Quando Elena Bonetti incontra Matteo Renzi ha già una carriera professionale ben definita. È matematica, insegna Analisi matematica ed è professoressa associata, quindi docente universitaria di seconda fascia. Accanto all'università c'è lo scoutismo cattolico, nel quale ricopre incarichi di responsabilità fino a diventare incaricata nazionale della branca Rover e Scolte dell'AGESCI.
È proprio lì che, nell'agosto del 2014, le loro strade si incrociano. A San Rossore si tiene la Route nazionale dell'AGESCI, una manifestazione che coinvolge circa trentamila giovani. Bonetti è tra le persone che hanno lavorato alla preparazione dell'evento. Renzi, presidente del Consiglio da pochi mesi e con un passato da scout, partecipa in veste istituzionale.
Non abbiamo bisogno di ricostruire quel primo incontro attraverso indiscrezioni. Lo ha raccontato la stessa Bonetti: Renzi vide il lavoro realizzato durante la Route, la conobbe in quell'occasione e, qualche anno più tardi, fu lui a chiamarla chiedendole di entrare in politica.
Da San Rossore alla segreteria del PD
Dopo la sconfitta al referendum costituzionale del dicembre 2016, Renzi lascia Palazzo Chigi. Nel febbraio successivo si apre il congresso del Partito Democratico, Renzi si ricandida e il 30 aprile 2017 vince le primarie tornando alla guida del partito.
Nella nuova segreteria decide di inserire anche Elena Bonetti, affidandole formazione, giovani e università. È il passaggio che cambia la dimensione della sua vita pubblica. Fino a quel momento Bonetti è una docente universitaria e una dirigente dello scoutismo conosciuta soprattutto in quegli ambienti; da lì in avanti entra direttamente nel gruppo dirigente nazionale del PD.
La definizione più precisa l'ha data lei stessa: Renzi fu «la persona che mi ha chiamato, mi ha chiesto lui di entrare in politica». È da quella chiamata che, sempre nelle sue parole, comincia una «storia politica importante».
La progressione è rapida. Nel 2018 arriva la candidatura alla Camera, senza elezione. Nel 2019, con la nascita del secondo governo Conte, Bonetti diventa ministra per le Pari opportunità e la Famiglia. Sono trascorsi appena due anni dal suo ingresso nella segreteria nazionale del PD.
Non si tratta di attribuire a Renzi capacità o competenze che Bonetti possedeva già. Si tratta semplicemente di riconoscere chi le abbia aperto la porta della politica nazionale. Ed è difficile sostenere che quella porta non abbia cambiato radicalmente il suo percorso.
Una carriera politica che sembrava finita
Nel gennaio 2021, quando Italia Viva ritira le proprie ministre dal governo Conte II, Bonetti si dimette. In quel momento, come ha raccontato successivamente, era convinta che la propria esperienza politica fosse terminata.
Torna davvero all'università. Riprende la ricerca, rientra nel dipartimento e le viene assegnato il carico didattico per il secondo semestre. Poi nasce il governo Draghi e Bonetti scopre dalla televisione che sarà nuovamente ministra nello stesso dicastero. Nemmeno lei se lo aspettava.
Questo particolare è importante perché chiarisce un punto: la matematica non era un ripiego e l'università non era una porta che Bonetti aveva definitivamente chiuso. Ma la politica, una volta ripartita, diventa sempre meno una parentesi. Dal quel momento la sua traiettoria pubblica prosegue senza più vere interruzioni.
Il Terzo Polo e l'equilibrio che cambia
Nel 2022 Italia Viva e Azione si presentano insieme alle elezioni politiche. Il Terzo Polo nasce come lista comune, ma quasi subito viene annunciato l'obiettivo di trasformarlo in un partito unico.
Bonetti lavora convintamente a quel progetto. Accanto a lei c'è Ettore Rosato, che arriva alla stessa esperienza da una storia completamente diversa. Rosato è un uomo di partito, uno degli organizzatori più fidati di Renzi, abituato alle trattative, ai gruppi parlamentari, ai territori e ai meccanismi interni della politica. Bonetti è molto più recente, ma la sua ascesa è stata assai più rapida.
