Arance e magneti alle terre rare, simbolo dei rapporti economici tra Italia e Cina
Dalle arance della Via della Seta ai magneti indispensabili all’industria: in sette anni il rapporto con la Cina ha mostrato un volto molto diverso.

A New York il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng stanno discutendo di commercio, intelligenza artificiale e materie prime critiche in vista dell’incontro del 24 settembre tra Donald Trump e Xi Jinping. Le terre rare sono ormai uno dei dossier più delicati nei rapporti fra le due maggiori potenze economiche mondiali.

Non è difficile capire perché. Servono nei motori elettrici, nelle turbine eoliche, nella robotica, nell’elettronica, nell’industria militare e in una quantità crescente di tecnologie considerate strategiche. Per i magneti permanenti a base di terre rare, l’Unione europea soddisfa attraverso la Cina il 98 per cento della propria domanda.

Una dipendenza di queste dimensioni non è più soltanto una questione commerciale. Diventa inevitabilmente una questione politica.

Quando Pechino chiude il rubinetto, il problema arriva in Veneto

Per rendersene conto non occorre andare molto lontano. A San Donà di Piave c’è Lafert, un’azienda che produce motori elettrici per uso civile, fattura circa 180 milioni di euro e occupa un migliaio di persone nel mondo, 780 delle quali in Veneto. Per circa il 30 per cento dei propri motori utilizza magneti permanenti in terre rare.

Il 24 luglio Pechino l’ha inserita tra le quattordici realtà europee interessate dalle restrizioni cinesi all’esportazione, introdotte nel quadro della risposta al ventunesimo pacchetto europeo di sanzioni contro la Russia. Confindustria Veneto Est ha chiesto l’intervento del governo e della diplomazia italiana.

Una decisione presa a migliaia di chilometri di distanza può quindi complicare la produzione di motori in uno stabilimento veneto. È questo, molto più di tante dichiarazioni sull’autonomia strategica, il significato concreto della dipendenza europea dalla Cina.

Nel 2019 festeggiavamo le arance

Vale la pena tornare per un momento al marzo del 2019, quando Xi Jinping arrivò a Roma e il governo Conte I firmò il memorandum sulla Belt and Road Initiative. L’Italia diventò il primo Paese del G7 ad aderire formalmente alla Via della Seta cinese.

Luigi Di Maio, allora vicepresidente del Consiglio e ministro dello Sviluppo economico, parlò di un grande successo. Gli accordi firmati, spiegò, valevano 2,5 miliardi di euro e potevano arrivare, nelle prospettive del governo, a 20 miliardi. Si parlò perfino di un “Italy First”, con l’Italia orgogliosamente arrivata prima degli altri grandi Paesi europei.

A sentirne il racconto sembrava l’inizio di una nuova stagione nei rapporti economici con Pechino. Poi, però, conviene aprire l’elenco di quelle ventinove intese e vedere che cosa c’era davvero dentro.

Diciannove erano accordi istituzionali. Le intese economiche erano dieci e comprendevano diversi memorandum, accordi di cooperazione, partnership finanziarie e programmi destinati a produrre eventualmente affari negli anni successivi. C’erano CDP e Bank of China, Eni e Bank of China, CDP-Snam-Silk Road Fund, Intesa Sanpaolo e Qingdao, gli accordi riguardanti i porti di Trieste e Genova, ICE e Suning. Accanto a questi figuravano alcuni contratti veri e propri.

Non erano quindi ventinove commesse industriali. Una parte consistente di ciò che veniva presentato come risultato economico era ancora fatta di intenzioni, prospettive e memorandum. Quanto ai famosi 20 miliardi “potenziali”, avevano un vantaggio evidente: essendo potenziali, non bisognava ancora dimostrare che esistessero davvero.

E poi c’erano le arance.

Tra le intese istituzionali figurava il protocollo che apriva il mercato cinese agli agrumi freschi italiani. Un risultato concreto e certamente utile per i produttori interessati. Ma, rivisto oggi, è difficile non sorridere davanti alla sproporzione: l’Italia aveva appena compiuto una scelta geopolitica che nessun altro Paese del G7 aveva voluto fare e tra i successi da esibire c’era anche la possibilità di spedire più facilmente le nostre arance in Cina.

Le arance non furono l’unico risultato, ed è bene dirlo. Sono però diventate il simbolo perfetto di quella stagione: molto rumore sulla Via della Seta, molti accordi da sviluppare in futuro e una quantità sorprendente di aspettative presentate come se fossero già risultati.

