Composizione editoriale con Matteo Renzi al centro, Luigi Marattin nel ruolo di amplificatore politico e Franco Bellacci come voce critica dall’interno del renzismo. L’immagine richiama il clima di scontro, retroscena e resa dei conti tra ex collaboratori.
Bellacci attacca Renzi, Marattin amplifica: il dissenso degli ex fedelissimi diventa un caso politico.

È da Marattin, quindi, che conviene partire, perché la storia politica nazionale dell'economista ferrarese non nasce contro Renzi ma dentro il renzismo e grazie al renzismo, circostanza che lo stesso Marattin ha riconosciuto senza particolari giri di parole quando, nel luglio del 2024, dichiarò che senza Matteo Renzi, che lo aveva "scovato", sarebbe rimasto "un professore universitario di provincia", aggiungendo che ogni ruolo politico ricoperto lo aveva ottenuto perché Renzi aveva creduto in lui e lo aveva difeso. Nella stessa intervista definiva ancora Renzi una personalità di "caratura internazionale" e ricordava il rapporto politico che aveva consentito la sua ascesa nazionale.

Marattin aveva naturalmente competenze proprie, un curriculum accademico serio e un'esperienza amministrativa alle spalle, ma il salto dalla politica locale e dall'università al centro della scena nazionale avviene quando Renzi lo porta a Palazzo Chigi come consigliere economico, prima di una carriera parlamentare che lo porterà anche alla presidenza della Commissione Finanze e ai vertici di Italia Viva.

È bene ricordarlo non per contestargli i meriti, ma perché oggi sembra quasi che quella biografia appartenga a qualcun altro. Marattin ha tutto il diritto di dissentire da Renzi, di contestare il campo largo e di considerare sbagliata la decisione di riportare Italia Viva stabilmente nel centrosinistra. Quando lascia il partito, il 9 settembre 2024, spiega chiaramente che la rottura riguarda sia il merito sia il metodo e sostiene che le posizioni del campo largo siano incompatibili con quelle che avevano caratterizzato il renzismo su giustizia, fisco, lavoro, ambiente, politica estera e scuola.

È una divergenza politica seria e perfettamente legittima. Quello che viene dopo, però, è un'altra cosa, perché il dissenso su una strategia politica sembra progressivamente trasformarsi in qualcosa di più ampio, fino a investire il giudizio sull'uomo e, attraverso Bellacci, persino la sincerità originaria del progetto renziano.

C'è inoltre un particolare della storia recente di Marattin che oggi assume un significato curioso. Durante il Terzo Polo fu uno degli interlocutori più importanti di Carlo Calenda sul versante parlamentare e programmatico, uno degli uomini che avrebbero dovuto contribuire a costruire quella casa comune tra Azione e Italia Viva che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto superare entrambi i partiti.

Poi il progetto implode, il rapporto tra Renzi e Calenda degenera e Marattin non risparmia critiche neppure al leader di Azione. Nel luglio 2024 arrivava a descrivere un partito nel quale, per partecipare al progetto, sembrava necessario "iscriversi ad Azione e baciare l'anello del suo leader". Un mese più tardi accusava invece Renzi di essere diventato "come Calenda", capace di cambiare linea politica in ventiquattr'ore.

Eppure oggi la linea politica rivendicata da Marattin sulle alleanze assomiglia molto proprio a quella calendiana: niente campo largo, distanza dal Movimento 5 Stelle, costruzione di un'area liberaldemocratica autonoma dai due schieramenti principali.

Viene allora spontanea una provocazione: dopo aver conosciuto da vicino il personalismo di Calenda, averlo criticato e aver cercato di costruire qualcosa che lo superasse, Marattin è finito politicamente vittima del calendismo?

La domanda è meno gratuita di quanto sembri, perché il rischio è che la sua traiettoria appaia non tanto come l'emancipazione definitiva dai leader quanto come il passaggio da un sistema politico di riferimento a un altro, continuando però a rivendicare la propria liberazione dal primo.

