet viable avenues to social rank and influence.
- Mina Cikara e Susan T. Fiske, studi su status, competizione, invidia e Schadenfreude.
- Eugenio Salvati, 2016, Matteo Renzi: a new leadership style for the Italian Democratic Party and Italian politics, Modern Italy, Cambridge University Press.
- Fabio Bordignon, 2014, studio sulla leadership e sulla personalizzazione politica di Matteo Renzi.
- Cognition, 2019, studio sull’identity-motivated reasoning e sull’attribuzione delle intenzioni ai leader politici.
- Presidenza della Repubblica, comunicazioni ufficiali sulla crisi del governo Conte II e sull’incarico conferito a Mario Draghi il 3 febbraio 2021.
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