Che cosa ha detto Crosetto
Le parole pronunciate da Guido Crosetto il 17 settembre al Forum Risorsa Mare di La Spezia sono state piuttosto chiare. Il ministro della Difesa ha detto di aver deciso, insieme al capo di Stato maggiore, di non aspettare che sia Aspides a stabilire tempi e modalità del passaggio delle navi italiane attraverso Bab el-Mandeb. Ha parlato apertamente dei ritardi provocati dalla burocrazia europea e delle conseguenze che un blocco prolungato della navigazione può avere sull’economia.
Il passaggio successivo, però, è importante quanto la dichiarazione. Ai vertici della Difesa è stato chiesto di valutare la situazione operativa nel Mar Rosso e di predisporre un piano per garantire il libero transito delle navi di interesse nazionale. Contestualmente dovrà essere chiarito se, in caso di necessità, le capacità militari italiane già presenti nell’area possano essere temporaneamente richiamate sotto comando nazionale oppure se serva una nuova autorizzazione del Parlamento.
Quindi un’accelerazione c’è, e anche abbastanza evidente. Ma non siamo ancora davanti alla nascita di una nuova missione italiana autonoma né a un contingente aggiuntivo già deciso. È stata predisposta la possibilità di intervenire qualora la situazione lo richieda.
Intanto una nave italiana è già passata
Il giorno successivo la fregata Carlo Bergamini ha accompagnato il mercantile italiano Jolly Oro, della compagnia Ignazio Messina & C., nel transito verso nord attraverso Bab el-Mandeb.
La Bergamini è una nave della Marina Militare italiana, ma in questo momento opera nell’ambito di EUNAVFOR Aspides e la scorta della Jolly Oro è stata effettuata proprio all’interno della missione europea. Lo ha precisato la stessa Marina Militare.
Vale la pena sottolinearlo perché cambia parecchio la lettura della vicenda. Da una parte Crosetto vuole che l’Italia sia nelle condizioni di muoversi rapidamente anche con mezzi propri; dall’altra, mentre se ne discute, è stata Aspides a consentire a una fregata italiana di accompagnare un mercantile italiano attraverso lo stretto.
Le due cose possono convivere. Ed è forse proprio da qui che conviene partire per capire quale sia il problema.
Aspides esiste e lavora da più di due anni
La missione europea è stata istituita nel febbraio 2024 in risposta agli attacchi contro il traffico commerciale nel Mar Rosso. Ha un mandato difensivo: protegge le navi e contribuisce alla libertà di navigazione lungo una delle aree marittime più delicate del mondo.
Il Consiglio dell’Unione europea ne ha prorogato il mandato fino al 28 febbraio 2027. Ad agosto 2026, secondo i dati della stessa operazione, Aspides aveva assistito oltre 2.390 mercantili e garantito protezione ravvicinata a più di 720 navi.
Numeri che rendono difficile sostenere che l’Europa a Bab el-Mandeb non ci sia. C’è, ha una missione militare, un comando e regole operative. Il problema che sta emergendo in questi giorni riguarda piuttosto le risorse con cui quella missione deve lavorare.
Del resto, già a marzo il Consiglio dell’Unione europea, aggiornando i mandati di Aspides e Atalanta, aveva richiamato esplicitamente la necessità di contributi continuativi da parte degli Stati membri, comprese le unità navali. Una formula istituzionale dietro la quale c’è una realtà molto semplice: una missione navale senza un numero sufficiente di navi ha margini di intervento inevitabilmente limitati.
L’Italia chiede di rafforzare proprio la missione europea
È qui che il racconto dell’Italia pronta a fare da sola comincia a stare un po’ stretto.
Il 18 settembre Crosetto ha scritto all’Alta rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas chiedendo il potenziamento di Aspides e un maggiore contributo di navi militari da parte degli altri Paesi membri. Secondo quanto emerso, l’Italia sarebbe disponibile anche a fornire una seconda fregata se venisse richiesta, ponendo nello stesso tempo la questione della ripartizione dei costi.