Ed è qui che entra in scena Franco Bellacci

Marattin non aveva bisogno di lui per contestare Renzi. Possiede una propria elaborazione politica, ha fondato un'altra esperienza e da due anni spiega pubblicamente perché considera sbagliata la scelta del campo largo. Se decide invece di prendere proprio Bellacci e di presentarlo al pubblico ricordando minuziosamente quanto fosse vicino a Renzi, significa che il valore politico di quell'intervento non risiede soltanto nelle parole pronunciate, ma nella biografia di chi le pronuncia.

Bellacci oggi si domanda se la rottamazione fosse davvero un principio oppure semplicemente un "cavallo di Troia" per prendere il posto di quelli che c'erano prima, chiama in causa i maiali della Fattoria degli animali di Orwell e arriva ad avvertire Renzi che, se non porrà rimedio a quella che considera un'incoerenza, potrebbe essere lui il prossimo a doversi presentare all'"ufficio dei volti smarriti".

Parole durissime, soprattutto considerando chi le pronuncia, perché Franco Bellacci non è stato un simpatizzante del renzismo, un parlamentare incontrato lungo il percorso o qualcuno che osservava quella stagione dall'esterno. Era Franchino, l'uomo operativo, il collaboratore della quotidianità, quello che viveva nella stanza accanto al presidente del Consiglio e conosceva la macchina renziana nelle sue pieghe più minute.

Prima di quell'ascesa nazionale aveva alle spalle una normale carriera amministrativa e politica locale, da funzionario comunale, consigliere e assessore; è Renzi a portarlo prima dentro la propria macchina fiorentina e poi a Palazzo Chigi, fino a farne il proprio segretario particolare.

Non c'è niente di scandaloso in questo, come non c'era niente di scandaloso nell'ascesa di Marattin. Ogni leader sceglie persone delle quali si fida e quelle persone possono meritarsi pienamente l'opportunità ricevuta. Il problema nasce quando quelle stesse persone, una volta uscite dal cerchio, cominciano a raccontare come un inganno ciò che per anni avevano contribuito a costruire.

Il frigorifero di casa Renzi

Bellacci era talmente vicino a Renzi da poter essere descritto, ricorrendo a una vecchia immagine della politica italiana, come uno di quelli che potevano permettersi di aprire il frigorifero di casa del capo. È la formula che Anna Craxi utilizzava parlando di Claudio Martelli: non una questione domestica, naturalmente, ma il modo più efficace per indicare il passaggio dalla semplice collaborazione politica alla familiarità personale.

Ed è proprio questa vicinanza che Marattin mette deliberatamente in primo piano. Prima costruisce il pedigree del testimone, poi gli consegna il microfono.

Il messaggio implicito è fin troppo chiaro: non ascoltate un nemico di Renzi, non ascoltate qualcuno che ha conosciuto questa storia attraverso i giornali, ascoltate quello che stava nella stanza accanto, quello che conosceva gli ingranaggi della macchina, quello che poteva vedere ciò che gli altri non vedevano. In altre parole, il testimone perfetto per rappresentare il re nudo.

Che l'intento dichiarato fosse quello di infliggere a Renzi un colpo psicologico è qualcosa che nessuno può dimostrare dall'esterno, ma la costruzione comunicativa scelta da Marattin è davanti agli occhi di tutti: senza la storia personale di Bellacci quelle parole avrebbero avuto un peso infinitamente minore.

Quando i panni sporchi escono dal cortile

Ed è qui che lo sfogo individuale diventa un'operazione politica. Per anni il Giglio Magico aveva costruito intorno a sé una disciplina fondata anche sulla riservatezza: chi apparteneva al cerchio conosceva molto, parlava poco e custodiva gelosamente ciò che vedeva nelle stanze più vicine al leader.

Adesso i panni sporchi finiscono sulla pubblica piazza, con uno che parla e l'altro che amplifica, e forse proprio questo rappresenta la parte più significativa della vicenda, perché non siamo davanti alla rivelazione di un giornalista, all'attacco di un avversario o alla testimonianza di qualcuno rimasto fuori, ma a due persone che hanno beneficiato direttamente della fiducia di Renzi e che per anni hanno occupato posizioni centrali proprio grazie a quella fiducia.

