Linea di produzione industriale in Cina
La crescita industriale cinese si sta spostando sempre più verso produzioni ad alto valore aggiunto, dai macchinari all’automotive.

Quando si parla dei rapporti commerciali con la Cina, l’attenzione finisce quasi sempre sulle merci che arrivano in Europa: automobili, elettronica, pannelli solari, batterie, prodotti di ogni genere venduti a prezzi con i quali molte aziende europee fanno fatica a competere.

È la parte più visibile del fenomeno, ma non necessariamente quella più importante.

Negli ultimi anni la Cina ha continuato a esportare moltissimo, ma ha cambiato progressivamente ciò che esporta. Accanto alla produzione di massa che conosciamo da decenni sono cresciuti automobili, macchinari, apparecchiature industriali e prodotti tecnologicamente più complessi. In altre parole, una parte sempre maggiore dell’industria cinese si sta muovendo negli stessi settori nei quali operano le aziende europee.

Una recente analisi della Banca centrale europea prova a misurare proprio questo cambiamento. Dal 2019 la composizione delle esportazioni cinesi è diventata più simile a quella di diversi Paesi dell’Unione e la convergenza è particolarmente evidente nei macchinari e nei mezzi di trasporto.

La Cina che conoscevamo è cambiata

Per molto tempo i rapporti economici fra Europa e Cina hanno seguito una divisione abbastanza riconoscibile. La Cina produceva grandi quantità di beni a costi molto competitivi; l’Europa vendeva macchinari, automobili, tecnologia, prodotti chimici, farmaceutici e altri beni ad alto valore aggiunto.

Questa distinzione oggi è molto meno netta.

Negli ultimi vent’anni Pechino ha investito enormemente nella capacità produttiva, nella tecnologia e nella costruzione di filiere industriali sempre più complete. Molte aziende cinesi hanno raggiunto dimensioni che permettono loro di competere non soltanto sul mercato interno o in Europa, ma negli stessi mercati internazionali nei quali le imprese europee hanno venduto per decenni.

Secondo la BCE, proprio nei settori dei macchinari e dei mezzi di trasporto l’aumento della somiglianza tra export cinese ed europeo è stato più marcato. La crescita dell’industria automobilistica cinese ne è l’esempio più evidente, ma il fenomeno è più ampio e riguarda anche beni intermedi e strumentali.

Per un’impresa europea la concorrenza cinese, quindi, non si incontra più soltanto in casa. Si incontra anche in Asia, in America Latina, in Africa e negli altri mercati nei quali entrambe cercano di vendere.

La Cina compra meno industria europea

C’è poi un secondo cambiamento, forse meno evidente, che riguarda il percorso opposto delle merci.

La struttura delle importazioni cinesi corrisponde sempre meno a quella delle esportazioni industriali europee. La BCE rileva che questa distanza è aumentata dal 2019, soprattutto nei macchinari e nei mezzi di trasporto, e che nello stesso periodo le esportazioni europee verso la Cina hanno perso terreno.

Le cause non sono una sola. Pesano la crescita dei produttori cinesi, la sostituzione di alcuni fornitori stranieri, la debolezza della domanda interna e il progressivo rafforzamento della produzione nazionale.

Il risultato, però, merita attenzione. Per anni in Europa ci siamo preoccupati della nostra dipendenza dai prodotti cinesi. Oggi dobbiamo fare i conti anche con una Cina che, in alcuni comparti, ha meno bisogno dei prodotti industriali europei.

Un disavanzo da quasi 360 miliardi

I numeri del commercio europeo danno una misura delle dimensioni raggiunte dal fenomeno.

Nel 2025 l’Unione europea ha esportato verso la Cina merci per 199,6 miliardi di euro e ne ha importate per 559,4 miliardi. Il disavanzo commerciale ha raggiunto così 359,8 miliardi.

Rispetto all’anno precedente, le esportazioni europee verso la Cina sono diminuite del 6,5 per cento, mentre le importazioni sono cresciute del 6,4 per cento.

Ma anche in questo caso il dato più interessante non è soltanto quanto compriamo. È che cosa compriamo.