La posizione italiana sembra quindi avere due piani distinti. Il primo è nazionale: se occorre tutelare rapidamente il traffico marittimo italiano, Roma vuole avere la possibilità di farlo senza rimanere ferma in attesa di decisioni che considera troppo lente. Il secondo è europeo: Aspides dovrebbe essere messa nelle condizioni di svolgere meglio il compito per il quale è stata creata.
Non sono necessariamente due linee contraddittorie. Semmai mostrano uno dei limiti con cui l’Europa si confronta ogni volta che prova a trasformare una decisione comune in capacità militare effettiva.
Le missioni sono europee, le navi restano degli Stati
L’Unione europea può decidere una missione, stabilirne il mandato, costruire una catena di comando e finanziarne i costi comuni. Le unità navali, però, devono essere messe a disposizione dagli Stati membri. E ogni fregata impiegata nel Mar Rosso è una fregata che quello Stato non può utilizzare contemporaneamente altrove.
Non è un dettaglio burocratico. È uno dei nodi della discussione sulla difesa europea.
Negli ultimi anni si è parlato molto di autonomia strategica, sicurezza comune e capacità dell’Europa di assumersi maggiori responsabilità. Bab el-Mandeb offre una versione molto concreta di quel dibattito: non basta decidere insieme dove intervenire, bisogna anche stabilire chi mette uomini, mezzi e risorse quando arriva il momento di farlo.
E gli interessi non sono identici per tutti. Per i Paesi mediterranei la sicurezza del Mar Rosso e della rotta di Suez ha un peso immediato. Altri Stati europei hanno oggi priorità militari concentrate soprattutto sul fianco orientale e sull’Ucraina. È inevitabile che questa differenza emerga nel momento in cui si decide dove impiegare mezzi che non sono infiniti.
Bab el-Mandeb non è una questione lontana
Lo stretto collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e si trova lungo la direttrice che, attraverso il Canale di Suez, unisce il Mediterraneo alle rotte asiatiche. Quando quel passaggio diventa insicuro, per le compagnie di navigazione l’alternativa può essere la circumnavigazione dell’Africa, con tempi più lunghi e maggiori costi operativi.
Per questo il tema riguarda molto più della presenza di una fregata italiana nello stretto. Riguarda il funzionamento di una rotta commerciale che interessa direttamente l’Europa e in modo particolare i Paesi mediterranei.
Crosetto, parlando a La Spezia, ha legato esplicitamente la libertà di navigazione agli effetti economici dei ritardi: merci che arrivano più tardi, costi che aumentano e conseguenze che finiscono per ricadere su imprese e famiglie. È anche da questa considerazione che nasce la richiesta di poter agire rapidamente.
Il punto, alla fine, è molto pratico
Ridurre tutto a “Crosetto manda le navi senza aspettare l’Europa” produce un titolo efficace, ma racconta soltanto un pezzo della storia.
L’Italia ha chiesto di essere pronta ad agire autonomamente se necessario. Nel frattempo una fregata italiana ha già scortato un mercantile attraverso Bab el-Mandeb sotto il comando di Aspides. E lo stesso ministro che ha criticato i tempi europei ha chiesto a Kaja Kallas di rafforzare quella missione con altre navi.
Forse la discussione utile comincia proprio qui. Aspides dimostra che una politica europea comune sulla sicurezza marittima esiste già. Quello che Bab el-Mandeb sta mettendo alla prova è il passaggio successivo: quanti mezzi gli Stati sono davvero disposti a mettere in comune quando una missione europea deve affrontare una situazione che cambia rapidamente.
È una questione molto meno spettacolare di uno scontro tra Roma e Bruxelles, ma probabilmente è quella che conta di più.
Fonti principali: Consiglio dell’Unione europea, EUNAVFOR Aspides, Marina Militare, ANSA. Dati e informazioni verificati al 19 settembre 2026.
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