Giovani a Trieste con vista sulla città e sul porto
Trieste ha nella ricerca e nella formazione uno dei suoi punti di forza. La sfida è trasformarli anche in opportunità per chi sceglie di studiare, lavorare e costruire qui il proprio futuro.

Quando una coalizione mette insieme nove forze politiche, prima o poi arriva il momento in cui non basta più dire che si vuole costruire qualcosa insieme. Bisogna anche cominciare a capire che cosa ciascuno intende portare al tavolo. È quello che sta accadendo a Trieste con Futuro in Comune, il percorso che guarda alle amministrative del 2027 e nel quale Italia Viva è rappresentata, tra gli altri, da Paolo Salucci.

Nel confronto pubblico di metà settembre tra le forze della coalizione, Salucci ha indicato alcuni temi sui quali Italia Viva vorrebbe lasciare un segno riconoscibile. Non si tratta ancora di un programma amministrativo e sarebbe prematuro leggerlo come tale. Sono piuttosto indicazioni che aiutano a capire in quale direzione il gruppo triestino vuole muoversi: ricerca, giovani e fragilità sociali.

Il primo tema parte da qualcosa che Trieste possiede già. Il sistema scientifico cittadino è una presenza concreta e radicata, fatta di università, enti di ricerca e istituzioni internazionali che da anni contribuiscono all’identità della città. La domanda posta da Salucci non riguarda quindi la quantità di ricerca presente sul territorio, ma il rapporto tra quel mondo e la città che lo ospita.

Secondo Salucci, il collegamento tra gli enti di ricerca, la società e il tessuto cittadino può essere migliorato. È un punto che trova un riferimento anche nel Protocollo “Trieste Città della Conoscenza”, attraverso il quale il Comune e gli enti scientifici del territorio hanno già individuato obiettivi molto concreti: trasformare i risultati della ricerca in opportunità di sviluppo, favorire l’innovazione nelle imprese, migliorare l’accoglienza di studenti e ricercatori e avvicinare formazione, ricerca e mondo del lavoro.

In altre parole, avere grandi istituzioni scientifiche non significa automaticamente riuscire a trasferirne gli effetti nella vita quotidiana della città. La questione diventa allora capire quanta parte di quella ricchezza riesca a tradursi in lavoro, nuove imprese, occasioni professionali e possibilità di restare a Trieste anche dopo la fase degli studi o dei primi contratti di ricerca.

Ed è qui che entra inevitabilmente il tema dei giovani. Salucci ha descritto Trieste come un possibile “trampolino di lancio”, una città dalla quale iniziare una carriera grazie alle opportunità offerte dalla ricerca, dalla cultura e da altri settori di eccellenza. È un’immagine efficace, ma porta con sé una domanda abbastanza naturale: lancio verso dove?

Una città può infatti essere molto attrattiva per chi arriva a studiare, frequentare un dottorato o iniziare un percorso professionale, ma la partita cambia quando quelle persone cercano stabilità, un’abitazione, un lavoro meno precario o semplicemente la possibilità di immaginare qui il proprio futuro. È in quel passaggio che le politiche locali, pur con tutti i limiti delle competenze comunali, possono avere un ruolo.

Casa, servizi, rapporti tra formazione e imprese, spazi e opportunità professionali non sono compartimenti separati. Se Trieste vuole utilizzare meglio il proprio patrimonio scientifico, il tema non può fermarsi alla capacità di attirare studenti e ricercatori: deve riguardare anche le condizioni che permettono almeno a una parte di loro di rimanere e mettere radici.

Nei giorni successivi Salucci è tornato anche sulle fragilità sociali. Ha citato famiglie che devono occuparsi di persone anziane, situazioni di disagio psicologico e difficoltà nel trovare un’abitazione. Realtà diverse tra loro, che sarebbe sbagliato raccogliere in un’unica categoria indistinta, ma che hanno qualcosa in comune: spesso entrano nella vita delle persone senza assumere immediatamente i contorni dell’emergenza e proprio per questo rischiano di rimanere meno visibili.

Quando Salucci sostiene che la politica debba innanzitutto conoscere queste fragilità, il concetto può sembrare quasi scontato. In realtà è proprio lì che comincia il lavoro amministrativo: capire come stanno cambiando i bisogni, quali servizi riescono ancora a intercettarli, dove si accumulano le difficoltà e quali problemi richiedono invece il coinvolgimento della Regione, del sistema sanitario o di altri livelli istituzionali.

Ricerca, giovani e fragilità sembrano mondi lontani, ma osservati dalla prospettiva di una città finiscono per incontrarsi. Parlano tutti, in modo diverso, della capacità di Trieste di trattenere persone, competenze e qualità della vita. Di offrire occasioni a chi arriva e, contemporaneamente, di non lasciare indietro chi qui vive già e attraversa una fase difficile.

Per capire quanto queste indicazioni peseranno davvero bisognerà aspettare il programma che Futuro in Comune costruirà verso il 2027. È lì che le intenzioni dovranno diventare scelte più precise e sarà possibile distinguere ciò che appartiene alla piattaforma comune da ciò che Italia Viva proverà a caratterizzare maggiormente.

Per ora c’è una traccia abbastanza chiara. E, per una forza politica che partecipa a una coalizione così ampia, cominciare a mettere sul tavolo i propri temi è già il passaggio necessario per capire quale contributo intenda dare.

Fonti consultate: Trieste Cafe, confronto tra le forze di Futuro in Comune del 15 settembre 2026 e interventi di Paolo Salucci del 18 e 21 settembre 2026; Comune di Trieste, Protocollo d’intesa “Trieste Città della Conoscenza”.

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