Poi Xi arrivò a Parigi

Due giorni dopo Xi Jinping era in Francia. Emmanuel Macron non portò Parigi nella Belt and Road Initiative e non rinunciò per questo a fare affari con Pechino.

Durante la visita furono annunciati quindici accordi commerciali. Airbus sottoscrisse un accordo quadro per 300 aeromobili, 290 della famiglia A320 e dieci A350. L’Eliseo indicò allora un valore vicino ai 30 miliardi di euro a prezzi di catalogo. EDF concluse un accordo da un miliardo per un progetto eolico offshore, Fives e China National Building Materials un’intesa dello stesso ordine di grandezza, mentre CMA CGM e China State Shipbuilding Corporation firmarono un accordo da circa 1,2 miliardi per dieci grandi navi. Pechino riaprì inoltre il proprio mercato al pollame francese.

I numeri degli Airbus vanno maneggiati con attenzione: successivamente emerse che nell’accordo quadro erano confluiti anche ordini già esistenti e operazioni non ancora definitivamente concluse. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che la Francia avesse semplicemente “incassato 30 miliardi”. Ma la dimensione industriale dell’operazione francese resta evidente anche depurandola dalla propaganda del momento.

La differenza non stava soltanto nei valori economici. Macron portò il rapporto con la Cina dentro una cornice più ampia, che comprendeva aeronautica, energia, cantieristica, accesso al mercato e politica europea. Il giorno successivo Xi incontrò a Parigi anche Angela Merkel e Jean-Claude Juncker.

Roma aveva rivendicato il primato di essere arrivata per prima sulla Via della Seta. Parigi dimostrò che si poteva trattare con Pechino senza bisogno di quella firma e, soprattutto, con un peso industriale ben diverso.

Il punto non era vendere le arance

Sarebbe troppo comodo attribuire a Luigi Di Maio la responsabilità della dipendenza europea dalle materie prime cinesi. Quella dipendenza si è costruita in decenni, ben prima del 2019, e riguarda scelte industriali fatte in tutta Europa: estrazione e trasformazione di molti materiali sono state progressivamente spostate altrove perché conveniva farlo, mentre nessuno sembrava particolarmente preoccupato delle conseguenze strategiche.

Questo, però, non assolve la politica italiana di quegli anni. Al contrario, rende ancora più evidente quanto fosse corta la prospettiva con cui guardavamo alla Cina.

L’obiettivo era aprire un mercato enorme ai prodotti italiani, aumentare l’export, attirare investimenti e poter mostrare rapidamente qualche risultato. Tutto comprensibile. Ma mentre pensavamo a ciò che avremmo potuto vendere ai cinesi, avremmo dovuto chiederci anche che cosa stavamo diventando costretti a comprare da loro.

Nel 2019 il governo celebrava l’apertura del mercato cinese agli agrumi italiani. Nel 2026 un’azienda veneta chiede l’intervento della Farnesina perché senza i magneti provenienti dalla Cina rischia di avere problemi nella produzione dei propri motori.

Le due vicende non hanno un rapporto diretto di causa ed effetto, naturalmente. Ma messe una accanto all’altra raccontano molto bene il cambio di prospettiva che l’Italia e l’Europa hanno dovuto fare in pochi anni.

Adesso l’Italia si sta muovendo

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Nel 2025 è stato approvato il nuovo Programma nazionale di esplorazione mineraria, con quattordici progetti di ricerca e oltre quattrocento specialisti coinvolti. Si cercano litio, grafite, rame, tungsteno, antimonio, terre rare e altre materie considerate critiche o strategiche.

La cifra stanziata per la prima fase, 3,5 milioni di euro, non impressiona particolarmente. Molto più interessante è un altro dato: ISPRA lo indica come il primo investimento pubblico organico nella ricerca mineraria italiana dopo circa trent’anni. Trent’anni sono tanti, soprattutto quando poi ci si accorge di dipendere quasi completamente dall’estero per materiali indispensabili alla propria industria.

Nel 2026 sono state inoltre trasmesse alla Commissione europea sette nuove proposte italiane nell’ambito del Critical Raw Materials Act. Il governo sostiene anche la candidatura del sistema del Nord-Est per ospitare uno dei primi hub europei destinati allo stoccaggio strategico delle materie prime critiche, con Porto Marghera e, nelle valutazioni, anche Trieste e Ravenna.