Nel marzo 2023 Calenda dice apertamente che intende candidarsi alla guida del futuro partito e aggiunge che Renzi ha già fatto un passo indietro. Arriva a spiegare che, in quel momento, il progetto lo stava conducendo insieme proprio a Elena Bonetti.
È un passaggio che merita attenzione. Renzi aveva accettato di non essere il leader operativo della federazione e aveva affidato proprio a Bonetti un ruolo importante nella costruzione del nuovo soggetto. Il problema nasce quando quel passo di lato, per Calenda, comincia a non essere più sufficiente.
Dal passo di lato al tentativo di mettere Renzi fuori dal campo
All'inizio di aprile Renzi annuncia che per un anno dirigerà Il Riformista. Calenda, in un primo momento, si complimenta pubblicamente con lui per il nuovo incarico. Pochi giorni dopo, però, proprio quella direzione diventa uno dei terreni dello scontro.
Non basta più che Renzi non guidi il nuovo partito. Calenda pone il tema dei conflitti d'interesse, contesta il cumulo fra attività politica e direzione del giornale, attacca le conferenze all'estero, pretende lo scioglimento di Italia Viva e arriva a porre anche il problema della Leopolda. Nelle riunioni di quei giorni si discute perfino della richiesta di non organizzarla più.
È qui che la vicenda assume una forma diversa. Un conto è chiedere a Renzi di non candidarsi alla leadership del nuovo partito, cosa che lui stesso aveva messo sul tavolo. Un altro è pretendere che rinunci progressivamente a tutto ciò che gli garantisce autonomia politica: il partito che ha fondato, la Leopolda, la direzione di un giornale, le attività esterne che Calenda considera incompatibili con il nuovo soggetto.
Più che un passo di lato, agli occhi dei renziani quella richiesta comincia ad assomigliare a un esilio politico.
Ed è proprio mentre Calenda alza progressivamente l'asticella che Bonetti e Rosato restano fra i suoi interlocutori più vicini dentro Italia Viva.
Bonetti e Rosato scelgono su chi puntare
Quando il partito unico comincia a naufragare, Mara Carfagna indica pubblicamente Bonetti, Rosato e Luigi Marattin come gli esponenti di Italia Viva con cui Azione aveva lavorato bene. Non è una dichiarazione neutra: nel momento in cui lo scontro con Renzi diventa sempre più duro, Azione distingue apertamente fra il leader di Italia Viva e alcuni dei suoi dirigenti.
Non abbiamo bisogno di immaginare una riunione segreta nella quale Bonetti e Rosato decidono di spodestare Renzi. La politica raramente funziona in modo così cinematografico. È sufficiente osservare ciò che accade: mentre Calenda considera ormai Renzi un ostacolo alla costruzione del nuovo soggetto, Bonetti e Rosato continuano a essere per lui interlocutori affidabili.
La nostra lettura è che entrambi abbiano creduto nella possibilità che Calenda vincesse quella partita. Che riuscisse cioè a diventare il riferimento principale del centro riformista, mentre Renzi sarebbe stato progressivamente ridimensionato fino a diventare politicamente marginale nel nuovo progetto.
È qui che i loro percorsi si incontrano, pur partendo da motivazioni probabilmente diverse.
Rosato conosce bene i propri spazi. È sempre stato un uomo di organizzazione più che un leader autonomo e, quando il rapporto con Renzi si deteriora, sembra soprattutto cercare una nuova collocazione che gli consenta di continuare a esercitare quel mestiere. Bonetti ha invece una traiettoria più ambiziosa: in pochi anni è passata dall'università alla segreteria nazionale, poi al governo. Per lei il problema non è soltanto sopravvivere politicamente, ma continuare a salire.
