Gli Stati Uniti chiedono a Francia e Germania di utilizzare parte delle riserve strategiche di gasolio per contribuire ad alleggerire la pressione sui mercati internazionali. Washington starebbe valutando anche la possibilità di limitare le esportazioni americane, mentre dalla Cina arriva un'altra notizia poco rassicurante: le raffinerie hanno sospeso le spedizioni di carburanti verso gran parte dei mercati esteri.
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Per molti anni abbiamo guardato alla Cina soprattutto come alla grande fabbrica del mondo: enormi quantità di merci, prezzi difficili da eguagliare e un’Europa che comprava molto più di quanto riuscisse a vendere. Quel quadro non è scomparso, ma nel frattempo la Cina è cambiata. La sua industria è salita di livello e oggi compete sempre più spesso proprio nei settori sui quali l’Europa aveva costruito una parte importante della propria forza industriale.
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Mentre Stati Uniti e Cina tornano a discutere di terre rare, commercio e intelligenza artificiale, in Veneto un produttore di motori elettrici deve fare i conti con le restrizioni cinesi sui magneti. Sette anni fa l’Italia fu il primo Paese del G7 a firmare il memorandum sulla Via della Seta e tra i risultati celebrati ci fu anche l’apertura del mercato cinese ai nostri agrumi. Le arance, naturalmente, non furono l’unica cosa che portammo a casa. Ma oggi sono diventate un simbolo piuttosto efficace di quanto poco avessimo capito della partita che si stava giocando.
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«Non aspetteremo l’Europa» è la sintesi che ha fatto più rumore. Ma a Bab el-Mandeb la situazione è meno semplice di quanto suggerisca uno slogan. L’Italia ha chiesto di preparare un piano per garantire il passaggio delle proprie navi, mentre una fregata italiana opera già nello stretto sotto bandiera europea. E Crosetto, nello stesso tempo, chiede proprio all’Unione di rafforzare Aspides. Più che uno strappo con Bruxelles, la vicenda mette in luce un problema molto concreto: avere una missione comune serve a poco se poi mancano le navi per farla funzionare come dovrebbe.
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C’è chi promette di togliere le accise e chi mette sul tavolo 5.000 dollari a testa, purché il proprio partito vinca le elezioni. Donald Trump ha legato il suo “dividendo” al mantenimento repubblicano di Camera e Senato. Rachel Scott gli ha chiesto perché serva una promessa del genere se l’economia americana va così bene come sostiene. La risposta del presidente dice molto sul rapporto con la stampa, ma la domanda racconta qualcosa di ancora più antico: la straordinaria forza elettorale delle promesse che presentano il conto soltanto dopo il voto.