Dal luglio scorso è operativo anche il Fondo Nazionale del Made in Italy, con una dotazione complessiva di 900 milioni di euro. Una parte delle risorse può essere utilizzata proprio per rafforzare le filiere strategiche, dall’approvvigionamento alla trasformazione fino al riciclo delle materie prime critiche.

Quindi no, oggi non siamo immobili. Il problema è che stiamo iniziando a costruire gli strumenti quando la dipendenza esiste già e, in alcuni casi, ha raggiunto livelli difficili da correggere in pochi anni.

Anche Bruxelles ha capito che il tempo stringe

Il Critical Raw Materials Act europeo fissa per il 2030 alcuni obiettivi piuttosto chiari: almeno il 10 per cento del consumo annuo delle materie strategiche dovrebbe essere estratto nell’Unione, almeno il 40 per cento trasformato in Europa e almeno il 25 per cento provenire dal riciclo. Nessun singolo Paese terzo dovrebbe inoltre fornire più del 65 per cento del fabbisogno europeo di ciascuna materia strategica.

Letti accanto al 98 per cento di dipendenza cinese per i magneti a terre rare, questi numeri fanno capire meglio di qualsiasi discorso quanto lavoro ci sia ancora da fare.

Il 16 settembre Ursula von der Leyen ha riconosciuto che per molte materie prime critiche l’Europa dipende dalla Cina per oltre l’80 per cento e che per alcune terre rare si arriva vicino al 90. Ha annunciato anche una nuova struttura europea destinata agli acquisti e alle scorte strategiche. Il giorno successivo Maroš Šefčovič ha discusso con il ministro cinese Wang Wentao proprio dei controlli sulle esportazioni delle terre rare e dell’accesso delle imprese europee al mercato cinese.

Quello che per molti anni era stato trattato come un semplice problema di costi e forniture è diventato ormai un capitolo della politica estera.

Le elezioni arrivano prima delle miniere

C’è infine una questione che va oltre la Cina e oltre il caso Di Maio.

La politica vive di legislature, sondaggi, campagne elettorali e risultati da mostrare nel giro di pochi mesi. L’industria ragiona con tempi completamente diversi. Una miniera può richiedere anni prima di entrare in produzione. Lo stesso vale per un impianto di raffinazione, una filiera di riciclo o la costruzione di una rete alternativa di fornitori.

È qui che acquista senso la vecchia distinzione tra il politico che pensa alle prossime elezioni e lo statista che pensa alle prossime generazioni. In Italia di statisti ne abbiamo celebrati molti dopo, quando non potevano più disturbare nessuno. Nel momento in cui bisognava prendere decisioni costose, impopolari o semplicemente poco spendibili in campagna elettorale, ne abbiamo visti decisamente meno.

Una vera strategia industriale ha proprio questo difetto: spesso obbliga a spendere oggi per risolvere un problema che potrebbe presentarsi tra dieci o vent’anni. Non produce necessariamente inaugurazioni immediate, non sempre porta consenso e qualche volta il risultato migliore è che non accada nulla, perché la crisi che si voleva prevenire non si verifica.

Molto più facile annunciare un accordo, mettere insieme una bella cifra potenziale e raccontare agli elettori che si è aperto un nuovo mercato.

Nel 2019 Luigi Di Maio presentava 2,5 miliardi di accordi e altri 20 miliardi potenziali. Oggi sappiamo che una parte consistente di quel pacchetto era fatta di memorandum, collaborazioni e prospettive che avrebbero dovuto trasformarsi successivamente in affari.

Le arance, invece, erano vere.

E sono rimaste lì, sette anni dopo, a ricordarci una stagione nella quale sembrava importantissimo riuscire a venderle ai cinesi mentre quasi nessuno spiegava agli italiani quanto la nostra industria stesse diventando dipendente da ciò che i cinesi vendevano a noi.

Adesso corriamo per costruire scorte, riaprire la ricerca mineraria, recuperare materiali dal riciclo e trovare nuovi fornitori. È giusto farlo e sarebbe assurdo non riconoscerlo. Sarebbe altrettanto assurdo, però, non chiedersi perché abbiamo aspettato così tanto.

Perché in politica le arance maturano in una stagione. Le terre rare, purtroppo, obbligano a pensare molto più avanti.

Fonti consultate: Reuters; Commissione europea; Governo italiano; Ministero delle Imprese e del Made in Italy; ISPRA; ANSA; Presidenza della Repubblica francese; Airbus.

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