Una festa e molte sedie vuote
In quei giorni circola anche un retroscena che, preso da solo, potrebbe sembrare irrilevante. Bonetti organizza una festa e, secondo la versione proveniente dagli ambienti di Azione, fra gli esponenti di Italia Viva si presenta soltanto Rosato. Gli altri avrebbero disertato e Maria Elena Boschi avrebbe dato indicazione di non partecipare.
Non sappiamo se sia esistito davvero un ordine così esplicito. Ma il significato politico dell'episodio resta. Bonetti e Rosato appaiono già come una piccola area separata dal resto del gruppo renziano.
In politica le rotture raramente cominciano con un comunicato stampa. Prima saltano le telefonate, poi le chat, gli inviti, le confidenze, le riunioni informali. Quando si arriva all'addio ufficiale, spesso il rapporto è finito da mesi.
Bonetti arriverà anche ad autoescludersi dalla chat WhatsApp di Italia Viva. Non sappiamo se prima fosse stata tagliata fuori da altri circuiti più ristretti, e sarebbe scorretto inventarlo. Ma quel gesto dice comunque che la distanza con il partito era ormai diventata anche personale.
Renzi comincia a chiudere le porte
Per Rosato il ridimensionamento era iniziato prima. Nell'ottobre 2023 racconterà che Renzi gli aveva chiesto già alla fine dell'anno precedente di lasciare anticipatamente la presidenza di Italia Viva. Nei mesi successivi la distanza si allarga e, dopo il fallimento del Terzo Polo, diventa praticamente insanabile.
Per Bonetti la dinamica è diversa, ma il risultato è simile. Se Renzi aveva ormai maturato la convinzione che una dirigente sulla quale aveva investito politicamente stesse scommettendo sul suo principale antagonista nella partita del Terzo Polo, è difficile pensare che avrebbe continuato a garantirle lo stesso spazio.
Qui la frase spesso usata nelle ricostruzioni più prudenti — Bonetti rischiava di non crescere più dentro Italia Viva — dice troppo poco. Il punto è più semplice: se Renzi aveva capito che Bonetti stava cambiando campo, non aveva alcun motivo politico per continuare a investirci sopra. Le ali, a quel punto, gliele avrebbe inevitabilmente tarpate.
È anche per questo che Calenda diventa per Bonetti qualcosa di più di un alleato con cui salvare il Terzo Polo. Diventa la possibilità concreta di continuare una carriera politica che dentro Italia Viva stava rapidamente perdendo prospettive.
La versione ufficiale e quello che resta fuori
Bonetti ha sempre raccontato la propria scelta come una questione di coerenza. Dopo la rottura del Terzo Polo, sostiene di aver ritenuto necessario continuare quel progetto mentre Renzi e Italia Viva avevano scelto un'altra strada. Lascia quindi il partito nel settembre 2023 e annuncia di voler lavorare con Calenda alla costruzione di un nuovo soggetto politico.
È una spiegazione possibile, ma non esaurisce necessariamente la vicenda. Perché la politica non è composta soltanto da idee e programmi. È fatta anche di leadership, ruoli, ambizioni, carriere e rapporti di potere.
Bonetti poteva credere sinceramente nel Terzo Polo e, nello stesso tempo, ritenere che il proprio futuro politico fosse ormai più promettente accanto a Calenda che non dentro un'Italia Viva nella quale la fiducia con Renzi si era spezzata. Le due cose non si escludono affatto.
Giachetti e la ferita dentro Italia Viva
Quando nel gennaio 2024 Bonetti entra ufficialmente in Azione, insieme a Rosato, la reazione dentro Italia Viva mostra quanto quella separazione fosse stata vissuta male.
Roberto Giachetti si rivolge direttamente a lei con parole durissime: «Ma quando ti alzi la mattina e ti metti davanti allo specchio non provi un po' di vergogna?».