Bellacci, allora, pone una domanda legittima sulla rottamazione, ma deve accettare che la stessa domanda venga rivolta a lui: quando ha scoperto che quella rivoluzione poteva essere un cavallo di Troia?

Non quando Renzi lo portò con sé a Palazzo Chigi, non mentre occupava la stanza accanto al presidente del Consiglio, non durante gli anni nei quali quella vicinanza gli garantiva una centralità che difficilmente avrebbe avuto altrimenti. La scoperta arriva dopo, quando Franchino non è più Franchino e quel mondo non rappresenta più il suo presente.

Può naturalmente aver cambiato sinceramente giudizio, ma se oggi vuole mettere sotto accusa non una scelta recente bensì la sincerità originaria della rottamazione, allora il problema della tempistica esiste, perché se l'inganno era già lì lui era probabilmente una delle persone meglio collocate in Italia per accorgersene.

E lo stesso problema, in forma diversa, riguarda Marattin. Ancora nel luglio 2024 riconosceva pubblicamente tutto ciò che doveva a Renzi; poche settimane dopo rompe politicamente sul campo largo, cosa legittima, ma oggi è lui a offrire la massima amplificazione possibile alla requisitoria dell'uomo che Renzi aveva tenuto per anni più vicino a sé.

Due traiettorie differenti che finiscono per incontrarsi nello stesso punto. Due uomini che Renzi aveva portato molto più in alto rispetto al punto dal quale erano partiti, due uomini che hanno avuto anni per osservare difetti, contraddizioni e limiti del renzismo e due uomini che sembrano diventare molto più severi con quella storia quando non ne occupano più il centro.

Revisione politica o risentimento?

È qui che diventa difficile evitare una domanda sgradevole: siamo soltanto davanti a una revisione politica oppure dentro questa improvvisa esigenza di raccontare i panni sporchi esiste anche il risentimento di chi non appartiene più al cerchio che per molti anni gli aveva garantito ruolo, visibilità e centralità?

Non possiamo misurare il rancore di Bellacci o di Marattin e sarebbe scorretto presentarlo come un fatto dimostrato, ma possiamo osservare la sequenza degli eventi e notare che le loro critiche diventano più radicali dopo la separazione, non prima.

Dall'altra parte c'è poi un'altra asimmetria che merita almeno di essere registrata: Renzi replica quando viene attaccato, combatte politicamente i propri avversari e certamente non è noto per sottrarsi alla polemica, ma non risulta aver costruito una campagna sistematica sulla delegittimazione personale di Bellacci o Marattin.

Forse è soltanto una diversa strategia comunicativa, ma resta curioso vedere quanto spesso siano alcuni ex collaboratori a tornare sull'uomo che li aveva portati dentro quella stagione, mentre il percorso inverso appare assai meno frequente.

E allora la critica di Bellacci rischia di rovesciarsi su chi la pronuncia. È perfettamente legittimo chiedere a Renzi se le regole rivendicate ieri debbano valere anche oggi e se il principio della rottamazione sia stato abbandonato quando ha smesso di essere conveniente applicarlo agli altri; molto più impegnativo è sostenere che tutto fosse forse un inganno fin dall'inizio.

Se Bellacci possiede fatti che dimostrano che la rottamazione era soltanto un espediente per conquistare il potere, li racconti. Nessuno meglio di lui avrebbe potuto conoscerli.

Altrimenti resta un sospetto differente e forse persino più scomodo di quello che vorrebbe sollevare su Renzi: che alcuni difetti diventino insopportabili soprattutto quando si smette di beneficiare dei vantaggi dello stare accanto al capo e che la consegna del silenzio diventi improvvisamente meno sacra quando non c'è più nulla da custodire.

Alla fine, allora, la questione non riguarda soltanto Matteo Renzi e neppure la rottamazione. Riguarda una delle abitudini più antiche della politica italiana: stare benissimo a tavola finché si ha il proprio posto apparecchiato e scoprire quanto fosse pessimo il menù soltanto dopo essersi alzati.

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