Nel 2025 la principale categoria di prodotti importati dalla Cina è stata quella delle apparecchiature elettriche ed elettroniche, per quasi 165 miliardi di euro. Seguono macchinari e apparecchi meccanici con oltre 106 miliardi e, più distanziati, prodotti chimici, veicoli e altre produzioni industriali.

È difficile continuare a descrivere questi rapporti commerciali ricorrendo soltanto all’immagine della Cina come luogo nel quale si producono beni semplici grazie al basso costo del lavoro. Quella Cina esiste ancora, ma non basta più a spiegare la struttura della sua economia.

La Germania sente il cambiamento più di altri

Gli effetti non sono distribuiti allo stesso modo in tutta Europa. Le economie maggiormente dipendenti dalla manifattura e dalla produzione di beni strumentali sono anche quelle che incontrano più spesso la concorrenza cinese.

La Germania è il caso più evidente. La struttura delle sue esportazioni presenta una forte sovrapposizione con quella cinese e la BCE segnala come proprio l’economia tedesca sia tra quelle nelle quali il cambiamento è stato più pronunciato. Automotive, macchinari e beni capitali sono settori centrali per l’industria tedesca e, allo stesso tempo, quelli nei quali la Cina ha compiuto alcuni dei progressi più rapidi.

Questo non significa che il problema possa essere confinato alla Germania. L’industria europea è costruita su filiere che attraversano i confini nazionali: componenti prodotti in un Paese vengono assemblati in un altro e venduti in un terzo. Una difficoltà prolungata della manifattura tedesca finisce inevitabilmente per interessare anche molti suoi fornitori europei.

Non tutto ciò che arriva dalla Cina è un problema

Raccontare questa trasformazione soltanto come una minaccia sarebbe comunque fuorviante.

La stessa BCE ricorda che una maggiore presenza industriale cinese può avere effetti positivi per l’economia europea. Componenti e macchinari meno costosi riducono i costi per le imprese che li utilizzano; una maggiore concorrenza può accelerare l’innovazione; gli investimenti possono portare capitali, conoscenze e nuove tecnologie.

Per questo la questione non può essere ridotta alla scelta tra aprire o chiudere le frontiere commerciali.

Il nodo riguarda piuttosto la capacità europea di mantenere una propria forza industriale mentre uno dei maggiori concorrenti mondiali produce sempre più beni tecnologicamente avanzati, dispone di filiere molto integrate e può contare su un enorme mercato interno.

Da qui nasce anche una discussione sempre più accesa sulle politiche industriali, sugli aiuti pubblici, sull’accesso ai mercati e sulle condizioni nelle quali le imprese europee e cinesi si trovano a competere. Temi che difficilmente verranno risolti applicando qualche dazio in più o qualche dazio in meno.

Il cambiamento forse è già avvenuto

Per anni l’Europa ha discusso di quanto fosse diventata dipendente dalla produzione cinese. È stata una discussione importante e continua ad esserlo, soprattutto per le materie prime, l’elettronica, le batterie e molte tecnologie necessarie alla transizione energetica.

Nel frattempo, però, è cambiata anche la posizione della Cina.

Non è più soltanto il grande fornitore dell’Europa. In molti settori è diventata un concorrente diretto delle sue industrie e, contemporaneamente, un mercato nel quale vendere è diventato più difficile.

Forse è questo il passaggio che abbiamo impiegato più tempo a mettere a fuoco. Per anni abbiamo osservato soprattutto le navi cariche di prodotti cinesi che arrivavano nei porti europei. Oggi vale la pena guardare anche nella direzione opposta, perché il problema potrebbe essere sempre meno ciò che arriva dalla Cina e sempre più ciò che l’Europa non riesce più a venderle.

Fonti consultate

Banca centrale europea, Which countries are most vulnerable to the industrial rise of China? Mapping Europe’s uneven exposure, Economic Bulletin, settembre 2026.

Banca centrale europea, The impact of China’s industrial rise on the euro area, Economic Bulletin, 2026.

Eurostat, Trade in goods with China in 2025, aprile 2026.

Qui Radio Viva

I commenti sono soggetti a moderazione prima della pubblicazione. Confrontiamoci sui contenuti dell’articolo mantenendo toni civili e rispettosi.

Lascia un commento

3000 caratteri disponibili

I dati inseriti saranno utilizzati esclusivamente per la gestione del commento. Consulta la Privacy Policy.