Non era soltanto lo sfogo di un ex compagno di partito. Giachetti spiegò successivamente che Renzi gli aveva proposto un incarico ministeriale e che lui aveva rinunciato, contribuendo così ad aprire la strada proprio alla nomina di Bonetti. Sentirla poi prendere le distanze in modo così netto dal gruppo politico che l'aveva portata al governo fu vissuto come qualcosa di molto diverso da una normale divergenza politica.
Nessun incarico crea naturalmente un vincolo di fedeltà eterna e nessuno può pretendere che un politico resti per riconoscenza dove non si riconosce più. Ma quella reazione racconta bene il sentimento maturato nel gruppo renziano: Bonetti non veniva percepita come una dirigente che aveva semplicemente cambiato opinione, ma come una persona che aveva costruito la propria ascesa dentro quel gruppo e che, nel momento in cui aveva intravisto un futuro migliore altrove, aveva deciso di cambiare strada.
Da Renzi a Calenda, mantenendo il posto ai vertici
Il 29 gennaio 2024 Bonetti e Rosato entrano ufficialmente in Azione. Non dalla porta di servizio. Bonetti diventa vicepresidente, Rosato vicesegretario con delega all'organizzazione e agli enti locali.
La scommessa su Calenda, almeno sul piano delle carriere personali, paga immediatamente.
Per Rosato significa continuare a fare ciò che ha sempre fatto: organizzazione, struttura, rapporti territoriali. Per Bonetti è un'altra tappa di una progressione che non si è mai realmente fermata. Nel marzo 2025 viene eletta presidente di Azione.
Dal primo incontro con Renzi a San Rossore sono passati poco più di dieci anni. Dall'ingresso nella segreteria del PD meno di otto. In quel periodo Bonetti è passata dall'università al governo, da Italia Viva ad Azione e infine alla presidenza di un partito.
Il punto non è la riconoscenza
Ridurre tutto alla riconoscenza sarebbe troppo semplice. Bonetti non era obbligata a restare con Renzi perché Renzi l'aveva chiamata in politica. Rosato non era tenuto a seguirlo per sempre perché gli era stato vicino per anni. I rapporti politici finiscono e le persone cambiano idea.
Il punto è un altro: quando il progetto del Terzo Polo si trasformò in uno scontro per il controllo del futuro partito, Bonetti e Rosato scelsero su chi puntare. Scelsero Calenda.
Credettero, verosimilmente, che sarebbe riuscito a costruire il nuovo centro riformista ridimensionando Renzi. E quando Calenda passò dalla richiesta di un passo di lato alla pretesa che Renzi rinunciasse progressivamente a Italia Viva, alla Leopolda, alla direzione del Riformista e alle attività esterne considerate incompatibili, i due non tornarono dalla parte del loro vecchio leader. Restarono politicamente dalla parte di Calenda.
È questo il passaggio che rende poco convincente raccontare l'intera vicenda soltanto come una battaglia ideale per salvare il Terzo Polo.
Rosato cercava probabilmente una strada per continuare a fare politica dopo che il rapporto con Renzi si era consumato. Bonetti aveva davanti qualcosa di diverso: la possibilità di proseguire una crescita che dentro Italia Viva, dopo quella rottura, sarebbe stata inevitabilmente bloccata.
Lei ha sempre rivendicato la propria carriera accademica e ha ragione a farlo. La matematica era il suo mestiere molto prima di Renzi e lo sarebbe rimasto anche senza di lui. Ma la carriera politica è un'altra storia. È Renzi, per ammissione della stessa Bonetti, a chiederle di entrarvi. È sotto quella leadership che diventa una figura nazionale e arriva al governo. Quando ritiene che quella stagione non abbia più futuro, sceglie un altro leader.
La si può chiamare convinzione politica, ambizione o capacità di leggere le opportunità. Una lettura più severa la chiamerebbe arrivismo. Quel che resta agli atti è una traiettoria nella quale, a ogni passaggio, Bonetti riesce comunque a mantenersi vicino ai vertici.
E allora la battuta viene quasi da sola: professoressa associata all'università, certo. Ma in politica Elena Bonetti non ha mai mostrato aspirazioni di seconda fascia.
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